EVOLUZIONISMO E CREAZIONISMO – due fedi a confronto

Diamo dei pennelli colorati in mano a dei bambini e diciamogli di sbizzarristi sulle pareti di casa. Alla fine dell’opera scegliamo, tra le decine e decine di graffiti, quei cinque o sei schizzi che presentano degli elementi di affinità e li mettiamo in relazione dopo averli numerati progressivamente. In questo modo saremo in grado di tracciare una linea di continuità “evolutiva” tra i semplici tratti di pennello, gli scarabocchi e i disegni più definiti: abbiamo scoperto l’evoluzione.

Un bel giorno il Signore, dopo aver dato origine alla terra e all’universo, creò i primi due esemplari che diedero origine alla razza umana: Adamo ed Eva (e un serpentello biricchino). Teoria affascinante, per chi crede in Dio e ha tanta, tantissima fede. Questo è il Creazionismo.

L’elemento sui cui poggia l’evoluzionismo è quello delle piccole e casuali mutazioni che si verificano all’atto della trasmissione genetica tra un individuo e la sua progenie. La selezione attuata dall’ambiente mette ordine a queste varianti garantendo la prosecuzione solo alle versioni meglio adatte. Mutazione dopo mutazione, selezione dopo selezione alla fine, dopo 4 miliardi di anni, ai pesci sono spuntate le gambe e ad alcuni le ali, dalla zebra siamo giunti alla giraffa e dalla scimmia siamo arrivati all’uomo.

Peccato che tutte queste specie non sono la trasformazione di una nell’altra – se così fosse all’atto del passaggio dalla precedente alla successiva l’ambiente, con la sua spietata opera di selezione, avrebbe favorito i più adatti e, di converso, condannato all’estinzione i meno adatti – ma specie diverse con dei tratti in comune. Infatti oggi, dopo milioni di anni, li troviamo tutti: pesci, uccelli e mammiferi, zebre e giraffe, scimmie e umani. Nei fatti, delle modifiche sono possibili, ma sempre all’interno della stessa specie e non tali da creare specie totalmente differenti. Così nell’ambito umano non troveremo mai due persone perfettamente uguali (anche i gemelli monovulari hanno un patrimonio genetico con alcune differenze che si evidenziano soprattutto a livello comportamentale), cosi nell’universo naturale non troveremo mai due esseri viventi – animali o vegetali –  uguali, ma soltanto simili.

Nel corso della sua storia, poi, alcune specie viventi si sono estinte come i dinosauri, i mammut e alcune varianti umane o simili all’uomo (dall’Australopiteco ai vari Homo), ma altre, nel corso di milioni di anni, ne sono sorte al variare delle condizioni ambientali, come oggi vediamo alcuni tipi di pesci e il diffondersi virus e batteri inesistenti in passato. La natura è dinamica, in continua trasformazione nella sua stabilità complessiva.

Il primo ad abbozzare una teoria dell’evoluzione fu Lamarck con la sua tesi sulla trasmissione genetica dei caratteri acquisiti. Era convinto che le modificazioni di un individuo a seguito di un uso intensivo o ridotto degli arti causassero delle modificazioni poi trasmesse alla progenie ereditariamente e poneva come esempio il caso delle giraffe il cui collo e zampe anteriori si sarebbero allungati per raggiungere le foglie degli alberi. Tesi che non teneva conto dell’immodificabilità del codice genetico, se non attraverso interventi di alta ingegneria genetica, e che si scontra con il buon senso: è come se ai tempi di Roma, il figlio di un gladiatore ereditasse dal padre la stessa massa muscolare. Eppure questa teoria è ancora riportata nei manuali scolastici pur essendo totalmente priva di fondamento scientifico.

Chi invece aveva intuito che la selezione naturale interviene esclusivamente nell’eliminazione di individui e specie già esistenti e nella prevenzione di nuove, mai nella loro creazione, è Thomas R. Malthus che in un suo studio sulle le classi sociali “Essay of the principle of the population” del 1798 affronta la questione demografica evidenziando come le limitate risorse alimentari determinerebbero inevitabilmente una “Lotta per la sopravvivenza” tra le classi a vantaggio di quelle più evolute (ricche). Tesi chiaramente discutibile che risente della filosofia illuminista che ha poi generato l’ideologia liberal-capitalista.

