Più Stato e meno mercato

 


INFRANTO IL MITO DEL LIBERO MERCATO

di Gianfredo Ruggiero


 

In Bolivia il Presidente Morales ha nazionalizzato la società di telecomunicazioni ENTEL controllata dall’italiana TELECOM. I boliviani, stanchi delle vessazioni economiche praticate dalla compagnia telefonica italiana che imponeva le tariffe più alte, e non giustificate, dell’intera America Latina, l’hanno cacciata riprendendosi il controllo dell’importante servizio pubblico.

In Italia, invece, Telecom e le altre compagnie telefoniche con cui è in finta concorrenza, continua imperterrita ad esercitare il suo strapotere, agevolata in questo dai governi Berlusconi, Prodi ed ora ancora Berlusconi che non ha nessuna intenzione di porre fine al monopolio dei privati per non turbare il mercato.

Detto questo va precisato che in Italia, nell’attuale situazione, una qualunque Azienda statalizzata diventerebbe terra di conquista dei partiti, dei super raccomandati e dei fannulloni (vedi le Partecipazioni Statali di democristiana memoria) e farebbe la fine dell’Alitalia che rischia di essere svenduta ad una società straniera  o regalata ai soliti amici banchieri nella speranza che qualcuno la salvi dal tracollo.

La risposta per salvaguardare l’Italianità e l’efficienza dei nostri servizi essenziali e strategici quali comunicazioni, trasporto, sanità, difesa, scuola, giustizia ed energia  e per il rilancio delle nostre industrie passa attraverso il coinvolgimento di tutte le parti in causa: lavoro, capitale e Stato. Vediamo come.

Proviamo a pensare una fabbrica senza operai, potrebbe esistere? No, come non potrebbe esistere un’Azienda senza il capitale necessario per impiantarla. Entrambe le componenti, lavoro e capitale, sono indispensabili. Perchè allora a decidere le sorti dell’Azienda deve essere solo il "padrone" che, da dittatore, decide vita, morte e miracoli dell’Impresa e dei suoi dipendenti?

Proviamo a pensare un Consiglio d’Amministrazione in cui oltre ai referenti del capitale (nelle grandi aziende sono quasi sempre i grossi gruppi bancari, spesso stranieri) siedano i rappresentanti liberamente eletti degli impiegati, operai e dirigenti, ossia di tutta la realtà articolata di una grande Impresa, certe operazioni avventate di tipo finanziario (vedi Parmalat e Cirio) o certe decisioni che portano beneficio solo agli azionisti, quali il trasferimento all’estero della produzione, non passerebbero di certo.

Non basta: proviamo anche a dare a tutti i lavoratori una busta paga in cui una parte, diciamo il 70%, è il classico salario, ma la restante parte derivi dalla suddivisione degli utili tra il capitale finanziario e tutti i lavoratori dell’Azienda. Ogni lavoratore darebbe il massimo di sè perché consapevole che il suo destino è legato a quello della “sua” fabbrica, nel bene come nel male, e sarebbe rassicurato dalla presenza dei suoi rappresentanti nel Consiglio d’Amministrazione.

Non basta ancora. Come la famiglia rappresenta la cellula base della società, allo stesso modo l’Azienda costituisce l’elemento strutturale del tessuto economico della Nazione e, anche in questo caso, lo Stato ha il dovere di tutelare, di aiutare a svilupparsi e d’intervenire in caso di difficoltà.

Se un’Azienda con migliaia di dipendenti per ragioni contingenti o per manifesta incapacità della dirigenza si ritrovasse in uno stato di crisi lo Stato, che non dovrà essere spettatore ma parte attiva, interviene e, a seconda delle circostanze, la sostiene con interventi economici o strutturali, fino al caso estremo della nomina di un nuovo amministratore, che non necessariamente dovrà essere espressione del capitale.

Lo sciopero, un metodo incivile retaggio dell’era preindustriale ottocentesca, non avrebbe più senso perché le eventuali controversie sarebbero risolte all’interno del Consiglio d’Amministrazione in cui, come detto, sono presenti stabilmente, con pari dignità e pari poteri tutte le componenti dell’Azienda. Quella che i politici e sindacalisti chiamano concertazione si realizza con il principio della “partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’Impresa”.

Oggi il dipendente lavora per lo stipendio e il padrone per il profitto in un’ottica egoistica e spesso conflittuale, domani – con la socializzazione delle imprese – entrambi opereranno per il bene dell’Azienda e, cosa non secondaria, nell’interesse supremo della Patria. In un clima di concordia e pace sociale.

Proviamo, una volta tanto, ad ipotizzare un diverso modello di sviluppo, svincolato dalle logiche del libero mercato e distante dalle suggestioni di un decrepito marxismo. Una nuova forma di società basata sulla partecipazione (concetto che va ben oltre il principio della democrazia, ossia della rappresentanza parlamentare affidata esclusivamente ai partiti), che consenta finalmente di realizzare quella giustizia sociale senza la quale nessuna comunità civile può esistere.

In sintesi:

freniamo il capitale e ricostruiamo uno Stato Sociale

Gianfredo Ruggiero

(presidente Circolo Excalibur – Varese)

 

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