ROMA

ROMA

Caduta dell’Impero e fine della Civiltà Occidentale

Di Gianfredo Ruggiero

Roma ha rappresentato la più grande civiltà della storia. Si è sviluppata in un’epoca dove i popoli erano governati da despoti, dove la legge era quella del sovrano e l’ingiustizia dei potenti una costante. Dove attorno ai sontuosi palazzi del potere vi era povertà e miseria, dove il popolo non aveva voce.

Roma è tutta un’altra storia. Era una società aperta e dinamica con un profondo senso della giustizia e della democrazia. Ogni giorno si celebravano processi secondo quel diritto romano giunto fino a noi e che tutti erano tenuti ad osservare, basato su un principio inderogabile: la giustizia è uguale per tutti.

Le più alte cariche dello stato, le magistrature e i tribuni, erano elettive e, a parte i senatori a vita, potevano esercitare per massimo due mandati.

Le leggi, che prima di Roma non erano scritte ma diffuse oralmente (in questo modo potevano essere modificate a piacimento), venivano discusse nel Senato, ma era il popolo attraverso i comizi ad approvarle o respingerle. Cosa ben diversa dalla prima forma di democrazia, quella assembleare ateniese, basata sulla figura del demagogo. Il Motto di Roma, S.P.Q.R. (Senatus PopulusQue Romanus), significa per l’appunto “Senato e popolo Romano” e sta a indicare il forte legame esistente tra il popolo di Roma e le sue istituzioni.

La cultura e lo svago erano alla portata di tutti. Le biblioteche mettevano a disposizione il sapere accumulato nei secoli e i grandi anfiteatri permettevano al popolo di assistere alle rappresentazioni teatrali impregnate di cultura classica, ai drammi basati sulla mitologia greca, alla rievocazione di battaglie famose e alle corse con i cavalli. Grande enfasi viene data dagli storici superficiali, soprattutto di fede cristiana, alle esecuzioni e agli spettacoli truci come la lotta tra gladiatori e quella, rivelatasi priva di fondamento, del martirio dei cristiani. Raramente il combattimento tra gladiatori, che serviva a stimolare lo spirito guerriero dei Romani, finiva con la morte di uno dei contendenti (anche perché ai padroni l’addestramento dei lottatori costava anni e anni di allenamenti). La maggior parte dei gladiatori era costituita da prigionieri di guerra ai quali era data l’opportunità, in alternativa alla schiavitù, di battersi nell’arena per un periodo prestabilito al termine del quale potevano riacquistare la libertà. Non mancavano i gladiatori di professione, quasi sempre ex veterani legionari, alcuni dei quali divennero delle celebrità e accumularono discrete fortune. Dopo la rivolta di Spartaco, tali spettacoli si ridussero progressivamente a seguito delle regolamentazioni restrittive introdotte dal Senato.

Le religioni erano tollerate da uno Stato che garantiva al popolo la piena libertà di culto (nel Pantheon sono rappresentate tutte le religioni dell’Impero). La popolazione era estremamente variegata, eppure non vi erano divisioni etniche: tutti si sentivano Romani e orgogliosi di esserlo, in quanto consapevoli di appartenere ad una civiltà che non aveva eguali nel mondo e nella storia. La cosa più ambita era la cittadinanza Romana che, con Caracalla nel 212, venne estesa a tutti gli abitanti delle provincie dell’Impero.

La società multietnica, che oggi viene rovinosamente perseguita per bassi interessi politici ed economici, a Roma si realizzò in maniera naturale e armoniosa. La Roma di Traiano, nel periodo della sua massima espansione attorno al 110, era affollata da più di un milione di abitanti e di questi meno del trenta per cento era di origine latina, gli altri provenivano dai quattro angoli dell’Impero. Nelle sue strade si potevano incontrare persone dall’aspetto nordico, alti, biondi con gli occhi azzurri e uomini e donne di origine nord africana o di chiara provenienza mediorientale, eppure, a differenza di oggi, non esistevano quartieri etnici. Roma ebbe perfino un imperatore africano, Settimio Severo e uno di origine barbara, Massimino il Trace.

