Disponibile il nuovo libro di Gianfredo Ruggiero STORIA DEL RAZZISMO

Quando si parla di razzismo, la mente corre automaticamente alla persecuzione ebraica ad opera del regime hitleriano.

Si dimentica che il razzismo viene da molto prima di Hitler, da quando, sul finire del XVIII secolo, si affermò la filosofia illuminista della “Dea Ragione” da cui derivarono il razzismo scientifico e il mito darwiniano della razza superiore.

In questo testo sono scoperti gli scheletri nascosti negli armadi degli antirazzisti di oggi e l’ipocrisia dei “democratici” di ieri, che pur sapendo nulla fecero per salvare gli ebrei dalla persecuzione nazista; e delle nazioni, cosiddette democratiche, che chiusero le loro frontiere e i loro porti ai profughi ebrei provenienti dalla Germania.

L’intolleranza religiosa della nascente Chiesa di Roma verso i giudei, accusati di aver voluto la morte di Gesù, ebbe un ruolo fondamentale nella genesi dell’antiebraismo che si sarebbe consolidato durante il Medio Evo, e portato alle estreme conseguenza dalla Germania Nazionalsocialista.

Le leggi razziali Fasciste del 1938 furono indubbiamente un’infamia, anche se…furono molto meno repressive e molto più tolleranti di quelle contro i neri e le minoranze etniche in vigore in America fino agli anni sessanta.

In questo libro, ricco di note di approfondimento e di riferimenti storici, sono analizzati tutti gli aspetti di un fenomeno, il razzismo, che scuote le coscienze delle menti libere, ma che, purtroppo, ben si presta alla speculazione politica di oggi.

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Volume 1 della collana LA FORZA DELLE IDEE. Di prossima pubblicazione: 2) La Chiesa nella Storia. 3) Storia del Fascismo. 4) Le vere cause della seconda guerra mondiale. 5) Liberatori senza gloria. 6) Europa risorgi; 7) Ecologia Sociale.

 

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Cavalieri di un’Idea

Siamo di DESTRA perchè sosteniamo la libertà d’impresa e la proprietà privata; siamo di SINISTRA perchè vogliamo la giustizia sociale; siamo AMBIENTALISTI perchè rispettiamo la natura e amiamo gli animali.

Provate ad appiccicarci un’etichetta…se ci riuscite

 

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RAZZISMO E STUPIDITA’

RAZZISMO E STUPIDITÀ

Di Gianfredo Ruggiero

Un esempio di come perfino la comunità scientifica si stia allineando al pensiero unico dominante, riguarda la tesi secondo cui le razze non esistono. Nella pia illusione che negandone l’esistenza si possa contribuire a combattere il razzismo.

L’unico risultato che si ottiene, mettendo sullo stesso piano scienza e morale, è quello di creare una grande confusione.

Le razze sono una classificazione biologica (tassonomica), nata ad opera del naturalista svedese Linneo che suddivide il genere umano in quattro grandi gruppi sulla base delle caratteristiche somatiche derivanti dalle aree geografiche di origine, poi perfezionata con la scoperta dei meccanismi dell’ereditarietà di Mendel.

L’analisi del codice genetico ha messo in evidenza che solo l’1% del DNA è il responsabile della differenza tra esseri umani (colore della pelle, capelli, taglio degli occhi, gruppo sanguigno, altezza, ecc.).

La classificazione razziale ha valore esclusivamente in campo scientifico ed è usata in medicina per lo studio delle malattie genetiche, in quanto certe patologie si sviluppano maggiormente in determinati gruppi etnici.

Ad esempio l’anemia falciforme è frequente nelle popolazioni mediterranee e mediorientali, mentre è rarissima nelle razze caucasiche.

In America vi sono ricercatori come la dottoressa Sally Satel, psichiatra e docente all’Università di Yale, che ammettono di svolgere “medicina razziale” per migliorare l’iter diagnostico e il trattamento medico dei pazienti.

Possiamo chiamarle come vogliamo: razze, etnie, specie, tipi, ma le differenze somatiche e genetiche esistono e non si possono negare. Solo chi è accecato dall’odio ideologico non vede che un bianco e diverso da un nero e un cinese da un indiano o che l’indole sociale, calorosa ed espansiva, di un mediterraneo e ben diversa dal comportamento riservato e quasi burbero di un tedesco o dell’aplomb di un inglese. Ovviamente, questo non significa che uno sia meglio o superiore dell’altro.

Non si comprende, inoltre, per quale motivo la suddivisione in razze debba valere per tutti i mammiferi, ma non per l’uomo, come se noi umani fossimo un’entità sovrannaturale, sganciata dal regno animale.

Non possiamo escludere che in futuro, stante il processo di omologazione in corso, si giunga a una sola razza come risultato delle immigrazioni di massa che porterebbe a un rimescolamento genetico. Per questo ne riparleremo fra una decina di generazioni.

Se la razza è scienza, il razzismo è ideologia. Negare questa semplice distinzione per non turbare i sonni dei fanatici egualitaristi è pura demagogia.

Razzista è il pensiero, non il DNA.

Gianfredo Ruggiero

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OLOCAUSTO: le colpe della “democrazia”

 

LA PERSECUZIONE EBRAICA

E LE COLPE DELL’OCCIDENTE DEMOCRATICO

Di Gianfredo Ruggiero

La discriminazione razziale della Germania nazista rappresenta un’infamia che rimarrà per sempre impressa nella memoria dell’Umanità, anche se la persecuzione degli ebrei viene da molto prima di Hitler, da quando il cristianesimo si è imposto come ideologia durante il Medio Evo. E’ da lì che è iniziato il dramma del popolo ebraico.

Con l’accusa di aver voluto la morte di Gesù, la Chiesa cattolica ha emarginano gli ebrei obbligando a portare un segno distintivo di colore giallo sugli abiti e rinchiudendoli nei ghetti.

Nella Spagna cristianizzata gli ebrei, sono stati prima costretti a convertirsi, e poi cacciati dalle loro terre dall’Inquisizione di Torquemada.

Alla partenza della prima crociata, al grido di “Dio lo vuole”, sono stati compiuti orrendi crimini ai loro danni (solo in Renania sono stati depredati e uccisi dai Crociati circa 50.000 ebrei).

La Chiesa protestante ha rigettato tutto del cattolicesimo, ma non l’antiebraismo. Il suo principale ispiratore Martin Lutero, nel 1543 scrive un trattato dal titolo eloquente “Degli Ebrei e delle loro menzogne” in cui si scaglia con veemenza contro gli israeliti definendoli «serpi velenose e piccoli demoni, ossia i peggiori nemici di Cristo Signore nostro», meritevoli di finire «nell’eterno fuoco dell’inferno!».

Con l’avvento dell’Illuminismo anticlericale di fine settecento la situazione per gli ebrei non cambia. Voltaire, universalmente riconosciuto come il padre della democrazia (suo è il famoso assioma «detesto le tue idee, ma darei la vita affinché tu le possa esprimere»), oltre a considerare normale la schiavitù definendo i negri «per natura gli schiavi degli altri uomini» (“Saggio sui costumi e spirito delle nazioni”), nel suo “Dizionario Filosofico”, scriveva queste parole di fuoco a proposito del popolo ebraico:

«Non troverete in loro che un popolo ignorante e barbaro, che unisce da tempo la più sordida avarizia alla più detestabile superstizione e al più invincibile odio per tutti i popoli che li tollerano e li arricchiscono»

Il clima di avversione verso il mondo ebraico, oramai radicato nella mentalità occidentale, costituisce il terreno fertile per lo sviluppo di politiche radicali.

Giunto al potere, Hitler adotta fin da subito nei confronti degli ebrei una politica di restrizione dei diritti civili per spingerli a lasciare la Germania (Judeifrey), anche attraverso il sostegno all’emigrazione che però trovò forti resistenze da parte della comunità internazionale e sfociò nel fallimento della conferenza di Evian del 1938. Convocata da Roosevelt, i trentadue stati partecipanti avrebbero dovuto ognuno farsi carico di un numero di ebrei provenienti da Germania e Austria proporzionale alle loro dimensioni.

L’unica nazione che si propose di accogliere rifugiati fu la Repubblica Dominicana che ne accettò circa 700 tutte le altre, con motivazioni più o meno plausibili, rifiutarono ogni forma di accoglienza.

Per liberarsi della presenza ebraica favorendo l’emigrazione in Palestina, il governo tedesco stipulò con le organizzazioni ebraiche sioniste il cosiddetto “Accordo di Trasferimento” noto anche come Haavara, in virtù del quale gli ebrei emigranti depositavano il denaro ricavato dalla vendita dei loro beni in un conto speciale destinato all’acquisto di attrezzi per l’agricoltura prodotti in Germania ed esportati in Palestina dalla compagnia ebraica Haavara di Tel Aviv.

A opporsi alla politica emigratoria del governo tedesco furono sempre, spesso in modo violento, le nazioni cosiddette democratiche.

Roosevelt fece intervenire la marina da guerra per impedire l’approdo sulle coste statunitensi di un piroscafo carico di ebrei partiti da Amburgo e Churchill minacciò di silurare a Sulina, nel Mar Nero, un altro carico di ebrei in navigazione verso la Palestina dove gli inglesi fucilavano e impiccavano gli ebrei riottosi per scoraggiare gli sbarchi.

Un altro episodio che testimonia il rifiuto dell’America ad accogliere gli ebrei riguarda la vicenda della nave St. Louis. Partita da Amburgo il 13 maggio 1939 con 937 profughi ebrei, la nave era diretta a Cuba dove i migranti erano convinti di ottenere il visto per gli Stati Uniti. Sia Cuba, sia gli Stati Uniti rifiuteranno però il permesso d’accesso ai rifugiati, obbligando così la nave a tornare in Europa.

Nel febbraio del 1942 lo “Struma”, una nave di profughi ebrei proveniente dalla Romania, si vide rifiutare dagli inglesi il permesso di sbarcare in Palestina e, respinta anche dai turchi, affondò nel Mar Nero silurata da un sottomarino sovietico: 770 persone annegarono.

Poco nota è anche la vicenda della famiglia di Anna Frank che cercò inutilmente rifugio negli Stati Uniti. Fra il 30 aprile e l’11 dicembre 1941 Otto Frank, il padre di Anna, scrisse ripetutamente a parenti, amici e alti funzionari americani spiegando che era pronto a «ogni sacrificio» pur di riuscire a superare l’oceano Atlantico, ma in ogni occasione la risposta fu negativa.

Durante la guerra gli alleati sapevano fin dagli inizi del 1942 dell’esistenza dei campi di concentramento eppure, nonostante i massicci bombardamenti che ridussero in macerie la Germania, le linee ferroviarie utilizzate dai tedeschi per trasferire gli ebrei nei campi di lavoro, tra cui il tristemente noto binario 21, non furono mai attaccate, se non come effetto collaterale come avvenne il 24 agosto del 1944 con il bombardamento della fabbrica di armamenti di Mittelbau-Dora che coinvolse il vicino campo di Buchenwald dove morì, per effetto delle bombe alleate, Mafalda di Savoia.