Tutto ebbe inizio nel 1837 quando Charles Darwin, di ritorno dal suo viaggio intorno al mondo, credette di aver trovato la risposta all’origine delle specie viventi nell’abbinamento “caso più selezione naturale.”

Secondo Darwin tutte le specie animali e vegetali traggono origine da uno o pochi organismi iniziali. Le successive piccole mutazioni casuali selezionate dall’ambiente, con la sopravvivenza dei più adatti e prolifici nel loro habitat, ha determinato lo svilupparsi di nuove specie fino a giungere all’enorme presenza di varietà animali e vegetali oggi presenti.

Le limitate conoscenze scientifiche dell’epoca (siamo a metà ’800) potevano supportare la tesi  della “creatività nella selezione naturale”. Oggi non è possibile in quanto le scienze, in particolare la chimica biologica, hanno fatto passi da gigante da quando, il 28 febbraio 1953, Francis Crick e James Watson annunciarono al mondo la scoperta della funzione genetica del DNA (1).

La doppia elica dell’acido desossiribonucleico, presente in tutte le cellule degli organismi viventi, oltre a contenere le informazioni genetiche dell’individuo, una sorta di carta d’identità, possiede il programma per il suo sviluppo. Prima della sua nascita il DNA guida la prima cellula del nuovo individuo (zigote) e poi l’embrione nella produzione di tutti gli elementi fisici e fisiologici necessari al suo sviluppo. Attraverso la sintesi proteica, che avviene all’interno di tutte le cellule sulla base delle informazioni contenute nel DNA (una sorta di super programma), l’organismo trasforma le sostanze nutritive nelle proteine necessarie alla sua crescita. E’ quindi il DNA che determina la struttura fisica, il metabolismo e la personalità del nascituro. L’ambiente può sicuramente plasmare e influenzare la crescita di un individuo, ma non modificarla (se una persona è geneticamente bionda può al massimo tingersi i capelli, se è bassa mettersi i tacchi) a meno che non intervengono fattori traumatici.

La struttura del DNA(2) è una lunghissima catena di nucleotidi uniti da un particolare legame chimico (legame fosfodiesterico), una sorta di treno costituito da tanti vagoni tra loro agganciati. Se volessimo modificare la composizione del treno o trasformalo da merci a passeggeri è sufficiente sganciare i vagoni, riposizionarli o sostituirli e il gioco è fatto. Provate a farlo mentre il treno è in corsa, riuscireste?

Allo stesso modo per creare una nuova specie vivente da una precedente è necessario modificare la sequenza del DNA spezzando i legami fosfodiesterici e togliendo o aggiungendo nucleotidi. In laboratorio questa operazione è oggi possibile: si chiama ingegneria genetica e viene utilizzata per sintetizzare i cosiddetti OGM (organismi geneticamente modificati).

 Nella vita di un individuo le modificazioni genetiche non sono possibili, la variazioni di alcuni geni può avvenire solo all’atto della trasmissione del patrimonio genetica durante la riproduzione. Questa variazione è semplicemente il risultato del “Crossing Over”, ossia della ricombinazione del materiale genetico dei genitori e della prevalenza dei geni dominanti sui geni recessivi, che sono poi i motivi essenziali per i quali il figlio non è identico al padre o alla madre o tanto meno una sintesi di entrambi, ma un nuovo individuo con un suo patrimonio genetico esclusivo, pur essendo derivato metà dal padre e metà dalla madre.

Anche Mendel, il precursore della genetica, ha dimostrato che i meccanismi della ereditarietà  avvengono all’interno della stessa specie, tuttalpiù si possono creare artificialmente delle ulteriori varianti.

L’opera dell’ambiente incide sicuramente in modo selettivo sulla prosecuzione della specie all’interno delle quali si possono verificare delle piccole variazioni (la popolazione umana ad esempio è in media più alta di 2 cm rispetto a solo cinquant’anni fa, se diamo fede alla statistica che non è una scienza esatta). Ma da semplici e minime variazioni giungere a specie totalmente nuove e inedite c’è ne passa.