La schiavitù, una prassi normale per quei tempi e anche per quelli successivi (pensiamo alla tratta dei negri), era una condizione da cui potersi liberare. Non erano rari i casi in cui il padrone sposava la sua schiava o del commerciante che lasciava in eredità la sua attività al servo fedele o che veniva semplicemente reso libero per volontà del padrone (liberto). La schiavitù poteva essere anche a termine, quando non si era in grado di pagare un debito. Il diritto di vita e di morte andò via via limitandosi fino a quando l’Imperatore Adriano non equiparò l’uccisione deliberata di uno schiavo da parte del suo padrone all’omicidio, e stabilì leggi severe contro il maltrattamento degli schiavi e il loro commercio in condizioni disumane.

Roma aveva un altissimo senso della socialità e della comunità. Le terme ne sono un esempio: oltre a luogo di ristoro e di igiene personale erano un punto di incontro senza alcuna distinzione di sesso e di condizione sociale. Il prezzo d’ingresso era basso per permettere a tutti, schiavi compresi, di poterne usufruire. Perfino i gabinetti avevano quest’impronta. I servizi erano “pubblici” in quanto costituiti da una lunga fila di water ricavati da una lastra di marmo su cui i Romani espletavano, l’uno accanto all’altro chiacchierando tranquillamente senza alcuna forma di imbarazzo. Ai loro piedi, in una canaletta, scorreva l’acqua utilizzata per bagnare le spugne adoperate per l’igiene intima che poi venivano rilasciate in una apposita apertura e convogliate con l’acqua nel sistema fognario.

Ogni mese avveniva a Roma la distribuzione gratuita dei beni alimentari di prima necessità alle famiglie bisognose. Il grano proveniva dal nord Africa, il granaio dell’Impero.

A Roma non esisteva l’analfabetismo: praticamente tutti sapevano leggere e scrivere e fare di conto; gli insegnanti nelle famiglie benestanti erano i tutori, spesso colti schiavi greci, mentre nelle famiglie modeste erano gli stessi i genitori o insegnati che impartivano le loro lezioni all’aperto.

Roma, come tutte le civiltà e le nazioni di ieri e di oggi, era incline all’espansionismo (se non l’avesse fatto sarebbe stata sottomessa dalle genti confinanti: Greci, Cartaginesi e, prima ancora, Sanniti ed Etruschi). E’ grazie alla forza e alla tecnica delle sue legioni e alla sua abile diplomazia, che è riuscita ad espandere il suo dominio fino ai confini del mondo.

Una trattazione a parte meriterebbe l’organizzazione dell’esercito. Duro allenamento, disciplina ferrea, organizzazione che non lasciava spazio all’improvvisazione, tecniche di battaglia e macchine da guerra mai viste prima e uno spirito indomito hanno reso invincibili le legioni Romane. Quando scendevano in campo i veterani, per i nemici di Roma non vi era scampo.

Dopo la guerra veniva la pace e nelle terre conquistate Roma portava la sua civiltà fatta di arte, cultura e leggi. Ancora oggi possiamo ammirare i resti delle sue vestigia: acquedotti, strade, templi, anfiteatri, terme. I primi interventi riguardavano le fognature e gli acquedotti, opere imponenti di grande ingegneria idraulica che permisero di preservare la civiltà Romana da quelle grandi epidemie come la peste che dopo la caduta dell’Impero Romano imperversarono ciclicamente in tutta Europa. Roma era disseminata di fontane e fontanelle, contarle tutte è ancora oggi impresa ardua.