Gli alleati sapevano tutto. Tra l’inizio di aprile del 1944 e il 27 gennaio del 1945 il campo di concentramento di Auschwitz fu fotografato dai ricognitori alleati non meno di 30 volte. Eppure l’ordine di bombardare le vie ferroviarie e d’accesso ad Auschwitz e agli altri campi di concentramento, azione che avrebbe evitato la morte di moltissimi altri esseri umani, non fu mai dato. Evidentemente la salvezza degli ebrei non era nelle priorità degli alleati.

Perfino la neutrale Svizzera, nell’agosto del 1942, decise di chiudere le frontiere agli ebrei in fuga. Ben sapendo che «sui profughi respinti gravava la minaccia della deportazione nell’Europa orientale e quindi della morte» (Commissione Bergier, parlamento Elvetico, 2002).

Dopo la fine della guerra i “liberatori” decretarono la nascita dello stato di Israele, scaricando di fatto sui palestinesi il peso delle loro responsabilità per non aver fatto nulla per evitare la persecuzione nazista del popolo ebraico e per aver rifiutato con la forza di accettare i profughi ebrei in fuga dalla Germania.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Culturale Excalibur

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L’INQUISIZIONE DI SANTA ROMANA CHIESA

 L’ INQUISIZIONE DI SANTA ROMANA CHIESA

La lotta fratricida dei cristiani

di Gianfredo Ruggiero

Nella storia nessuna religione fu attraversata da tante varianti come il cristianesimo, e nessuna Chiesa perseguitò i suoi dissidenti come quella di Roma

 

Introduzione

 

Una delle tante caratteristiche che fecero di Roma una civiltà senza eguali nel mondo e nella storia, fu la tolleranza religiosa.

Roma non imponeva ai popoli assoggettati di rinnegare i propri Dei, pretendeva che fossero riconosciute le divinità di Roma e che fosse rispettata la figura divina dell’Imperatore.

La libertà di culto nel variegato e multi etnico mondo Romano era agevolata dal fatto che nelle religioni antiche l’invocazione agli Dei era di tipo propiziatorio, motivo per cui le varie fedi non erano in contrasto tra loro. Chiunque poteva pregare gli Dei che preferiva, senza per questo interferire nelle altrui convinzioni religiose.

Il Cristianesimo, al contrario, aveva una visione esclusiva della religione (“non avrai altro Dio all’infuori di me”) e l’obiettivo, anche questo sconosciuto nel mondo politeista, del proselitismo. Mentre i Romani invocavano gli Dei dell’Olimpo per la prosperità e la grandezza di Roma e per auspicare la vittoria sui loro nemici, il compito primario dei cristiani era invece quello di diffondere la fede cristiana attraverso la conversione dei pagani che li portava addirittura, cosa inconcepibile e intollerabile per qualunque Romano, a pregare per i nemici di Roma visti non come tali, bensì come uomini da redimere dal peccato.

Inoltre, i cristiani sfuggivano alle celebrazione pubbliche per non entrare in contatto con le tradizioni politeiste. Questo comportamento distaccato, per i Romani che avevano un vero e proprio culto della socialità, era ritenuto indisponente e offensivo.

L’ostilità nei confronti dei cristiani era inoltre alimentata dagli ebrei ortodossi, che accusavano i seguaci di Cristo di aver abbandonato la legge mosaica per professare una religione eretica.

In definitiva, nessuno avrebbe avuto motivo di perseguitare i cristiani se questi si fossero limitati a praticare la loro fede senza pretendere di convertire il mondo intero, entrando in contrasto con la millenaria morale Romana e con le leggi dello Stato. Al contrario degli ebrei che poterono professare la loro fede senza particolari restrizione.

Lotta alle eresie

Fin dal suo esordio, la Chiesa fu lacerata da accese dispute teologiche su come si doveva intendere il cristianesimo. Inizialmente la Chiesa fu dialogante, accettava il dissenso religioso, e le divergenze dottrinali rientravano nella normale dialettica che dovevano risolversi con “fraterna ammonizione”, secondo l’insegnamento di Gesù riferito da Matteo nel suo Vangelo (18,15-18).

Il caso esemplare riguarda lo gnosticismo, sostenuto dal teologo e filosofo siriano Cerinto (130-202) secondo cui la salvezza era da ricercarsi attraverso la conoscenza superiore (gnosi) del Divino. In contrapposizione con quanto sostenuto dalla Chiesa per la quale Gesù non parlò mai di salvezza attraverso la conoscenza, ma solo attraverso la fede. Gli gnostici, inoltre, imputano a Dio la responsabilità di aver creato il mondo in questa forma imperfetta e contaminata dal male.

Considerata una delle prime eresie del cristianesimo, lo gnosticismo fu rigettato dalla nascente Chiesa Romana, ma rimase all’interno della dialettica dottrinale senza dare luogo a forme persecutorie. Si esaurì nel corso degli anni, salvo riaffiorare secoli dopo in movimenti ereticali, duramente repressi, come quello dei Catari e dei Valdesi, di cui parleremo più avanti.

Il cambio di atteggiamento della Chiesa nei confronti dei dissidenti si ha con Costantino il quale, con l’editto di Milano del 313, nel porre fine alla repressione dei cristiani, spianò la strada alla successiva imposizione imperiale del cristianesimo, avvenuta con Teodosio nel 380.

Con l’editto di tolleranza, il livello dello scontro tra le diverse correnti cristiane, fino ad all’ora contenuto a causa della persecuzione Romana, si innalza a tal punto da degenerare spesso nel sangue.

Costantino, il primo imperatore cristiano, fu quindi indotto a indire un concilio per fare chiarezza nel marasma di interpretazioni teologiche e, dal punto di vista politico, quello che più gli interessava, per porre un freno alle violenze tra fazioni che rischiavano di compromettere l’unità dell’Impero e vanificare il suo disegno di usare la religione come collante.

Dopo il concilio di Nicea del 325 ne seguirono altri, tutti con lo stesso intento: la pace religiosa e l’unità dogmatica che apparivano sempre più lontane.

Chi non si adeguava veniva emarginato con l’accusa di eresia. Il primo a farne le spese fu il monaco e teologo cristiano Ario (256-336), la cui visione del cristianesimo si basava sulla netta separazione tra Dio Padre, la più alta divinità, e Gesù, il figlio, ad esso inferiore perché creato dal Padre stesso. In sostanza Ario rigetta la tesi della consustanzialità (stessa natura) tra Dio Padre e Gesù Figlio.

L’Arianesimo, tra tutte le eresie, fu quella che maggiormente si affermò all’interno dei confini dell’Impero. Fino al settimo secolo ebbe milioni di adepti e fu adottata da diversi Imperatori e intere nazioni. Aderì soprattutto nella parte orientale dell’Impero Romano dove fu recepita dal vescovo di Costantinopoli Eusebio di Nicomedia, in seguito uno dei più accessi sostenitori del cristianesimo ariano.

Ario fu prima condannato ed esiliato dal Concilio di Nicea, che decretò il dogma della trinità, e poi richiamato a corte da Costantino grazie all’insistenza della madre Elena, fervente ariana. Costantino stesso in letto di morte si fece battezzare dal Vescovo ariano Eusebio.

La riabilitazione dell’arianesimo avvenne dieci anni dopo, nel Concilio di Gerusalemme del 335 che revocò l’esilio per tutti i vescovi di fede ariana.

L’Arianesimo divenne religione ufficiale sotto l’Imperatore Costanzo II e, dopo la breve parentesi dell’imperatore filosofo Giuliano (331-363) che tentò di restaurare gli antichi culti, sotto l’Imperatore Valente. Fu adottato anche dai regni Romano-Barbarici sorti dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

La fine dell’arianesimo avvenne nel 496 con il passaggio al cattolicesimo di Clodoveo, re dei Franchi, e si concluse con la conversione dei Longobardi attorno al 600.

Queste conversioni non avvennero sempre in modo spontaneo e pacifico, ma spesso furono imposte con la violenza e diedero inizio a quelle cruente guerre, all’interno del mondo cristiano e verso le altre religioni, che accompagnarono per lungo tempo la storia temporale della Chiesa.

Nel 329 Costantino, pur essendo tollerante nei confronti dell’arianesimo, si accanisce contro un’altra eresia, quella dei Marcioniti. I seguaci del Vescovo Marcione rifiutano il Vecchio Testamento il cui Dio è ritenuto crudele, mentre si riconoscono nel Dio dei Vangeli. Un decreto imperiale proibì loro ogni forma di culto e li privò dei loro luoghi di preghiera che furono ceduti alla Chiesa.

Dopo Costantino, è un crescendo d’intolleranza verso i dissidenti e le altre confessioni.

Il primo eretico affidato dalla Chiesa alle autorità civili perché fosse giustiziato, fu il vescovo spagnolo Priscilliano, decapitato con sei dei suoi adpti a Treviri nel 385.

Prisciliano fu giudicato eretico per aver sostenuto una visione dualistica dell’esistenza secondo cui il mondo sarebbe stato generato da due entità divine, Dio e il Maligno e che fosse stato il Male a creare il mondo materiale per rendere le anime schiave della materia. Altra grave colpa fu quella di denunciare la vita, già dall’ora, dissoluta e mondana del clero.

Negli anni precedenti, a partire dal 372, fu la volta della Chiesa Manichea ad assere osteggiata dalla Chiesa Cristiana. Fondato dal persiano Mani, il movimento Manicheo sostiene, come Priscilliano, la contrapposizione netta tra due entità divine: il bene e il male, la luce e le tenebre. Tra i suoi sostenitori troviamo Sant’Agostino, prima di convertirsi al cristanesimo e diventare acerrimo nemico dei manichei. Vennero annientati nel corso di diverse campagne sferrate contro di loro in tutto l’Impero. La definitiva scomparsa dei manichei si ebbe nel 405 con il primo Imperatore Romano d’Occidente Onorio, che li dichiarò criminali pubblici.

Nel 380 l’imperatore Teodosio emana l’editto di Tessalonica che impone la svolta confessionale all’impero Romano d’Occidente. Le leggi dello stato si uniformano con quelle della Chiesa e il reato di eresia si identifica con il reato di “Lesa Maestà” per il quale il diritto Romano prevede la pena di morte.

Agostino e Tomaso d’Aquino

Nel 396 diventa Vescovo di Ippona Agostino, il futuro santo. Dopo essere stato inizialmente propenso al dialogo, si distingue per la sua severità contro gli eretici. Chiede che l’Impero metta al servizio della Chiesa i suoi soldati al fine di creare un clima di “utile terrore” (Claudio Rendina, Storia segreta della Santa Inquisizione, Newton Editori, 2017). Le conseguenze non tardano ad arrivare. Nel 415 la filosofa politeista di Alessandra Ipazia viene letteralmente squartata dalla plebaglia cristiana aizzata dal Vescovo Cirillo.

Agostino avalla l’uso della della forza nelle conversioni rifacendosi ad un passo del Vangelo di Luca (14,23):

“chiunque troviate invitatelo ad entrare”

Dove il termine “invito” (cogite intrare) è inteso a carattere impositivo e inteso come legittimazione della violenza nella lotta contro gli eretici.