Le mutazioni profonde, possono comunque avvenire, ma quando avvengono, nella stragrande maggioranza dei casi, non producono un progresso o un miglioramento. Producono un fatto negativo che la legge dura della natura provvede ad eliminare per non mettere in pericolo la prosecuzione della specie. E’ il caso dei cosiddetti portatori di handicap che se non fossero assistiti fin dalla loro nascita, la selezione naturale provvederebbe a bloccarne la discendenza.

In conclusione: la selezione naturale non genera nuove specie, può solo impedire ad un organismo di nascere o di svilupparsi quando una modifica genetica, per qualsiasi ragione intervenuta, provochi una difficoltà di adattamento al suo habitat. La selezione naturale spiega la scomparsa o estinzione di alcune forme di vita, ma non spiega l’origine di nessuna (questo è il limite della scienza che può essere superato solo con la fede nel Creatore).

Uno degli argomenti forti utilizzati dagli evoluzionisti a supporto della loro teorie riguarda la somiglianza tra il Genoma (codice genetico) dell’uomo con quello delle scimmie antropomorfe gorilla, scimpanzé, oranghi e gibboni (3).

Scoperta che non scopre nulla. In fatto di somiglianza tra Genomi di specie diverse si è recentemente scoperto che il DNA più simile a quello dell’uomo non è quello dei primati (scimmie), bensì quello del topo; secondo uno studio realizzato presso la Wageningen University, nei Paesi Bassi, il genoma dei suini è molto simile a quello degli uomini.

I ricercatori del Broad Institute e della Harvard University di Boston con il supporto degli atenei di Pavia, Bologna e Bari sono riusciti a completare la sequenza del genoma del cavallo domestico (Equus caballus). Il risultato è che tra il nostro Dna  e quello del cavallo sono state rilevate caratteristiche comuni sopra il 53%. Inoltre tra i due Genoma è stata riscontrata una perfetta corrispondenza nell’ordinamento spaziale dei geni, corrispondenza che non si rileva con altri animali.

Altro elemento di confronto tra specie viventi riguarda il numero dei geni: l’uomo ha lo stesso numero di geni (115.000) del moscerino della frutta (Drosophila Melanogaster) e meno geni di un verme. Riguardo i nostri cromosomi (46) sono inferiori a quelli del cane (78).

Infine gli uomini pur essendo tra loro molto diversi, basti pensare alle varie razze umane, presentano un patrimonio genetico simile al 99,9%. Questo cosa significa, che solo lo 0,1% del Dna è responsabile delle enormi differenze tra individui umani?

Se poi volgiamo lo sguardo ad altre similitudini possiamo constatare ad esempio che la nostra emoglobina è molto simile a quella di un lombrico e che il nostro lisozoma(4) è più simile a quello di un pollo rispetto ad un scimpanzé.

A questo punto dobbiamo domandarci quanto vale la somiglianza tra il DNA delle scimmie e quello dell’uomo per giustificare un presunta discendenza? Evidentemente i ricercatori evoluzionisti sono rimasti fermi alla classificazione del mondo vivente elaborata dal naturalista svedese Carolus Linnaeus (Linneo) nel 1735, il quale considerava solo il fenotipo, cioè le caratteristiche esterne di un organismo, perché del genotipo Linneo non ne sapeva nulla in quanto i meccanismi della ereditarietà sono stati svelati da Mendel cento anni dopo (1866) e duecento anni dopo sono state scoperte da Watson e Crick le funzioni del DNA.

In verità gli evoluzionisti fingono di ignorare che non basta ne la similitudine genetica ne, tanto meno, la somiglianza fisica o fisiologica per stabilire un grado di parentela o addirittura di discendenza tra specie diverse come, per l’appunto, tra la scimmia e l’uomo.

Tornando all’origine della vita. Ai tempi di Darwin venne formulata la teoria della “generazione spontanea” secondo la quale la vita sorgerebbe spontaneamente dalla materia inorganica.