Le provincie dell’Impero non erano viste come colonie da sfruttare, ma come un’estensione di Roma dove si parlava la stessa lingua, si spendeva la stessa moneta, si rispettavano le stesse leggi. Ogni provincia aveva una sua economia e una sua amministrazione e gestiva autonomamente il commercio. Il vero federalismo o meglio, la perfetta sintesi tra stato centralizzato e autonomia locale, si concretizzò sotto il simbolo di Roma. In cambio della libertà di governo, le provincie si impegnavano a garantire l’ordine con i propri uomini e a riscuotere i tributi, in questo modo Roma riusciva con non più di 150 procuratori ad amministrare tutto l’impero e con poche legioni a garantire la sicurezza dei suoi confini. La politica fiscale non era asfissiante, come ai giorni nostri. Il governo di Roma concedeva, soprattutto alle sue provincie, molto più di quello che chiedeva.

Le città dell’Impero erano concepite in un’ottica di libertà e di massima mobilità. Erano prive di fortificazioni e facilmente raggiungibili grazie all’articolato ed efficientissimo sistema stradale. Strade ancora oggi utilizzate e rese sicure dalla presenza di presidi militari lungo le sue arterie. Nelle aree urbane, come nelle campagne, si respirava un’aria di sicurezza e di libertà in quanto la criminalità comune era contenuta entro limiti fisiologici e i confini resi sicuri (il sacco di Roma del 390 a.C. ad opera dei Galli di Brenno, era un lontano ricordo). Come vedremo in seguito, questa concezione urbanistica, perfettamente coerente con il modo di intendere la vita dei Romani, si rivelò un elemento di debolezza quando le frontiere divennero permeabili alle incursioni barbariche. Dopo i primi saccheggi, attorno agli agglomerati urbani furono frettolosamente edificate delle cinta murarie, preludio delle città fortificate del Medio Evo. Quel senso di sicurezza che aveva fino ad allora accompagnato la vita quotidiana dei Romani, lasciò il passo a quella brutta sensazione di precarietà che oggi ben conosciamo.

Le tribù barbariche erano in costante lotta tra loro, divise tra etnie stanziali che vivevano di agricoltura e pastorizia e tribù nomadi che praticavano la razzia a danni delle prime. Spesso accadeva che erano proprio le popolazioni barbariche e celtiche, vittime delle scorribande dei razziatori, che chiedevano aiuto a Roma a cui fornivano gli uomini che venivano integrati nelle sue legioni, o che ambivano a stabilirsi all’interno dei confini dell’Impero. In Britannia per preservare quelle terre dalle scorrerie dei barbari del nord (Pitti), fu edificato un poderoso sistema difensivo, il Vallo Adriano, che tutt’ora segna il confine tra Inghilterra e Scozia.

Roma era tollerante e accomodante, ma non accettava ribellioni nelle sue provincie e quando si verificavano la punizione era esemplare, come avvenne in Palestina con la riottosa popolazione ebraica sobillata dagli Zeloti (la stessa a cui apparteneva Gesù che fu, per questo motivo, processato e crocifisso).

Roma non ammetteva che l’autorità dell’Imperatore fosse messa in discussione, come invece fecero i primi cristiani che furono per tale ragione – e non per motivi religiosi – perseguitati, fino a quando Costantino non vide in loro uno strumento utile per battere il suo rivale Massenzio nella Battaglia di Ponte Milvio (Ottobre 312).

Questa fu Roma, l’unica vera grande civiltà di tutti i tempi.

Come accade in natura, dove tutto nasce, si sviluppa e poi muore, Roma, raggiunto l’apice del suo Impero sotto Traiano nel 115 d.C., iniziò il suo lento declino fatto di alterne vicende fino alla deposizione dell’ultimo imperatore Romano d’Occidente Romolo Augusto nel 476 ad opera di Odoacre, re dei Goti.

Sulle cause della caduta dell’Impero Romano, da secoli gli esperti si interrogano. Senza voler competere con ricercatori che hanno dedicato la loro vita ad approfondire la storia di Roma, vogliamo tuttavia esprimere il nostro parere al riguardo.