Il seguente passo evangelico

«chi punisce più severamente mostra un amore più grande»

 (Agostino: Epistola 93, 2, 5)

fu interpretato da Sant’Agostino come opera di misericordia nella lotta contro i Donatisti, un movimento scismatico fondato dal Vescovo africano di Numidia Donato che professava assoluta intransigenza della Chiesa di fronte allo Stato e che riteneva indegni quei vescovi, definiti traditores, che non avevano resistito alla persecuzione di Diocleziano del 303.

Agostino sostiene la necessità che i potere civile elimini con la forza la diffusione delle eresie, non solo per le considerazioni di ordine teorico sopra esposte, ma anche per l’evidenza dei risultati ottenuti. Nel trattato “Contra epistulam Parmeniani”, scritto nel 400 contro Parmeniano, Vescovo Donatista di Cartagine dal 362 al 391, afferma:

«si possono infatti vedere non singoli uomini, ma intere città che, già donatiste, sono diventate cattoliche in virtù della paura suscitata dalle leggi promulgate dagli imperatori, da Costantino in poi (…). La stessa Ippona, che aderiva in massa al partito di Donato, adesso timore legum imperialium si è convertita all’unità cattolica. I regnanti, da parte loro, promulgano leggi che incutono terrore temendo essi stessi il Signore, al cui servizio si pongono»

Nell’evoluzione del pensiero agostiniano si impone in maniera forte la dimensione terapeutica e pedagogica della costrizione religiosa, secondo cui la violenza in sé non sia un male se utilizzata a fin di bene, a differenza della violenza punitiva o di quella con finalità materiali. Le due tipologie di violenza nel mondo medioevale si intersecano tra loro, come si mischiano il politico e il religioso. Questo intreccio permette agli apologeti di trovare una motivazione di parte a qualunque eccesso. In difinitiva è l’ipocrita distinzione, utilizzata ancora oggi, per giustificare i peggiori crimini perpetrati dalla parte vincente (per definizione quella del bene) nei confronti degli sconfitti (i cattivi… a prescindere.)

Anche San Tomaso d’Aquino, il più grande teologo del Medioevo, avallò l’uso della forza contro gli eretici con queste parole, tratte dalla sua opera “Summa Theologiae”:

«Per quanto riguarda gli eretici, questi si sono resi colpevoli di un peccato, che giustifica il fatto che essi non solo vengano estromessi dalla Chiesa attraverso la scomunica, ma anche lecitamente giustiziati»

San Tomaso sostiene la tesi della pena capitale, secondo la quale se è giusto condannare a morte i falsificatori, allo stesso modo è necessario mettere a morte coloro che hanno commesso il peggiore dei crimini, la falsificazione della fede. Affermazioni che oggi fanno rabbrividire, ma che nella mentalità di onnipotenza della Chiesa medioevale erano ritenute del tutto normali e legittime.

Il messaggio agostiniano fu poi messo in pratica con determinazione da Papa Callisto II il quale, durante il Sinodo di Tolosa dell’8 luglio 1119, decretò la morte dei seguaci del sacerdote Pietro di Bruys, colpevoli di predicare una diversa visione della fede basata sul rifiuto dei sacramenti e sul rigetto della croce considerata uno strumento di morte e simbolo delle torture subite da Cristo (lo stesso Pietro di Bruys trovò la morte gettato dai cattolici indispettiti tra le fiamme del rogo da lui stesso appiccato per bruciare delle croci).

Carlo Magno e la conversione forzata dei Sassoni

La mattina di Natale dell’anno 800 Carlo Magno viene incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero dalle mani di Papa Leone III. Per la prima volta nella storia dell’Occidente un imperatore è proclamato, non dal suo popolo attraverso il Senato o acclamato dalle sue legioni come avveniva in epoca Romana, ma dal Capo della Chiesa. A dimostrazione della subalternità delle istituzioni civili al potere temporale del Cristianesimo oramai dominante.

Nel solco di Costantino, Carlo Magno usa la fede come collante per unire il suo frastagliato impero che comprende popoli tra loro molto diversi. E’ il primo tentativo di omologazione (o integrazione, come si usa dire oggi) sulla base di un modello di società imposto dall’alto, in questo caso plasmato sulla fede cristiana.

La sottomissione del potere temporale a quello religioso avviata da Carlo Magno è proseguita nei secoli successivi – seppur con alterne vicende e clamorose fratture come quella scaturita dalla disputa sulla nomina dei Vescovi del 1075 – fino al 1200 quando si impone l’autonomia dei comuni a scapito dell’Impero che entra in crisi, mentre la Chiesa vede accresciuto il suo potere con la trasformazione dei Papi da pastori di fede in uomini politici a tutti gli effetti e con il tentativo di Papa Innocenzo III di creare in Europa una teocrazia d’ispirazione universale.

Tornando a Carlo Magno, la prima opera di conversione avviene a scapito delle bellicose tribù sassoni della Germania occidentale. Inizia con la decapitazione a Verdem, a sud di Brema, di 4.500 prigionieri che rifiutarono la fede cristiana e prosegue con una massiccia opera di battesimi forzati imposti con la violenza. Completò l’opera con un ferreo corpo legislativo riassunto nella formula “Cristianesimo o morte”, teso a sradicare le millenarie tradizioni sassoni e a scoraggiare il ritorno agli antichi culti.

L’inquisizione Medioevale

Papa Lucio III e Federico I Barbarossa, nonostante il fortissimo e irrisolto dissidio sul possesso dei territori che erano stati della contessa Matilde di Toscana, si ritrovarono in perfetta sintonia nella difesa della fede cattolica e, ponendo una pietra miliare sulla nascita e organizzazione dell’Inquisizione Medioevale, stabilirono il seguente accordo: il papa fornisce l’elenco dei gruppi o persone da colpire e l’imperatore s’impegna a perseguirli. In questo modo il lavoro sporco, quello di applicare le pene, veniva demandato alla giustizia civile permettendo alla Chiesa di presentarsi con il volto misericordioso e, all’occorrenza, di prendere le distanze dagli eccessi derivanti da interessi materiali o giochi di potere della nobiltà. Lo stesso metodo riguarda i monaci che sono a stretto contatto con il popolo sofferente: il loro esempio viene utilizzato dalla gerarchia clericale come paravento dietro cui nascondere la condotta dissoluta e licenziosa del Clero.

Sempre Papa Lucio III con la bolla denominata “Ad abolendam”, emanata in occasione  del sinodo di Verona del 1184 a seguito di una rivolta popolare scoppiata a Roma nel corso della quale numerosi prelati furono uccisi dalla plebe inferocita, da’ inizio alle persecuzioni armate e pianificate contro gli “eretici” con l’istituzione dei primi tribunali specializzati nella repressione religiosa, antesignani della Santa Inquisizione.

Il decreto pontificio stabilì inoltre il principio – estraneo al diritto romano – secondo il quale si poteva accusare chiunque di eresia, anche in assenza di testimoni. Un semplice sospetto o una delazione bastavano per imbastire il processo. Veniva associato al medesimo giudizio anche chi era a conoscenza di una ipotesi di reato e non lo denunciava.

La norma venne poi ribadita e perfezionata nel 1215 dal Concilio Lateranense IV con l’introduzione della “procedura d’ufficio”. Le pene lievi, emesse dai tribunali della Chiesa, che si dotarono di proprie prigioni per gli interrogatori, erano digiuni o l’obbligo di pellegrinaggi, mentre per coloro che non intendevano ritrattare la condanna, ben più pesante, era affidata al potere civile (o “braccio secolare”).

In questo quadro s’inserisce la pena di morte per gli eretici i quali, pur non avendo commesso crimini, ma solo professato una diversa visione del cristianesimo, sono considerati doppiamente colpevoli: contro la religione e contro lo stato. Con la metà del XII secolo il diritto canonico recepisce l’idea che la pena appropriata per gli eretici sia il supplizio capitale e la pena di morte sul rogo purificatore si impone nella legislazione di tutti i paesi cristiani. Mentre l’uso della tortura durante gli interrogatori fu reso lecito dal decreto di papa Innocenzo IV “Ad extirpanda” pubblicato nel 1252.

Questi primi provvedementi di stampo inquisitorio che, lo ribadiamo, colpivano uomini di profonda fede religiosa la cui unica colpa era quella di diffondere una diversa concezione del Cristianesimo o di invocare un ritorno della Chiesa al Cristianesimo primitivo, ebbero come effetto quello di creare un clima generalizzato di paura e di sospetto. L’espressione “timorato di Dio” ben si addice a questa situazione. Lo spirito inquisitorio della Chiesa lo si evince chiaramente da questo passaggio, tratto dal deliberato del Concilio Lateranense sopra citato:

«che ciascun arcivescovo o vescovo, da solo o attraverso un arcidiacono o altre persone oneste e idonee, una o due volte l’anno, ispezioni le parrocchie nelle quali si sospetta che abitino eretici; e lì obblighi tre o più persone di buona fama, o, se sia necessario, tutta la comunità a che, dietro giuramento, indichino al vescovo o all’arcidiacono se conoscano lì degli eretici, o qualcuno che celebri riunioni segrete o si isoli dalla vita, dai costumi o dal modo comune dei fedeli»

Con questa norma, la Chiesa si arroga il diritto di andare a cercare casa per casa gli eretici da processare, stabilendo il principio ispiratore dell’inquisizione che sarà poi la base giuridica dei Tribunali della Chiesa. Alla giustizia civile si affianca ora la giustizia religiosa, e l’Europa diventa di fatto una teocrazia.

L’istituzione della Santa Inquisizione si inserisce in questo quadro a fosche tinte, dove il candore della fede profonda e sincera del popolo è oscurata dal fanatismo religioso e dalla sete di potere di buona parte delle istituzioni cattoliche.

Per ingraziarsi la Chiesa, con la quale si trovò spesso in contrasto, e sfuggire ad una imminente scomunica, l’Imperatore Federico II di Svevia Re di Sicilia inserì nella sua Costituzione pene severe contro gli eretici che prevedevano il taglio della lingua e, in casi estremi, il rogo, recependo il decreto di papa Innocenzo III “Vergentis in Senium” del 1199 in cui il crimine religioso viene assimilato a quello politico.

Non deve stupire questa sottomissione delle autorità civili ai voleri della Chiesa, in quanto le finalità del potere temporale e di quello clericale coincidono nella visione delle mondo come espressione della volontà divina: è il mito agostiniano della Città di Dio che prende corpo. Pertanto l’affermazione e la difesa della fede cristiana costituiscono, per i regnati del Medioevo, una priorità politica assoluta che coincide con la missione religiosa della Chiesa. In definitiva nel Medioevo non vi è alcuna distinzione tra il religioso e il politico, entrambi perseguono lo stesso disegno descritto da Sant’ Agostino nella sua “De Civitate Dei”.

Nei secoli successivi la repressione del dissenso religioso inizia a perfezionarsi e il compito di individuare gli eretici è demandato alle singole diocesi. Sono i Vescovi, spesso in contrasto tra loro, a guidare la “nobile causa”. Naturamente con il pieno sostegno dei sovrani da loro consacrati. Si parla a questo proposito di “Inquisizione Vescovile”. La prima celebre vittima fu Arnaldo Da Brescia. A causa delle sue prediche contro la crescente corruzione del clero e per aver contestato il potere temporale della chiesa, fu arrestato e condannato all’impiccaggione. Il suo corpo fu poi bruciato e le ceneri disperse nel Tevere.