Negli anni ’50 Stanley Miller e Arold Urey riuscirono a sintetizzare in laboratorio alcuni amminoacidi riproducendo quelle che avrebbero dovuto essere le condizioni  di 300 milioni di anni fa(5). La scoperta fu definita stupefacente, peccato che non aggiunse nulla a sostegno dell’ipotesi evoluzionista (infatti passato il primo momento di euforia l’esperimento finì nel dimenticatoio). L’aver scoperto come si sarebbe formato spontaneamente un amminoacido  non da alcuna risposta a come è nata la vita sulla terra. Infatti gli amminoacidi sintetizzati sono rimasti semplici amminoacidi, non vi è stato alcun passaggio successivo verso la nascita di una cellula vivente(6).

Già Louis Pasteur (7) con i suoi famosi esperimenti ne aveva dimostrato la totale infondatezza, confermando invece quello che si è sempre saputo: che la vita nasce dalla vita, mai dalla materia. Eppure questa tesi, anch’essa priva di fondamento scientifico, viene ancora oggi considerata valida, questo solo perché è il punto di partenza per l’artificiosa costruzione dell’evoluzionismo e per contendere a Dio il primato della Creazione.

HARUN YAHYA (8), nel suo libro “L’INGANNO DELL’EVOLUZIONE”  afferma:

“Quando Darwin avanzò le sue ipotesi, le discipline della genetica, della microbiologia e della biochimica non esistevano ancora. Se queste fossero state scoperte prima che Darwin avesse concepito la sua teoria, quest’ultimo avrebbe potuto facilmente riconoscere la totale mancanza di scientificità delle sue pretese. L’informazione che determina la specie esiste già nei geni ed è quindi impossibile alla selezione naturale produrre nuove specie attraverso l’alterazione dei geni. Similmente, il mondo della scienza in quei giorni disponeva di una conoscenza molto grezza e superficiale della cellula e delle sue funzioni. Se Darwin avesse avuto la possibilità di osservare una cellula con un microscopio elettronico, avrebbe constatato la grande complessità e la straordinaria struttura presente negli organelli cellulari. Avrebbe visto con i suoi occhi l’impossibilità che un sistema talmente complesso e intricato fosse apparso tramite variazioni minori. Se avesse conosciuto la biomatematica, avrebbe capito che neppure una singola molecola proteica, per non parlare di un’intera cellula, avrebbe potuto pervenire all’esistenza per caso. Studi approfonditi sulla cellula sono stati possibili solo dopo la realizzazione del microscopio elettronico….”

Passiamo ora dalla biochimica alla Paleontologia. Uno dei caposaldi della teoria Darwiniana riguarda la scala evolutiva che ha portato le prime scimmie antropomorfe a generare, attraverso una serie di passaggi intermedi, l’uomo di oggi, raffigurata dalla famosa “marcia del progresso” con i disegni che tracciano i passaggi dall’Australopiteco a l’attuale Homo Sapiens(9).

Questo 5 esemplari di bipedi rappresentano l’unico elemento a supporto della evoluzione umana.  Sono realmente esistiti, solo che gli australopitechi era scimmie a tutti gli effetti  e i vari Homo Habilis, Erectus, e Sapiens erano esemplari di diverse razze umane. Oggi  Esistono centinaia di razze umane diversissime tra loro e stanziatesi in epoche diversi in luoghi diversi. In africa troviamo gli altissimi vatussi e bassissimi pigmei, gli uomini europei si distinguono nettamente da quelli di origine asiatica, come i mediterranei non possono essere certo assimilati agli eschimesi.

Per accreditare scientificamente l’evoluzionismo è necessario dimostrare che siano esistite le centinaia e centinaia di forme intermedie che avrebbero segnato il “lento e graduale” passaggio da un ominide all’altro. Senza reperti, l’evoluzionismo è soltanto una ipotesi, non una tesi. E per arrivare a questo non è mancato chi ha tentato perfino di barare.