Sorvoliamo sulle banalità propinate da certa letteratura e dalla cinematografia che attribuiscono alla corruzione e alla decadenza dei costumi la causa principale della rovina di Roma o alla presenza di piombo nei bicchieri che avrebbero causato sterilità a malattie psichiche e dedichiamoci ad argomenti ben più attendibili.

Le cause principali possono essere così riassunte:

  1. Interne: le continue e sanguinose guerre civili che hanno sottratto uomini alla difesa dei confini, sempre più spesso affidata a legioni costituite interamente da barbari romanizzati;
  2. Esterne: la pressione delle tribù germaniche (principalmente Goti, Vandali, Franchi, e Alemanni) che per sfuggire alle razzie dei barbari delle steppe (Unni), premevano ai confini per stabilizzarsi all’interno dell’Impero. Di conseguenza la politica militare dei Romani cambiò e da espansiva divenne difensiva. Dalle campagne di conquista, che portavano ricchezza e prosperità, si passò alla dispendiosa difesa del Limes.
  3. Cristianesimo: l’incidenza della nuova religione fu determinante. Roma vedeva negli Dei dell’Olimpo i suoi protettori, mentre il cristianesimo – cosa inconcepibile per un qualunque Romano – poneva sullo stesso piano tutti gli uomini, anche i nemici di Roma, inoltre gli adepti del cristianesimo primitivo si rifiutavano di giurare fedeltà all’Imperatore. Infine, grazie alle leggi volute da Teodosio, la Chiesa assunse una connotazione politica che minò per sempre l’autorità e la credibilità dell’Imperatore. Da elemento di coesione, nelle intenzioni di Costantino e di Teodosio, la Chiesa, una volta raggiunta la posizione di potere, divenne elemento di divisione e di esclusione di quella larga parte della popolazione Romana rimasta fedele alle religioni ancestrali e che mal tollerava la protervia cristiana.

La storia di Roma è una continua lotta per il potere. A partire dalla sua fondazione, con la morte violenta di Remo da parte del gemello Romolo (come ci racconta la leggenda), Roma è stata costantemente attraversate da periodi di forte instabilità.

Dalla fase repubblicana all’epoca imperiale, condottieri e legioni si sono scontrati in sanguinose guerre civili che hanno ridotto la capacità di Roma di espandersi prima (uniti, gli eserciti romani avrebbero facilmente avuto ragione del loro eterno nemico, il Regno dei Parti) e di difendersi poi.

Ancora nel settembre del 394, quando Roma non aveva soldati a sufficienza per difendere i suoi confini, avvenne l’ennesimo scontro tra Romani: la battaglia del fiume Frigido, nei pressi di Gorizia. Fu combattuta tra l’Imperatore Teodosio e il pretendente al trono Flavio Eugenio e sancì, nel sangue, la supremazia cristiana sulla Roma politeista.

Nel momento decisivo per la sua sopravvivenza, nel momento in cui Roma per difendersi dalle orde barbariche aveva bisogno di maggiore unità e di ridestare l’ormai sopito orgoglio imperiale, Teodosio, alla sua morte, avvenuta l’anno successivo nel 395, le diede il colpo di grazia dividendo l’Impero Romano in due parti, che si posero spesso in conflitto tra loro.

La politica romana del “divide ed impera” che ha permesso a Roma di indebolire e sconfiggere i suoi nemici fu applicata, da questo sciagurato imperatore, contro se stessa. L’Impero Romano fu quindi diviso tra i due suoi figli adolescenti. Arcadio divenne governante dell’Oriente, con capitale a Costantinopoli, e Onorio divenne governante dell’Occidente, con capitale a Milano. Lo spostamento della capitale da Roma a Milano e successivamente a Ravenna, fece comprendere a tutti che Roma non era più Caput Mundi.