Nel basso Mediovo si inasprisce il contrasto tra i sostenitori di una Chiesa umile e la gerarchia ecclesiale. A Milano, nel 1056, sorge il movimento dei Patarini (da Patee, stracci in milanese, in quanto soliti riunirsi in un deposito di stracci).

Il movimento dei patarini prende origine dalla reazione del clero di base e dei ceti più umili nei confronti della casta ecclesiastica considerata corrotta e simoniaca. Dopo alterne vicende e diversi fatti di sangue come l’uccisione di Sant’Arialdo da Carimate, il movimento dei patarini si esaurisce. Molti dei suoi adepti rientrarono nei ranghi o si danno a vita eremitica, molti altri aderiscono alla prima crociata. Dalle ceneri del movimento dei patarini sorge, attorno al 1170, il movimento Valdese fondato da Pietro Valdo che viene scomunicato nel 1215 dal Consiglio Lateranense IV.

L’eresia catara

Il salto di qualità nella repressione del dissenso religioso interno al cristianesimo si attua con le spedizioni militari contro territori e città considerate eretiche. Il primo massacro indistinto di un’intera popolazione avviene con la lotta all’eresia catara, considerata l’eresia medioevale per eccellenza. Da quasto momento, con il coinvolgimento dell’esercito, la lotta all’eresia raggiunge l’apice della sua recrudescenza.

Il movimento Cataro si sviluppa sul finire del XII secolo, principalmente nell’Europa occidentale e atechisce in profondità nella regione francese della Linguadoca dove i Boni Christiani, come erano soliti chiamarsi, crearono una estesa rete di diffusione. Uno dei centri maggiori fu la cittadina di Albi, nella regione dello Champagne, motivo per cui i catari furono chiamati anche Albigesi.

L’affermazione della povertà assoluta (pauperismo) e il rifiuto del potere temporale della Chiesa consentirono ai Catari di affermarsi in larghi strati della popolazione, soprattutto presso i ceti poveri.

I Catari, il cui nome significa Puri, perseguivano una visione dualistica della religione in cui al Dio Padre, autore di tutte le cose buone ed eterne descritto nel Nuovo Testamento e padre di Cristo, si contrappone il Dio del Male (Satana), un Dio malvagio responsabile delle cose materiali.

Questa concezione, considerata una sorta di rinascita del manicheismo, è fortemente avversata dalla Chiesa che, al contrario, sostiene la tesi monoteista, secondo cui al Dio dei cristiani non può contrapporsi alcuna altra identità divina.

La loro convinzione che tutto il mondo materiale fosse opera del Male e che il corpo umano fosse una prigione per lo spirito, li portò al rifiuto della procreazione e di tutto ciò che essa rappresentava, come il rigetto di alimenti di origine animale (veri e propri Vegani ante litteram).

Secondo i Catari la salvezza dell’uomo sarebbe possibile solo a condizione di separare l’anima dal corpo attraverso la sofferenza fisica e la morte, da attuarsi senza alcuna mediazione, né del clero né dei sacramenti.

I Catari, inoltre, si ritenevano i veri depositari dell’insegnamento di Cristo e gli unici legittimati a chiamarsi suoi discepoli, perché come Cristo e gli apostoli nulla possiedono. Propugnavano per questo uno stile di vita semplice, casto ed austero.

La visione pauperistica dei Catari raccoglie l’eredita dei Patarini e Dei valdesi, e anche del movimento Francescano. Ma a differenza di questi – che nel contestare la crescente corruzione e immoralità della Chiesa Romana e nell’auspicare un ritorno al cristianesimo primitivo, si sarebbero accontentati di una riforma di ordine morale – la prospettiva Catara mirava a stravolgere la teologia cattolica e, con le sue istituzioni, a porre la Chiesa Catara su un piano alternativo al Cattolicesimo. Per questo motivo quella Catara è stata considerata dalla Chiesa di Roma come la più insidiosa delle eresie dai tempi degli ariani, e di conseguenza duramente repressa.

Il compito di sopprimere l’eresia catara fu affidato ai monaci Cistercensi che tentarono la conversione dei Catari per via pacifica, rimuovendo i prelati la cui condotta era ritenuta scandalosa, oppure organizzando pubblici dibattiti per tentare di confutare le loro tesi, ma senza sortire alcun effetto.

Risultò infruttuoso anche l’intervento di Domenico di Guzman. Anzi fu proprio l’esperienza in terra catara che convinse il futuro fondatore dell’ordine dei monaci Domenicani della necessità di affiancare alla predicazione anche uno stile di vita fatto di povertà, umiltà e carità, quale unico modo per apparire credibili di fronte al popolo affascinato dal comportamento irreprensibile degli Albigesi.

Papa Innocenzo III, costatata l’inefficacia della linea morbida, si convise che l’unica strada percorribile per estripare l’eresia Catara fosse quella della repressione.

Nel 1208 è organizzata la prima grande spedizione militare contro gli Albigesi, considerata a tutti gli effetti una crociata, la prima indetta da cristiani contro cristiani.

Alla Crociata, guidata dal legato pontificio Arnaud Amaury, partecipano credenti e cavalieri mossi da spirito religioso e attratti dall’indulgenza dei peccati. Vi aderiscono anche mercenari e avventurieri con licenza di bottino come i “Ribaldi” il cui nome, da quella vicenda, ha assunto il significato denigratorio che conosciamo.

Il Re di Francia Filippo Augusto sostiene con entusiamo l’impresa, in quanto vede l’occasione tanto attesa per estendere il suo controllo sulla regione Occitana, una delle più ricche e colte dell’Europa di quei tempi, da sempre indipendente. Anche in questo contesto, come per le crociate in Terra Santa, motivi religiosi e ideali si intrecciano con bassi interessi economici e di potere.

Ma quella che sembrava una facile e veloce spedizione punitiva, si trasformò in una lunga e cruenta guerra destinata a durare a lungo, nel corso della quale furono perpretati crimini orrendi.

Nella regione della Linguadoca – dove i fedeli godevano della tolleranza del conte di Tolosa Raimondo VI fu praticato un vero genocidio, paragonabile per ferocia e accanimento alla repressione giacobina in Vandea.

La prima città ad assere attacata fu Béziers nel 1209. Gli abitanti sono uccisi senza alcuna distinzione fra cristiani ed eretici, uomini, donne o bambini.

La conferma dell’eccidio in una relazione inviata a Innocenzo III dal suo rappresentante Arnaud Amaury, che scrive (Patrologia Latina, volume CCXVI):

«La città di Béziers fu presa e poiché i nostri non guardarono né a dignità né a sesso né a età, quasi ventimila uomini morirono di spada. Fatta così una grandissima strage di uomini, la città fu saccheggiata e bruciata; giusto risultato della vendetta divina contro i colpevoli!»

Il numero di morti è secondo alcuni esagerato, fu comuque preso per buono dalla Chiesa per esaltare l’entità del castigo per gli eretici e per chi li protegge o li tollera.

Leggendaria è divenuta la risposta del legato pontifico a un soldato che gli chiedeva come poter distinguere gli eretici dai cattolici rifugiatisi in una Chiesa che sarà data alle fiamme:

«uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi»

In realtà la frase, citazione della Seconda lettera a Timoteo di San Paolo, suonerebbe così: “Dio conosce quelli che sono suoi” L’autenticità della frase, riportata dal monaco tedesco cistercense Cesario di Heisterbach nel suo Dialogus Miraculorum, è stata a lungo contestata, ma oggi tende a essere accettata dalla maggioranza degli storici.

Il 15 agosto 1209 fu la volta di Carcassonne i cui abitanti furono risparmiati, ma costretti a lasciare la città completamente nudi, secondo alcune fonti, o solo con le braghe secondo altre.

Poi toccò a Lavaur nel 1211, messa a ferro e fuoco con ferocia. 400 Catari furono condannati al rogo. Con loro trovò la morte anche Giraude di Lavaur, sorella del comandante della guarnigione, gettata in un pozzo e lapidata dai crociati.

Nel corso del IV Concilio laterano del 1215 papa Innocenzo III giustificò le violenze perpetrate contro i catari e minacciò di scomunica le autorità civili che non avessero represso adeguatamente l’eresia.

Una replica dell’ecidio di Béziers si ebbe nel 1219 nei confronti della comunità catara di Marmande, in Aquitania. Quella che segue è la tragica descrizione del massacro attraverso le parole della “Canso de la Crosada”, un poema epico che narra le vicende della crociata albigese: 

«…le armate dei cattolici… corsero per la città, agitando spade affilate, e fu allora che cominciarono il massacro e lo spaventoso macello. Uomini e donne, baroni, dame, bimbi in fasce vennero tutti spogliati, depredati e passati a fil di spada. Il terreno era scivoloso di sangue, cervella, frammenti di carne, tronchi senza arti, braccia e gambe mozzate, corpi squartati… Il sangue scorreva dappertutto per le strade, nei campi, sulla riva del fiume…».

Una pausa nella guerra ai catari si ha con il trattato di Parigi del 12 aprile 1229, con il quale Raimondo di Tolosa, schieratosi inizialmente dalla parte dei Catari, si sottomette al Re di Francia ottenendo in cambio la restituzione dei territori della Linguadoca. Ma è una pace effimera: l’eresia è ancora lungi dall’essere estirpata.

Molti albigesi, anche se privi di appoggi politici e militare e nonostante la soppressione di tutte le chiese catare del sud di Francia, continuano la loro opera di proselitismo nella clandestinità. Molti altri decidono invece di rifugiarsi nella rocca di Montségur, per questo motivo additata dal clero cattolico come la “Sinagoga di Satana”.

Nell’estate del 1243, a seguito dell’uccisione di due inquisitori Domenicani con il loro seguito da parte dei Catari, le forze crociate attaccano la rocca di Montségur. Dopo un anno di assedio vengono poste le condizioni della resa: chi abiurerà avrà salva la vita, chi rifiuta sarà bruciato sul rogo. Oltre duecento fedeli si rifiutano di abiurare e vengono arsi vivi ai piedi della rocca. Il prato dove viene eretto il rogo sarà ribattezzato “prato dei bruciati”.

I pochi scampati trovarono rifugio a Sirmione, sul lago di Garda, dove fondarono diverse comunità. Nel 1276 una nuova spedizione militare, guidata dal vescovo di Verona Timide, si abbattè contro le roccaforti catare sul Garda che si concluse due anni dopo con il rogo di 166 eretici.