E’ famosissimo il caso dell’uomo di Piltdown. Intorno agli anni 1909-1915 vennero scoperti in Inghilterra i resti di un essere vivente che fu chiamato “uomo dell’alba”. “Finalmente è stato trovato il famoso anello mancante” si disse. I reperti, nonostante qualche dubbio subito soppresso, furono accolti solennemente nel prestigioso Museo Britannico e in tutti i libri si scrisse che era stata trovata finalmente la prova che l’uomo viene dalla scimmia. Salvo poi scoprire, quarant’anni dopo, che il cranio di Piltdown era in realtà un maldestro assemblaggio delle ossa di un uomo dei nostri tempi e di un orango. Insomma una vera bufala(10).

Intanto di forme intermedie, dopo oltre 170 anni di ricerche, neanche l’ombra. Ma la fede dei ricercatori, come la fede dei credenti, si sa è incrollabile e continuano imperturbabili a sperare in qualche…apparizione.

Ogni tanto presi dalla frenesia fanno annunci roboanti del tipo “abbiamo finalmente trovato la prova della evoluzione”. Salvo poi fare marcia in dietro. E’ il caso della scoperta in Germania  nel  maggio 2007 di uno scheletro delle dimensione di un gatto risalente a 47 milioni di anni, chiamato Ida (Darwinius Masillae). Gli scienziati che ne annunciarono la scoperta sostennero che apparteneva allo stesso gruppo evolutivo degli uomini e delle scimmie antropomorfe e che rappresenta l’anello mancante tra gli antropoidi ed i più antichi primati. Successive analisi dimostrarono invece che Ida non appartiene neppure alla nostra categoria di primati, ma a quella dei lemuri Adapidi. Insomma una bella figuraccia.

Anche l’Hesperopithecus, detto anche “Uomo del Nebraska”, considerato una “prova irrefutabile delle origini animali dell’uomo”, fu ricostruito dalla fantasia degli scienziati basandosi sull’unico resto: un dente, che si rivelò poi essere quello di un pecari (animale simile al cinghiale) estinto. Altra figuraccia.

Veniamo ora al conosciutissimo “Uomo di Neanderthal” il cosiddetto “anello di congiunzione tra i primati e l’uomo”.  Fu ritenuto a lungo un uomo-scimmia, fino a quando studi più approfonditi non dimostrarono che la sua capacità cerebrale era addirittura superiore a quella dell’uomo moderno: un sorprendente caso di involuzione.

Lucy, questo è il nome del famoso fossile di australopiteco scoperto nel 1974 dall’antropologo Donald Johanson, considerato a lungo una forma di transizione tra la scimmia e l’uomo,  ulteriori studi hanno invece rivelato che Lucy non era altro che una specie estinta di scimmia.

Anche l’uomo di Heidelberg, e l’uomo di Cro-Magnon sono oggi considerati dalla scienza esseri umani a tuti gli effetti e non forme intermedie tra la scimmia e l’uomo

La teoria della evoluzione, ossia del passaggio, lo ribadiamo – lento e graduale – dalle organizzazioni cellulari primitive alle forme più complesse, non spiega come mai milioni di anni fa, come oggi, coesistevano, e continuano a coesistere, forme di vita semplici, definite primitive, come le cellule procariote, batteri e virus, e organismi molto complessi come i dinosauri di ieri e gli uomini di oggi. Se evoluzione c’è stata gli organismi semplici avrebbero dovuto lasciare il posto agli organismi più evoluti per poi scomparire. Invece dopo milioni di anni li ritroviamo ancora li, al loro posto come ad esempio come il limulo (Limulus Polyphemus) apparso 550milioni di anni, forse addirittura prima dell’era dei dinosauri, appartiene a quella categoria, definita con uno di quei termine inventati dagli evoluzionismo per tentare di quadrare il cerchio, dei “fossile vivente”; il Celacanto, ritenuto il progenitore degli anfibi, che fino agli anni ’30 era ritenuto un pesce estinto da circa 65 milioni di anni, poi nel 1938 fu inaspettatamente pescato vivo e vegeto: se ne stava tranquillo nelle profondità dell’oceano Indiano.