Se Roma riuscì a resistere alle invasione barbariche negli anni successivi lo si deve ad un generale di origine Vandala, Stilicone, che sconfisse prima i Visigoti in Piemonte nel 402 e successivamente gli Ostrogoti fermati in Toscana nel 406.

Era chiaro a tutti che le sorti dell’Impero non erano più nelle mani dei Romani, ma in quelle dei barbari siano essi fedeli, alleati o nemici di Roma. La forza dominante sono loro, i barbari convertiti al cristianesimo (la conversione al cristianesimo era la pregiudiziale che Roma poneva alle tribù barbariche che intendevano stabilirsi nei territori dell’Impero).

Roma, conscia della sua debolezza, si vide costretta a mutare continuamente strategia per contenere la pressione delle genti barbare. Quando non poteva combatterli stipulava con loro gravosi accordi di pace che prevedevano il versamento di pesanti tributi e la cessione di ampi territori.

Da evidenziare che l’intento di Goti e Longobardi non era quello di distruggere Roma, ma di farvi parte. Il loro scopo ultimo era quello di stabilirsi all’interno dei confini dell’impero e di essere integrati nella civiltà Romana. Le terre italiche erano ai loro occhi ricche di campi coltivati e coltivabili, di città fiorenti piene di svaghi e di comodità e, allo stesso tempo, indifese e facili da conquistare. Infatti, una volta penetrati e stabilizzati si fusero con le istituzioni Romane dando forma ai molteplici regni Romano-Barbarici.

La parte orientale, l’Impero Romano d’Oriente, ebbe maggior fortuna e visse per altri mille anni fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453 ad opera dei Turchi ottomani guidati da Maometto II.

Un effimero tentativo di ritorno allo splendore del passato fu fatto da Carlo Magno con il Sacro Romano Impero, un’aggregazione disarticolati di popoli e regni in costante lotta tra loro che di Romano aveva ben poco. Anche in questo caso, come per tutto il Medio Evo, il periodo più cupo della storia dell’umanità, l’incidenza della Chiesa come potere politico fu determinante nel cancellare per sempre i mille anni di civiltà romana. Dopo Roma la barbarie, che ancora oggi imperversa. Seppur in modo poco evidente e in forme diversificate.

Approfondimento

Tra le concause che portarono alla caduta di Roma, possiamo annoverare la denatalità che obbligò gli imperatori ad arruolare guerrieri barbari che non avevano il temperamento e lo spirito dei legionari e furono a volte infidi e traditori.

Altra causa fu il minor afflusso di schiavi come conseguenza della fine delle guerre di conquista. Gli schiavi venivano utilizzati principalmente in agricoltura permettendo ai contadini romani di arruolarsi.

L’eterno nemico di Roma, il Regno dei Parti che contendeva con Roma l’egemonia sulle terre di confine e sbarrava la strada per l’espansione romana verso la Cina subì, a partire dal 230, un rovesciamento dinastico da parte dei persiani che attuarono da subito nei confronti di Roma una politica molto più aggressiva riuscendo perfino a fare prigioniero un imperatore Romano (Valeriano, nel 260). Per fronteggiare la minaccia persiana, Roma fu costretta a sguarnire le sue frontiere lungo il Reno e il Danubio, ne approfittarono le tribù germaniche che, nel frattempo, si erano evolute passando dal pulviscolo di agglomerati tribali dei tempi di Cesare a delle confederazioni molto più compatte sul piano politico e più efficienti sul piano militare, grazie all’utilizzo delle tecniche di battaglia apprese dai Romani.