Nascita della Sacra Inquisizione

Dal 1231, per rendere più incisiva l’azione militare contro i catari, i quali nonostante le stragi e i roghi, continuano a diffondere la loro fede, e contro gli altri movimenti ereticali che si andavano moltiplicando, Papa Gregorio IX istituì la Sacra Inquisizione e affidò all’ordine dei Domenicani e a quello dei Francescani il compito di organizzare i tristemente noti Tribunali dell’Inquisizione, secondo una direttiva dello stesso papa che non lasciava adito a dubbi:

«Rimuovete la carne putrida con il ferro e con il fuoco, sterminate gli eretici»

Tra i tanti manuali scritti all’epoca ad uso degli inquisitori è rimasto celebre quello del frate Domenicano e inquisitore Generale del Regno D’Aragon Nicolau Eymerich “il Directorium Inquisitorum” del 1376, in cui spiega da quali segni riconoscere gli eretici,  come istruire un processo per eresia, quali domande tranello porre all’accusato e quando richiedere l’intervento del torturatore. Lo spirito di questo “Vangelo” è condensato in questa frase (Carlo Havas, “Storia dell’Inquisisizione”, Odoya, 2010):

«Bisogna ricordare che lo scopo principale del processo e della condanna a morte non è salvare l’anima del reo, ma… terrorizzare il popolo»

I tribunali traevano la loro leggittimità dal IV Concilio Lateranese del 1215 che, come detto, imponeva il controllo dei Parroci sugli abitanti delle loro diocesi al fine di individuare i sospetti di eresie (Inquisizione Vescovile).

Allo scopo di combattere più efficacemente la Riforma Protestante, l’Inquisizione fu poi rinnovata da papa Paolo III nel 1542 con la bolla “Licet ab initio”, con la quale si istituiva l’Inquisizione Romana del Santo Offizio (oggi Congregazione per la dottrina della fede).

Tredici anni dopo, nel 1555, Paolo IV ne ampliò notevolmente le competenze al fine di consolidare il potere teocratico della Chiesa. Furono infatti compresi i bestemmiatori e i simoniaci; inserì maggiori strumenti per la lotta agli omosessuali e diede maggiore impulso all’intolleranza verso la comunità ebraica.

La costituzione dei Tribunali dell’Inquisizione fu dettata, oltre che alla necessità di dotare l’apparato giudiziario di nuovi e più efficaci strumenti, anche dal bisogno di mettere ordine nei tribunali locale i quali, spesso improvvisati e condotti da magistrati digiuni di teologia e da Vescovi inadeguati, emettevano giudizi sommari e raffazzonati. Da evidenziare che nella repressione alle eresie il principio di legalità, per quanto discutibile e in contrasto con i canoni del diritto Romano e della nostra visione della giustizia, fu quasi sempre rispettato e applicato in modo rigoroso.

La procedura giudiziaria, detta per l’appunto inquisitoria, era caratterizzata dall’indagine segreta compiuta dal giudice sulla base di sospetti o delle delazioni che venivano fortemente incoraggiate dalla Chiesa che le riteneva un dovere dei buoni cattolici (Papa Gregorio IX arrivò a lodare le mogli e i mariti che denunciavano il loro coniuge e i figli che accusavano i genitori). Per finire sotto processo era sufficiente la dichiarazione giurata di due testimoni la cui identità rimanevano segreta.

Talvolta l’Inquisizione è stata mossa da avidità. Molti fedeli cristiani sono stati ingiustamente condannati come eretici e privati dei loro beni, spesso dopo aver subito torture, sulla base della testimonianza di persone animate da interesse personale, invidia o pura cattiveria.

Bisogna anche aggiungere che l’Inquisizione fu per la Chiesa e per i regnanti, fonte di enormi richezze provenenti dalla confisca dei beni dei condannati (che non erano sempre dei poveri contadini, ma spesso facoltosi commercianti e grandi proprietari terreni). Normalmente a dividersi i beni erano, in parti uguali, gli inquisitori, la Chiesa e le istituzioni civili. Mentre presso le sedi papali due terzi andavano agli inquisitori e un terzo al comune.   La giustificazione è condensata in questa frase:

«L’eretico non può possedere beni, che invece sono della Chiesa la quale non lo spoglia ma si riprende ciò che è suo…»

Si può quindi inmmaginare quanto l’avidità possa aver influenzato la giustizia ecclesiatica.

Da rilevare che, dal punto di vista prettamente giuridico, i tribunali dell’Inquisizione agirono quasi sempre con scrupolosità e rispetto delle norme in vigore, condotti da giudici competenti e teologi di alto livello, soprattutto quelli italiani che venivano dall’antica scuola del diritto romano. Alcuni processi durarono addirittura anni e la maggior parte si conclusero con l’assoluzione dell’imputato o con lievi pene. Anche il ricorso alla tortura era regolato da precise disposizioni che ne limitavano l’abuso o l’utilizzo come metodo ordinario.

Il giudizio di Dio o Ordalia, una procedura in uso nei tempi antichi basata sulla premessa che l’imputato veramente innocente sarebbe stata aiutato da Dio a superarare la dolorosa prova, era anch’essa disciplinata da una norma rigorosa.

Ai nostri occhi l’apparato procedurale dell’Inquisizione perde credibilità per la mancanza della terzietà del giudizio: a differenza del processo accusatorio previsto dal Diritto Romano – dove l’onere della prova ricadeva sull’accusatore, il quale veniva condannato alla pena prevista per il reato commesso se non riusciva a dimostrare la validità delle sue accuse – nel processo inquisitorio, non solo è l’accusato a dover dimostrare la sua innocenza, senza peraltro potersi avvalere di un avvocato difensore, ma accusatori e giudici erano gli stessi (sul medesimo iniquo sistema di giudizio si basarono i processi di Norimberga del 1945).

Il principio del processo inquisitorio fu poi ripreso da Robespierre con il terrore bianco, e nei processi staliniani dove chiunque fosse sospettato di essere un controrivoluzionario rischiava di finire al patibolo. Oltetutto senza godere del tipo di rigore processuale praticato dalla Santa Inquisizione.

La disciplina giuridica della Santa Inquisizione è comunque pervasa da un alone di ipocrisia. Un primo esempio riguarda le sentenze di morte che venivano emesse dai tribunali ecclesiatici, ma applicate dalle autorità civili alle quali veniva demandato il lavoro sporco, in modo tale da prenderne le distanze all’occorrenza.

Un secondo esempio riguardo l’uso della tortura che doveva essere applicata “preferibilmente senza spargimento di sangue”. A tale scopo furono inventati nuovi strumenti di sofferenza come la ruota che rompevano le ossa del malcapitatto senza provocare la fuoriuscita di sangue, mentre i ferri e le tenaglie venivano arroventati per cauterizzare la carne quando veniva lacerata. Anche il rogo rientrava nella direttiva in quanto la morte sopraggiungeva senza spargimento di sangue, salvo poi applicare metodi e strumenti sanguinari di cui abbiamo testimonanza che solo delle menti perverse e accecate dal fanatismo religioso hanno potuto concepire.

Un ruolo importante nell’ambito della prassi inquisitoria, fu quello dei medici. La normativa contemplata nel “Sacro Arsenale”,  manuale per inquisitori del Domenicano Eliseo Masini, prevedeva l’intervento di un medico nella fase preliminare dell’interrogatorio  allo scopo di rilevare l’eventuale presenza  sul corpo dell’imputato di segni riconducibili all’accusa di stregoneria e per verificare se fosse in grado di sopportare, sotto il profilo fisco e psicologico la tortura. Inutile dire che qust’ultima diretiva fu ampiamente disattesa.

A volte i medici giustificavano la loro incompetenza nel diagnosticare una malattia o l’inefficacia di una cura sostenendo che il paziente aveva subito un maleficio.

Comunque, per quanto leggittimate dal diritto vigente e applicate in modo rigoroso, rimangono delle pratiche aberranti, derivanti dalla visione totalizzante della Chiesa che pretendeva di controllare le coscienze del popolo per dirigere le sorti del mondo.

Da questo momento la persecuzione cristiana delle eresie diventa capillare, condita da zelo e fanatismo, e si interseca con le lotte di potere e smania di conquista di Papi e regnanti.

La strage dei Templari

L’ordine dei Cavalieri Templari fu costituito da Hugues de Payns, in occasione della prima crociata per proteggere i pellegrini che si recavano in Terra Santa.

Con la fine delle crociate, grazie alle enormi ricchezze accumulate con le donazioni e le transazioni monetarie (sono considerati i primi precursori del sistema bancario) e alla loro possente flotta, i monaci Templari acquisirono una forma di potere socio-economico, oltre che militare, estremamante rilevante.

I loro immensi tesori e le loro proprietà estese in tutta Europa, suscitarono gli appetiti del Re di Francia Filippo il Bello il quale, sulla base delle solite accuse di eresia, il fatidico venerdì 13 dell’ottobre 1307, li fece arrestare e condannare al rogo insieme all’ultimo Gran Maestro dell’Ordine Molay, non prima di aver inflitto loro atroci torture.

La Chiesa, inizialmente contraria, si associò al giudizio di condanna decretando la sopressione dell’Ordine dei Templari. I loro beni saranno confiscati e trasferiti all’antagonista Ordine degli Ospitalieri (oggi Ordine di Malta).

Dalle ceneri dell’Ordine dei Templari sorse in Scozia l’Ordine dei Cavalieri Massoni detti anche Liberi Muratori, in quanto grandi costruttori di Cattedrali. Le logge massoniche si diffusoro nei secoli successivi anche grazie al commercio degli schiavi, molto attivo in America, ed ebbero un ruolo importante nella guerra d’indipendenza Americana.

Torquemada e la Moderna Inquisizione

Nello sviluppo dell’istituzione inquisitoriale è di fondamentale importanza il ruolo svolto da Isabella di Castiglia e da Ferdinando d’Aragona i quali, riuniti i loro regni e consacrati Re Cattolici dalla Chiesa, utilizzarono i tribunali non solo per reprimere duramente gli eretici, ma anche come strumento di potere.

Il controllo dei tribunali dell’inquisizione spagnola preteso dai regnanti di Spagna portò a un forte dissidio tra corona e papato che si risolse con la nomina del Domenicano Tomás de Torquema a “Inquisitore generale dei Regni di Castiglia e di Aragona”.

Sulla figura di Toquemada, il giudizio è generalmente concorde con l’immagine tratteggiata dallo storico Juan Antonio Llorente, sacerdote e profondo conoscitore dell’Inquisizione spagnola di cui fece parte nel 1789, che lo definisce:

«Una persona dai tratti raccapriccianti responsabile della morte sul rogo di 10.220 persone, e della punizione con infamia e confisca dei beni di altre 27.000»

Dello stesso tenore è il giudizio di Shelly Klein. Attraverso il suo libro, “I Personaggi più malvagi della storia”, nel definire Tomás de Torquemada “gran persecutore di ebrei e falsi convertiti”, afferma:

«Responsabile dell’imprigionamento, della tortura e della morte di migliaia di spagnoli innocenti. Conosciuto come la Leggenda nera, egli sparse il terrore in tutto il Paese… sviluppando la sua istituzione con zelo implacabile e spietato fanatismo. Vestito dell’austera tonaca di frate domenicano, questo sadico emaciato e dagli occhi infossati riversò il suo odio sugli ebrei e sugli eretici costringendo ben 300.000 persone a lasciare la Spagna e distruggendo per sempre le loro vite»

Di diverso avviso è lo storico cattolico inglese William Thomas Walsh (1891-1949) secondo cui Torquemada è:

«un pacifico dotto che abbandonò il chiostro per espletare un incarico sgradevole ma necessario, cosa che fece con spirito di giustizia temperato da pietà e sempre con grande abilità e prudenza»

In entrabi i casi ci troviamo di fronte a giudizi fortemente influenzati dalla propria formazione culturale e religiosa.