Darwin ammise che la sua teoria per essere dimostrata necessitava del ritrovamento delle forme intermedie di transizione dalle forme primitive a quelle più complesse ed evolute e onestamente affermò:

“…devono essere esistite innumerevoli forme di transizione, perché non le troviamo in grandissime quantità?

Poiché queste forme intermedie non si trovano ecco allora che alcuni irriducibili evoluzionisti moderni, come i paleontologhi Gould e Eldredge, si inventano una variante, quella degli Equilibri punteggiati. In pratica altro non è che una diversa interpretazione (e così dalla scienza siamo passati alla filosofia) dei ritrovamenti fossili in modo da dimostrare che le varie specie siano esistite per lunghi periodi senza significative variazioni (fase di equilibrio). Quando alcuni individui si separava dal resto dei loro simili e si trasferivano in un nuovo ambiente, avveniva rapidamente il cambiamento in senso evoluzionistico (fase di puntualizzazione). Il problema però è sempre lo stesso: l’assenza di forme di transizione. Oltretutto, proprio i lunghi periodi di stabilità presupposti implicano un’abbondantissima presenza di fossili di transizione, di cui a tutt’oggi non vi è traccia.

In conclusione i concetti di base che ruotano attorno al principio della evoluzione sono frutto di ragionamenti semplici che chiunque, a prescindere dal suo livello culturale e conoscenze in campo biologico, è in grado di comprendere e, di conseguenza, condividere e nonostante i progressi in campo scientifico che hanno declassificato la teoria dell’evoluzionismo a semplice ipotesi, queste rimangono ben radicate nella mente della gente comune. Ma quello che è peggio è che la scienza, cosiddetta ufficiale, è rimasta fossilizzata alle conoscenze di due secoli fa, nonostante la scienza, quella vera, sia in continua…evoluzione.

L’evoluzionismo è tenuto in piedi per ragioni che nulla hanno a che fare con la scienza. Non a caso i sostenitori delle teorie darwiniani sono culturalmente vicini alle dottrine illuministiche ottocentesche che hanno fornito il fondamento alle due ideologie che si sono affermate nel XX secolo: liberalismo e marxismo.

Darwin è sempre attuale e piace tanto perché mette d’accordo tutti da destra a sinistra. Piace ai sostenitori del libero mercato perché afferma il principio della competizione, della sopraffazione del forte sul debole. In Darwin i liberal capitalisti vedono la trasposizione in chiave naturalistica della teoria economica di Malthus che legittimava lo sfruttamento delle classi povere; piace alla sinistra comunista perché da spazio all’idea forte di Marx che l’ambiente condiziona l’uomo. Non dispiace neppure agli epigoni della razza pura perché involontariamente spianò la strada alle tendenze eugeniste e razziste che covavano nella società inglese dell’epoca (vedi F. Galton e il darwinismo sociale). Non spiace neppure agli atei e alla massoneria perché sposta il primato della creazione dal cielo alla terra. Insomma sono in tanti, per i loro interessi ideologici, a tenere viva una teoria che la scienza moderna avrebbe dovuto archiviare da tempo.

Le conoscenze scientifiche e tecnologiche ci permetteranno in futuro di comprendere i meccanismi che regolano la vita, ma non la sua origine.  Chi abbia creato la vita sulla terra – il Dio degli uomini o gli Dei della natura o qualche entità extraterrestre  – non lo sapremo mai, e forse è giusto che sia così.

Gianfredo Ruggiero

NOTE

1)  Il patrimonio genetico (genoma) è l’insieme di tutte le informazioni necessarie per sviluppare l’embrione, attraverso complessi meccanismi di moltiplicazione delle cellule e differenziazione nei diversi tessuti. Il messaggio genetico comincia ad esprimersi, cioè a guidare la produzione di proteine, tessuti ed organi, dal momento della formazione dello zigote. Lo zigote è la prima cellula del nuovo individuo,  generata dalla fusione di una cellula uovo ed uno spermatozoo al momento del concepimento. Le informazioni genetiche sono depositate nella sequenza del DNA, contenuto nel nucleo di tutte le cellule che compongono il corpo umano, sotto forma di 46 cromosomi. I cromosomi vengono ereditati in egual misura dal padre e dalla madre attraverso le loro cellule germinali, cioè la cellula uovo e lo spermatozoo. Ogni cromosoma è costituito da un lungo filamento di DNA, organizzato in una complessa struttura tridimensionale.