Fino al 375 gli eserciti di Roma erano molto più forti dei barbari attestati lungo i suoi confini. Il fatto nuovo fu l’avanzata dei barbari delle steppe. Gli Unni, una popolazione nomade originaria della Mongolia, si spostarono verso occidente depredando e distruggendo tutto ciò che incontravano. I Goti, che vivevano nelle odierne Romania e Ucraina, incalzati dagli Unni, affamati e terrorizzati, chiesero asilo a Roma. Dopo lunghe trattative ai profughi fu permesso di attraversare il Danubio, ma la speculazioni di alcuni alti funzionari che rivendevano il cibo a loro destinato, portarono i Goti all’esasperazione. Ne seguirono rivolte facilmente represse fino a quando nel 378 nella piana di Adrianopoli l’armata Romana fu annientata dai Visigoti e l’Imperatore Valente catturato e uccisi. Da quella umiliante sconfitta l’esercito imperiale non si sarebbe più ripreso e le province balcaniche, che producevano grandi quantità di derrate alimentari e un cospicuo gettito fiscale, furono perdute per sempre decretando la fine dell’integrità territoriale dell’Impero.

Tra le concause della decadenza di Roma che andavano a delinearsi in quel turbinio di eventi, un posto di assoluto rilievo spetta alla caduta dei valori del mondo classico. Fin dal suo esordio, Roma aveva attinto a piene mani alla cultura ellenica, il cui valore fondante era la centralità dell’individuo inserito in un contesto sociale teso a rendere grande e immortale la sua opera. Erano l’uomo e la sua vita terrena, la cultura, lo splendore delle città, la vita sociale, la civiltà ciò che contava per i Romani. L’aldilà, a parte il rispetto sacrale per i defunti era, come per i Greci prima, di scarsa importanza.

Il cristianesimo invece si contrappose radicalmente agli ideali classici. Era portatore di una ideologia remissiva che oggi potremmo definire pacifista (salvo poi essere intollerante e aggressiva nei confronti delle altre religiose). I suoi adepti, fintanto che il potere era politeista, si rifiutavano di combattere i nemici esterni. Inoltre invocava la castità contribuendo alla crisi demografica che, come abbiamo visto, fu una delle principali cause della decadenza di Roma.

Lo storico inglese Edward Gibbon, nella sua monumentale opera in 6 volumi, “Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano”, così sintetizza la portata del Cristianesimo sulle vicende romane

 « … Il clero predicava con successo la pazienza e la pusillanimità. Venivano scoraggiate le virtù attive della società, e gli ultimi resti di spirito militare finirono sepolti nel chiostro»

La nuova religione si basava sull’idea che l’esistenza fosse effimera e che la vera vita sarebbe venuta dopo la morte. Il mondo terreno era quello del dolore e del peccato. La speranza non era più la grandezza di Roma ma, come scrisse Agostino di Ippona tra il 413 e il 416, “La città di Dio” (De Civitate Dei) secondo cui

«Roma perisce per i suoi costumi corrotti e per essere pagana»

“Roma poteva anche cadere, non è poi così importante, ciò che conta è il regno dei cieli”, questo era il fondo il messaggio diffuso dalla Chiesa. … e lo spirito indomito dei Romani si affievoliva sempre di più per lasciare il posto alla rassegnazione.

Con l’avvento del Cristianesimo e l’affermazione della Chiesa come potere politico e sociale che si inserì nelle istituzione fino a sovrapporsi allo Stato Romano, si andò verso un ridimensionamento dell’Idea di Imperium. Secondo la nuova morale la grandezza di Roma non era più il fine perseguito con il sostegno degli Dei, ma un mezzo per il realizzare in terra il Regno dei Cieli e per predisporsi alla vita eterna.

In definitiva a decretare la fine di Roma non furono le invasioni barbariche, che in epoche precedenti sarebbero state respinte come sono stati sconfitti i più potenti eserciti nemici, ma l’incapacità di affrontare gli eventi per il venir meno dello spirito di Roma.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Culturale Excalibur

 

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2 risposte a ROMA

  1. paolo ha detto:

    bellissima ed interessantissima trattazione storica, complimenti

  2. Grazie e continua a seguirci.
    Gianfredo

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