Con Torquemada nasce la “Moderna Inquisizione”, che non si limita a colpire le singole persone sospettate di eresia, ma estende la sua attenzione a intere comunità o gruppi etnici, come gli ebrei convertiti al cattolicesiomo (chiamati con disprezzo marranos, maiali) accusati di mantenere in segreto la loro fede, e contro i musulmani sospettati di essersi falsamente convertiti al cristianesimo (moriscos).

Prima di proseguire nella trattazione è necessario evidenziare la situazione spagnola durante la dominazione araba della penisola Iberica, avvenuta dal 711 (caduta del Regno Visigoto) al 1492 con la presa del Califfato di Granada da parte cattolica.

La dominazione araba della Spagna fu caratterizzata da una grande tolleranza tra musulmani, cristiani ed ebrei e da uno straordinario sviluppo culturale, scientifico ed economico, cui contribuirono in maniera significativa anche gli ebrei che vivevano nella penisola Iberica da epoche remote.

Gli arabi realizzarono in Spagna una fiorente agricoltura grazie all’introduzione di moderne tecniche di irrigazione e all’importazione di nuove varietà vegetali come la canna da zucchero, il riso, il cotone e l’arancio; inoltre, abili commercianti, esportavano in tutta Europa i loro raffinati prodotti di artigianato. Ai cristiani, poveri e ignoranti, erano destinati i lavori più umili.

In questo quadro si inserisce il lavoro degli ebrei che si specializzarono, oltre che anch’essi nel commercio, in attività a carattere finanziario come il prestito a interesse e nelle professioni di medico che consentì loro di elevarsi economicamente (chiaramente non tutti ebrei svolgevano attività qualificate e molti di loro vivevano in povertà).

I cristiani, ammirati dall’elevato livello culturale e di civiltà degli arabi, iniziavano spontaneamente a convertirsi all’Islam diventando “Mozarabi” (arabizzati).

Con l’inizio della Reconquista e il passaggio di ampi territori sotto il controllo dei Re Cattolici, il clima di tolleranza religiosa instaurato dagli arabi è drasticamente mutato. Musulmani ed ebrei sono indotti a convertirsi al cristianesimo. Alcuni lo fanno spontaneamente, altri per convenienza, la maggioranza per costrizione.

Nel 1492 (anno della scoperta dell’America), con la caduta del Regno Musulmano di Granada si completa la riconquista cristiana della penisola Iberica. Nello stesso anno viene emesso un decreto di espulsione di tutti gli ebrei presenti in Spagna che rifiutano la conversione al cristianesimo. La cacciata comporta la requisizione di tutti i loro beni e l’azzeramento dei loro crediti, sopratutto dei prestiti che erano stati concessi alla Corona per finanziare le armate cristiane. La stessa sorte la subiranno i Musulmani nel 1502, nonostante le promesse dei reali di Spagna all’atto della capitolazione del Califfato di Granada.

Gli ebrei convertiti sono spesso accusati di praticare in privato gli antichi culti, da questo clima di sospetto matura il concetto di “Limpieza de Sangre”, prodromo del razzismo antiebraico.

La purezza del sangue si basa sul convincimento che gli ebrei falsamente convertiti, detti anche “Conversos”, possano corrompere la società dall’interno. Questa idea, che per Torquemada, nonostante fosse di origine ebraica, diventa una vera ossessione, porta all’esclusione dalla vita pubblica di tutti ebrei che non sono in grado di dimostrare, con appositi certificati, l’appartenenza alla fede cattolica da almeno sette generazioni.

In realtà, come afferma lo storico Thomas F. Madden nel suo articolo “La verità sull’Inquisizione spagnola” pubblicato sulla rivista Crisis Magazine del 9 Ottobre 2003:

«La stragrande maggioranza dei conversos era composta da buoni cattolici, semplicemente orgogliosi della loro eredità ebrea (…) Sebbene cristiani, numerosi conversos ancora parlavano, vestivano e mangiavano come gli ebrei. Molti rimasero nei quartieri ebrei per poter essere vicini agli altri membri della famiglia»

L’Inquisizione spagnola fu a tratti molto cruenta, soprattutto nei suoi primi quindici anni sotto la direzione di Torquemada che mandò al rogo circa 2.000 Conversos, e a Siviglia dove gli spagnoli, per fare fronte al numero crescente di esecuzioni e per risparmiare legna, s’inventarono un sistema di morte di tipo “industriale”. Si tratta dei “Quemaderos”, 4 enormi forni in grado ospitare fino a quaranta persone ciascuno che, ruotando sopra una caldaia alimentata a legna, cuocevano gli sventurati a fuoco lento prolungandone  per ore l’agonia. Funzionarono ininterrottamente per oltre tre secoli e vennero chiusi da Napoleone nel 1808 (A. Petta, “Gli scheletri dell’Inquisizione”).

Le sentenze di morte comminate dall’Inquisizione sono eseguite dalle autorità civili nella pubblica piazza e chiamate “Autodafè”, atto di fede. I condannati, se si pentono sono prima impiccati o decapitati, altrimenti sono bruciati vivi.

Gli eccessi nelle esecuzioni furono rimproverati da Roma e portarono, come detto, alla nomina, da parte dei reali di Spaga, di Torquemada come Inquisitore Generale, il quale fin da subito mette ordine ai tribunali locali e pone un freno agli abusi, ma nel contempo realizza un sistema repressivo che non lascia scampo ad alcuno. Istituisce un codice di procedura (Istruciones de la Santa Inquisiciòn) che provoca la morte, secondo alcuni studiosi, di oltre 100 mila persone, molte delle quali avvenute in prigione a causa degli stenti.

Non è da meno il suo successore, il Cardinale di Siviglia Jiménez de Cisneros, che si distigue per la dura repressione in nord Africa dove, a capo di una sorta di crociata, sostenuta dalle mire espansionistiche di Re Ferdinando e con la benedizione di Papa Giulio II, espugna la citta islamica di Orano (nell’odierna Algeria) massacrando o rendono schiava l’intera popolazione.

In precedenza Cisneros attuò una vasta campagna di conversione forzata dei Musulmani di Granada che ebbe come corollario la distruzione di tutti i testi arabi, con la sola eccezione dei trattati di medicina. Alla fine dell’operazione affermò soddisfatto che:

Non vi era rimasto alcuno in città che non fosse cristiano, e che tutte le moschee erano state trasformate in chiese

Claudio Lo Jacono, (“Storia del mondo islamico”, Torino, Einaudi, 2003)

Per quanto spietato, fu comunque un inquisitore riogoroso. A lui si deve la riforma dell’Inquisizione spagnola con l’introduzione di maggiori garanzie per l’imputato e maggior equità nei processi che portarono in seguito ad una riduzione delle sentenze di morte.

In tempi recenti il giudizio negativo sull’operato dell’Inquisizione spagnola è stato messo in discussione da due autorevoli storici, Peters e Kamen, che hanno dato l’avvio alla teoria della “Leggenda nera dell’Inquisizione” secondo la quale i Protestanti prima e gli Illuministi poi, avrebbero imposto una lettura distorta e ideologica dei fatti storici allo scopo di screditare la Chiesa di Roma e la Spagna Cattolica.

Questa teoria, poi ripresa da molti autorevoli medioevalisti come il nostro Franco Cardini, è stata supportata da un documentario della BBC del 6 novembre 1994 dal titolo “The Myth of the Spanish Inquisition” (Il mito dell’Inquisizione spagnola) in cui si sostiene che l’Inquisizione spagnola sia stata molto meno crudele di quanto generalmente si pensi.

In realtà, questa nuova corrente non contesta i fatti storici, che sono di per sé incontrovertibili, tenta di interpretarli in maniera alquanto “truffaldina”. Infatti i sostenitori della Leggenda nera basano la loro teoria su tutta una serie di ingannevoli distinguo, come la separazione tra inquisizione cattolica e inquisizione protestante in modo da ridurre il carico di responsabilità (soprattutto per qunto riguarda la caccia alle streghe), e sull’ipocrita presa di distanza dalle sentenze di morte emesse dai tribunali civili (tuttalpiù ammettono una sorta di concorso di colpa tra le autorità ecclesiastiche e il potere secolare nel reprimere le eresie), come se la violenta repressione del dissenso religioso con tutto ciò che, direttamante o indirettante, ha comportato, non fosse partita, e sempre sostenuta in tutta la sua virulenza, dalla Chiesa di Roma e a nulla valgono i singoli episodi di tollerenza e misericordia di alcuni Papi e singoli uomini di Chiesa, spesso citati, che si perdono nel mare di crudeltà dell’occidente cristianizzato.

L’Inquisizione spagnola sbarca nel Nuovo Mondo

Dopo la cacciata degli ebrei e dei musulmani dalla Spagna, l’inquisizione approda nelle Americhe.

Nei suoi primi decenni di attività oltre oceano, l’Inquisizione limitò la sua attenzione agli ebrei e ai protestanti con il malcelato scopo di depredarli dei beni che nel frattempo avevano accumulato. Non di rado fu anche costretta a intevenire per frenare gli eccidi delle milizie spagnole che, accecati dal miraggio dell’oro, con grande disinvoltura torturavano e uccidevano gli indios che si opponevano alla spogliazione dei loro templi.

Inizialmente non furono attuate campagne di conversione dei nativi in quanto si riteneva che gli indios non avessero un’anima. Furono inoltre lasciati tranquilli (quelli che sopravvissero alla guerra di conquista) per poterli utilizzare come schiavi nelle piantagioni e nelle miniere d’oro.

Successivamente, quando fu deliberato che gli indios avevano natura umana, seppur inferiore, iniziarono le conversioni di massa, che però avvennero con una certa benevolenza, essendo considerati dei primitivi inconsapevoli da condurre con mano verso la salvezza.

Fu invece la crudeltà dei Conquistadores di Cortes e Pizzarro che portò al genocidio dei nativi a cui contribuirono pesantemente le malattie trasmesse dagli europei, verso le quali le quali i nativi non possedevano le difese immunitarie adatte (avvenne anche il contrario, ma in misura nettamente inferiore).

Ad opporsi allo sfruttamento e al maltrattamento degli indios furono i Gesuiti.

Fondato nel 1540 da Ignacio de Loyola, la Compagnia di Gesù sbarcò nel nuovo mondo con l’intento di evangelizzare le popolazioni indigene.

A differenza di quanto avveniva in Europa, l’opera di conversione praticata dai Gesuiti avvenne pacificamente e rispettando, anzi valorizzando, le lingue, la cultura locale e portò alla costituzione di grandi proprietà terriere (le “Encomienda”) che producevano grandi quantità di prodotti agricoli (mais, ortaggi, vino, cacao, tabacco) e altri beni che esportavano in Europa. Fondarono diversi agglomerati urbani come la futura città di San Paolo.

Come avvenne un secolo prima per i Templari, gli enormi possedimenti e le ricchezze accumulate dai Gesuiti in America e nel vecchio continente grazie alla gestione economica avanzata da cui derivò un grande potere politico, suscitarono il timore (e gli appetiti) dei regnanti europei.