2)   Il DNA lo possiamo raffigurare come un’enciclopedia, fatta essenzialmente da un insieme di volumi (i cromosomi) ed ogni volume è composto da capitoli (i geni) scritti con le lettere (i nucleotidi).

3)   Recentemente un gruppo di scienziati ha studiato il genoma dei gorilla scoprendo che la loro “parentela” con gli esseri umani è più stretta di quanto si pensasse. Secondo il genetista Aylwyn Scally, il 70 per cento del genoma umano è più simile a quello dello scimpanzé, ma un buon 15 per cento somiglia più a quello del gorilla. L’individuo studiato è una femmina di nome Kamilah, un gorilla di pianura occidentale ospitato nello zoo di San Diego. Nel 2008, quando la gorilla aveva 30 anni, un’équipe di genetisti del Wellcome Trust Sanger Institute, un centro di ricerca britannico, ha raccolto il suo DNA; quattro anni dopo, i risultati dello studio vengono pubblicati dalla rivista Nature. Viene così completato il sequenziamento del genoma di tutti i grandi primati: oltre il gorilla, conosciamo quello dello scimpanzé, dell’orango e, naturalmente, quello dell’uomo.

4)   Il lisozoma è un enzima (proteina) antibatterica prodotta dalle ghiandole salivari: le Parotidi (situate vicino alle le orecchie), Sottomandibolari (poste sotto la mandibola), Sottolinguari (collocate nello spessore del pavimento boccale. Il lisozoma, presente anche nella saliva, attacca direttamente la parete cellulare di alcuni batteri prima che essi abbiano la possibilità di penetrare all’interno del corpo.

5)   Miller e Urey  sottoposero una miscela di ammoniaca, metano e idrogeno e vapore acqueo (la presunta composizione dell’atmosfera dell’era primordiale) a una scarica elettrica e videro come si formavano alcuni degli aminoacidi che costituiscono le proteine.

6)  È interessante notare che nel suo esperimento Miller tolse i 4  amminoacidi subito dopo la loro formazione. Se ve li avesse lasciati per consentire le successive aggregazioni per formare le proteine e da queste le cellule, le scariche li avrebbero decomposti. Supponendo comunque che in qualche modo, all’epoca, gli amminoacidi fossero riusciti a raggiungere gli oceani (il cosiddetto brodo primordiale) e a trovarvi protezione dalle radiazioni ultraviolette (lo scudo di ozono non si era ancora formato), anche in questo caso non ci sarebbe stata evoluzione in quanto  sotto la superficie dell’acqua gli amminoacidi non avrebbero trovato quell’energia necessaria ad attivare ulteriori reazioni chimiche di tipo sintetico.

7)    Oltre a Pasteur (1822-I 1193) altri studiosi hanno dimostrato l’infondatezza della teoria della generazione spontanea, tra questi ricordiamo Francesco Redì (1626-1698) e l’abate Lazzaro Spallanzani (1729-1 799).

8)    HARUN YAHYA è lo pseudonimo di Adnan Oktar. Nato ad Ankara nel 1956, ha studiato arte alla Mimar Sinan University di Istanbul e filosofia all’Università di Istanbul. A partire dagli anni ‘80 ha pubblicato molti libri su temi politici, scientifici e di fede.

9)    I vari passaggi sono: Australopiteco apparso 4 milioni di anni fa, l’Homo Habilis apparso 2 milioni e mezzo di anni fa, l’Homo Erectus apparso 1 milione e mezzo di anni fa, l’Homo Sapiens o Uomo di Neanderthal apparso 250 mila anni fa, e l’attuale Homo Sapiens Sapiens apparso 35 mila anni fa.

10)  Esiste in Cina un mercato fiorente di falsi reperti antropomorfi che vengono venduti nei mercatini da, all’apparenza ingenui in realtà veri truffatori, contadini a ignari paleontologhi.

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