In particolare la corona di Spagna, che dominava gran parte del continente americano, vedeva nei Gesuiti un potere al servizio del Papa. Accusati di aver ordito attentati contro i reali del Portogallo e congiure in Spagna, dalla seconda metà del 1700 i Gesuiti furono espulsi da tutta l’America per poi essere sciolti sett’antanni dopo da papa Clemente XIV (saranno riabilitati da Papa Pio VII nel 1814).

Ben diverso fu il comportamento dei coloni protestanti provenienti dall’Inghilterra che si stanziarono del nord America, seguiti poi dalla feccia d’Europa. I padri pellegrini sbarcati sulle coste del nuovo mondo nel 1620 dalla nave Mayflower, portarono con sè tutto il loro bagaglio di fanatismo religioso e di razzismo biblico che fu scagliato sui nativi considerati esseri inferiori. I Pellerossa, secondo la morale puritana, potevano essere impunemente uccisi per depredarli delle loro terre.

Pochi sanno, ad esempio, che la tecnica della scotennatura praticata dagli indiani, fu sistematicamente ripresa dai coloni come prova dell’uccisione di un Pellerossa. Vittorio Messori, nel suo testo “Pensare la storia” (Ed. SugarCo, 2006), ci informa:

«Nel 1703 il governo del Massachusetts pagava 12 sterline per scalpo, tanto che la caccia all’indiano (organizzata con tanto di cavalli e mute di cani) diventò presto una sorta di sport nazionale, per giunta molto redditizio»

Il clima di disprezzo e di superiorità dei coloni americani nei confronti dei Pellerossa è riassunto nel motto, allora molto in voga:

«il miglior indiano è l’indiano morto»

La guerra civile tra cristiani

Tornando alle tormentate vicende Europee, con Martin Lutero e la nascita del movimento protestante che si afferma soprattutto in Germania e, nella forma Anglicana, in Gran Bretagna, si giunge alla guerra civile tra cristiani.

Al fine di contrastare le idee di Lutero e Calvino Papa Paolo III riorganizza il sistema inquisitorio medioevale e istituisce, con la bolla “Licet ab initio” del luglio 1542, la “Congregazione della Sacra Romana e Universale Inquisizione” o Sant’Uffizio (detta anche Inquisizione Romana).

Tra gli obiettivi di Paolo III troviamo l’Inghilterra scismatica contro la quale, nel 1538, indice una crociata per invadere l’isola. La velleitaria impresa fallirà sul nascere per il mancato appoggio delle monarchie europee.

Vittima eccellente della disputa tra cattolici e protestanti in Inghilterra fu l’umanista e politico cattolico inglese Tommaso Moro (Thomas More). L’autore di “Utopia”, per essersi rifiutato di riconoscere Enrico VIII come capo della nascente Chiesa d’Inghilterra (e anche per l’opposizione al suo divorzio), fu da questi condannato a morte e decapitato.

Il 24 agosto del 1572 a Parigi, e in altre città frances, migliaia di calvinisti, chiamati Ugonotti, sono uccisi nell’offensiva nota come “Notte di San Bartolomeo”. Alcune fonti parlano di 20.000 vittime.

La strage era stata voluta dalla regina di Francia Caterina de’ Medici per contrastare la crescente influenza politica dei nobili protestanti guidati dall’ammiraglio Gaspard de Coligny. Alla decisione di compiere l’efferrato eccidio non furono estranee le pressioni esercitate in tal senso da Papa Pio V. In una lettera indirizzata al figlio di Caterina, il giovane re di Francia Carlo IX , il pontefice raccomandava di:

«esterminare tutti que’ scellerati eretici, a massacrare tutti i prigionieri di guerra, senza aver riguardo per alcuno, senza rispetto umano, e senza pietà; imperocchè non vi poteva nè vi doveva mai esser pace fra Satana e i figli della luce (…) affinchè la razza degli empi non pullulasse di nuovo, ed anche per piacere a Dio, il quale preferisce ad ogni altra cosa che si perseguitino apertamente e piamente i nemici della religione cattolica»

La notizia della carneficina fu accolta con entusiasmo negli ambienti vaticani. Tale fu la gioia di Gregorio XIII, successore di Pio V, che fece immediatamente dipingere dal celebre Vasari in una sala del Vaticano, una serie di affreschi raffiguranti il massacro; fece addirittura coniare una moneta commemorativa con la propria effige da un lato e un angelo con la spada nell’atto di uccidere gli Ugonotti dall’altro, sormontati dall’eloquente motto: “Ugonottorum Strages 1572”

La successiva guerra dei trent’anni, avvenuta dal 1618 al 1648, tra cristiani cattolici e cristiani protestanti, provoca la morte del 40% della popolazione europea, soprattutto tedesca. Il culmine della recrudescenza si raggiunge nel 1631, quando la città protestante di Magdeburgo viene saccheggiata e rasa al suolo dalle truppe cattoliche: 30.000 persone, metà della popolazione, sono uccise. Scrive il poeta e storico tedesco Friedrich Schiller:

«In una sola chiesa si trovarono 50 donne decapitate e bambini che ancora succhiavano il latte dal petto delle loro madri senza vita»

In Italia la riforma protestante atechisce in forma minore rispetto al resto d’Europa, questo a causa della lunga tradizione cattolica e del forte controllo esercitato dall’Inquisizione Romana. Tuttavia in alcune località di confine con la Svizzera, dove il protestantesimo si è oramai consolidato, si costituiscono alcune comunità protestanti, come quella della Valtellina. In questi luoghi, nel 1620, si consuma una orrenda strage che sarà ricordata come il “Sacro Macello della Valtellina”.

Benedetta Rinaldi in un articolo apparso sulla rivista InStoria del Settembre 2011, ci riporta una descrizione dei fatti:

«In successione e con lucida crudeltà vengono uccisi quasi tutti i protestanti della comunità tiranese; viene poi messa a ferro e fuoco Teglio, dove si mette in atto una vera e propria strage all’interno della Chiesa evangelica stessa dove i protestanti avevano cercato rifugio, senza avere pietà per donne e bambini, arsi vivi nel campanile. Ultima tappa Sondrio, da cui solo un esimio gruppo di 70 persone armate riesce a fuggire e trovare rifugio in Engadina. Si calcola che in questo spaventoso pogrom, chiamato dallo storico Cesare Cantù Sacro Macello della Valtellina, siano state trucidate circa 600 persone»

Le vittime illustri dell’Inquisizione

Mentre le campagne militari seminano morte e distruzione nelle città eretiche, i tribunali dell’Inquisizione continuano a macinare sentenze. Tra le vittime illustri troviamo il frate domenicano Gerolamo Savonarola. Dopo tre processi è condannato all’impiccaggione e il suo corpo bruciato in Piazza della Signoria a Firenze il 23 maggio 1498 insieme a due suoi discepoli.

Il filosofo e monaco domenicano Giordano Bruno, per aver espresso dubbi sul dogma della trinità e sostenuto la teoria copernicana osteggiata dalla Chiesa, dopo un lungo peregrinare, viene processato per eresia e condannato a morte. Sarà arso vivo il 17 febbraio 1600 sul rogo eretto in Campo de’ Fiori a Roma.

Andò meglio (si fa per dire) al frate domenicano Tommaso Campanella, condannato più volte per eresia, trascorre 27 anni in prigione a Napoli, dove scrisse, nel 1602, la sua più celebre opera “La città del Sole”, un trattato utopistico sulla citta ideale che lo riporta alla “Repubblica” di Platone in cui emergono il rifiuto della proprietà privata ed una visione egualitarista e totalitaria della società.

Il padre della scienza moderna, Galileo Galilei, per aver sostenuto che la Terra gira intorno al Sole è processato come eretico dal Sant’Uffizio e condannato all’ergastolo. Per evitare il carcere a vita è costretto, il 22 giugno 1633, a rinnegare le sue concezioni astronomiche. Vivrà il resto dei suo giorni gli arresti domiciliari nella sua casa di Firenze.

Tra gli scampati alla morte troviamo Pico della Mirandola, umanista e filosofo. Proverbiale si è tramandata nei secoli la sua prodigiosa memoria (si dice che fosse in grado di tenere a mente qualunque opera appena letta e di recitarla al contrario, come faceva con la Divina Commedia). Condannato da una commissione di teologi e giuristi che considerano eretiche le sue tesi, è costretto all’abiura e a riparare in Francia dove viene nuovamente arrestato. E’ grazie alle proteste degli accademici di Francia e all’intervento di Lorenzo il Magnifico che evitò il carcere. L’assoluzione dall’eresia gli verrà un anno prima della sua morte, avvenuta il 17 novembre 1494.

Un caso a parte riguarda Giovanna d’Arco. La vicenda della La Pulzella d’Orléans si sviluppa sullo sfondo della guerra dei cent’anni che vide contrapposti i re di Francia e d’Inghliterra per il possesso della Francia. Catturata e abbandonata dal suo re, è tradotta in Inghilterra dove il tribunale dell’Inquisizione la condanna al rogo per eresia. La sentenza viene eseguita il 30 maggio 1431.

L’Indice dei libri proibiti

Tra i compiti della Santa Inquisizione, troviamo la soppressione dei libri considerati eretici. Il 30 dicembre 1558, su disposizione di papa Paolo IV, fu promulgato il primo indice, dei libri proibiti, detto anche “Indice Paolino”. Il decreto dell’Inquisizione Romana prescriveva, pena la scomunica,

«Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’Uffizio»

Nel 1571 venne istituita la Congregazione dell’Indice (Index librorum Prohibitorum) con il compito di individuare i libri ritenuti pericolosi per la fede e di esaminare i nuovi testi scritti da cattolici in tema di morale e/o di fede, prima di autorizzarne la pubblicazione tramite apposito “Imprimatur”, tuttora in vigore. La stesura del primo indice viene affidata a Monsignor Della Casa, l’autore del celebre Galateo.

Con la diffusione della Riforma Protestante il numero di testi messi all’Indice crebbe enormemente con l’inserimento di tutte le opere scritte da Calvino e Lutero. Poiché il protestantesimo si radicò soprattutto nell’area svizzero-tedesca, per non correre rischi, furono vietate tutte le opere – di qualsiasi autore e tema – provenenti dalla regione incriminata.

Anche le edizioni della Bibbia non in latino furono inserite nell’Indice, allo scopo di impedire al popolo di apprendere il messaggio biblico direttamente dai testi sacri scritti nella lingua parlata (volgare) e, viceversa, per rendere la Bibbia accessibile solo a chi conosceva il latino (in pratica solo ai chierici che, di fatto, erano gli unici depositari del sapere religioso e non).

Tra i più accessi sostenitore della censura della Chiesa troviamo il Cardinale Bellarmino. In una lettera indirizzata agli inquisitori italiani del 1614 il teologo gesuita, grande accusatore di Galileo Galilei e responsabile del rogo di Giordano Bruno, esprime la sua preoccupazione per la diffusione persistente di:

«libri infetti e perniziosi»

e invita gli inquisitori ad aumentare la vigilanza per:

«ovviare almeno che simil peste de’ libri non infetti queste parti d’Italia»

Succedeva infatti che i libri eretici provenienti dai paese Protestanti giungessero in Italia clandestinamente, nascosti tra le merci. Altro espediente fu la sostituzione della copertina originale con un’altra recanti un innocuo titolo, falsi autore e luogo di pubblicazione.

Come si può facilmente comprendere la censura della Chiesa sulla stampa limitò fortemente la diffusione delle idee e costrinse i pensatori dell’epoca, per non incorrere nei rigori dell’Inquisizione, ad evitare di trattare argomenti che potessero poi risultare in contrasto con i dogmi della fede. Questa forma di autocensura diventa pertanto una necesità irrinunciabile per molti scrittori, ma anche per molti librai che spesso si rifiutano, per gli stessi motivi, di pubblicare testi di natura teologica.

Persino Paolo Sarpi, nonostante la sua opera Istoria del Concilio Tridentino pubblicata nel 1619  fu  posta all’Indice dei libri proibiti, avvalla la censura affermando:

«La materia de’ libri par cosa di poco momento perché tutta di parole; ma da quelle parole vengono le opinioni del mondo, che causano le parzialità, le sedizioni e finalmente le guerre. Sono parole sì, ma che in conseguenza tirano seco eserciti armati»

Va aggiunto, ad onor del vero, che il vizio della censura, a cui si aggiunge il conformismo intellettuale, non è una esclusiva clericale, ma antico quanto il mondo e tuttora presente, soprattutto nel contesto politico.

Introdotta per combattere l’eresia, ben presto, partendo dai testi a carattere religioso, l’Indice si estende ai testi letterari e scienticifici. Ad essere colpite sono soprattutto le opere di astronomia come gli studi di Niccolò Copernico sulla dimostrazione matematica della teoria eliocentrica; di Giovanni Keplero sul moto dei pianeti; di Galileo per il suo “Dialogo sopra i massimi sistemi” in cui sostiene la teoria copernicana; di Renato Cartesio le cui opere sono messe all’indice nel 1633, nonostante fosse unanimamente considerato uno dei padri della matematica (si pensi al piano cartesiano) e precursore del moderno pensiero scientifico (suo è il motto: “Cogito, ergo sum”). Spinoza, anche le sue opere (tra cui la più eminente, l’Ethica) saranno inserite nell’Index in quanto accusato di riprende il pensiero di Cartesio sul rapporto tra spiritualità e materia.  

Non sfugge ai rigori dell’Inquisizione neppure Niccolò Machiavelli. Il libro più famoso dello scrittore fiorentino “Il Principe”, per aver sostenuto la tesi secondo la quale la politica va sottratta alla sfera religiosa, in antitesi a Sant’Agostino e Tomaso d’Aquino per i quali la politica è vista come una branchia della religione, è messo al bando nel 1559. Continuerà comunque a circolare seppur clandestinamente, segnando una pietra miliare nella storia del pensiero politico moderno.

La lettura dei testi proibiti era tuttavia consentita per motivi di studio. L’autorizzazione, detta “patente di lettura,” veniva rilasciata dal Sant’Uffizio a studiosi di  provata fede per un periodo massimo di tre anni. Le donne ne erano comunque escluse.

Libri al rogo

Il 9 settembre del 1553, nel giorno del capodanno ebraico, avviene il primo rogo di testi Rabbinici decretato dal tribunale Romano della Santa Inquisizione. Sono date alle fiamme, tra gli applausi dei romani in Campo de’ Fiori, tutte le copie del Talmud che gli ebrei residenti nello Stato Pontificio sono stati obbligati a consegnare.

I roghi si succedono in molte altre località, e ovunque si ripetono le stesse scene di disperazione degli ebrei per la riduzione in cenere dei loro testi sacri e di derisione dei cristiani che assistono compiaciuti alla scena.

Neppure la Bibbia scampa alla furia inquisitoria. Nel 1631 papa Urbano VII ordina a tutti i possessori di copie della Bibbia scritte in lingue diverse dal latino di consegnarle alla Chiesa per essere bruciate, pena la denuncia alla Santa Inquisizione.

L’esempio sarà poi seguito nella nostra epoca dagli studenti nazionalsocialisti che nel 1933 bruciarono in piazza i testi ebraici e i libri contrari al nuovo spirito tedesco. Ai nostri giorni, non essendoci più gli strumenti coercitivi per bruciare i libri, si ricorre al carcere per gli scrittori scomodi, come nel caso dei ricercatori che scavano a fondo sull’Olocausto portando alla luce fatti e documenti che potrebbero ridimensionare la portata storica della persecuzione ebraica.

Per l’abolizione dell’Indice bisognerà aspettare il Concilio Vaticano II del 1966, anche se i suoi effetti sulla cultura italiana rimarranno a lungo.

Sfogliando il lungo elenco dell’Indice, troviamo le opere di personaggi illustri che hanno fatto la storia del pensiero umano quali:Alexandre Dumas, Cartesio, D’Alembert, Daniel Defoe, David Hume, Diderot, Émile Zola, Flaubert, Francesco Bacone, George Berkeley, Henri Bergson, Honoré de Balzac, Immanuel Kant, John Locke, Montesquieu, Pascal, Proudhon, Rousseau, Stendhal, Voltaire, Hobbes, Victor Hugo.

Tra gli italiani troviamo: Antonio Fogazzaro, Antonio Rosmini, Benedetto Croce, Cesare Beccaria, Ernesto Bonaiuti, Francesco Guicciardini, Gabriele D’Annunzio, Giacomo Leopardi, Giovanni Gentile, Luigi Settembrini, Niccolò Tommaseo, Pietro Verri, Ugo Foscolo, Vincenzo Gioberti, Vittorio Alfieri.

Tra gli ultimi ad essere inseriti nella lista vi sono: Alberto Moravia, André Gide, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir.

Molte importante opere sono stati incluse nell’indice e sottratte al comune sapere: l’ Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, il De Monarchia di Dante Alighieri, l’ Opera Omnia di Guglielmo di Occam, il Decamerone di  Boccaccio.

La caccia alle streghe

L’epoca della lotta alle eresia sta per finire, ma non il lavoro dell’inquisizione che a partire dalla seconda metà del 1400 – quando con l’Umanesimo e il Rinascimento la cultura europea tenta di cambiare pagina – intrapprende una nuova campagna: la caccia alle streghe.

La stregoneria nasce dalla trasformazione in reato di tutti quei riti ancestrali, bagaglio di una forte tradizione popolare radicata nei secoli in Europa, voluta dalla Chiesa per accrescere la sua ingerenza e il suo controllo nella vita sociale dei singoli al fine di costruire un’unica etica collettiva plasmata sulla religione cristiana. Infatti questo fenomeno fu del tutto assente nell’area islamica.

Tutto ha inizio con la personalizzazione del diavolo. Fino ad allora Satana era considerato nell’immaginario collettivo come una figura un po’ vaga, relegata all’inferno a tormentare le anime dannate, e che ogni tanto appariva sulla terra per sobillare gli spiriti deboli.

La figura del diavolo assunse dei contorni più definiti, e con esso la figura della strega, con il sopraggiungere delle grandi epidemie come la peste nera che dal 1347 al 1352 imperversò in tutta Europa uccidendo un terzo della popolazione e che, per un inspiegabile motivo, colpì maggiormente gli uomini.

Si incominciò quindi a diffondersi l’idea che la causa delle pestilenze, e delle carestie degli anni successivi, fosse il diavolo per mano delle streghe (anche se ad essere accusati di stregoneria furono in diverse occasioni anche individui di sesso maschile) alle quali venivano addebitate tutte le circostanze nefaste che si potevano verificare: siccità, carestie, moria di animali e fenomeni negativi allora inspiegabili.

In questo modo, con l’identificazione di un capro espiatorio manovrato da Satana, si allontanava dal popolo l’idea di un Dio insensibile e impotente di fronte alle sofferenze umane. Forti in questo dell’assunto di San Tomaso il quale affermava che il Diavolo era libero di compiere qualsiasi misfatto. Individuato il nemico, si passò alle vie di fatto.

L’apertura ufficiale della caccia alle streghe è datata 5 dicembre 1484, quando Papa Innocenzo VIII emanò la bolla Summis desiderantes affectibus”:

«Uomini e donne allontanatisi dalla fede cattolica hanno ceduto ai diavoli,  e con i loro incantesimi, i loro malefici, le loro magie ed altre esecrande offese uccidono infanti ancora nel grembo materno e la prole del bestiame, distruggono i frutti della terra … impediscono agli uomini di compiere l’atto sessuale e alle donne di concepire»

e conferì ai frati Domenicani (sempre loro…) i pieni poteri per la repressione della stregoneria in alcune regioni della Germania.

Per rendere più incisa l’opera della giustizia ecclesiastica contro le streghe, i frati Domenicani Sprenger e Kramer, incaricati di estirpare le radici del male, nel 1486 danno alle stampe il “Malleus Maleficarum”, meglio noto come “Martello delle Streghe”.

In questo libro, che ebbe enorme diffusione, sono decritti i malefici operati dalle streghe, indicati i mezzi per riconoscerle, le tecniche degli interrogatori e i tipi di torture da applicare per estorcere le confessioni. Insomma, una sorta di manuale del perfetto inquisitore che per tre secoli fu presente sul banco di giudici e sul tavolo dei magistrati.

I due autori oltre ad un evidente ossessione per il sesso, nutrivano un odio profondo per le donne, colpevoli secondo loro di:

«lasciarsi sedurre dal diavolo e di accoppiarsi con lui»

In quest’opera terribile, che pare la sceneggiatura di un film horror, troviamo pagine e pagine di perversione tese a umiliare il mondo femminile, che portarono ad una morte atroce un numero impressionante di donne innocenti.

«… Non sorprende che le donne, deboli di mente e di corpo come sono, si facciano tanto spesso streghe … La donna è la lussuria carnale personificata … Se una donna non riesce ad avere un uomo, si unisce al diavolo in persona»

Questa avversione per le donne, seppur esasperata dagli autori del Malleus, rispecchia la mentalità misoginia diffusa dalla Chiesa medioevale, che vedeva nel sesso femminile la causa del peccato originale e fonte di continua seduzione. Dal Libro della Genesi 3,1-16 leggiamo:

Eva, sedotta dal serpente, porge la mela ad Adamo. Entrambi sono rimproverati da Dio, che dice ad Eva: “Moltiplicherò i tuoi travagli ed i tuoi parti; partorirai tra i dolori i tuoi figli; sarai sotto la potestà del marito, ed egli ti dominerà.

Tra le vittime della caccia alle streghe troviamo anche le levatrici, spesso accusate di causare la morte dei neonati durante il parto o subito dopo la loro nascita conficcandogli degli aghi nelle fontanelle della testa, in questo modo, privi di battesimo, finivano direttamente tra le braccia di Satana. In un passsaggio del manuale degli Inquisitori troviamo la seguente aberrante affermazione:

“Nessuno causa più danni alla fede cattolica, quanto le levatrici”.

Gli storici medioevalisti sono concordi nell’attribuire alle prediche di San Bernardino da Siena l’inizio della caccia streghe.

Nei primi anni del 1400 San Bernardino si scaglia con violenza contro le streghe responsabili, a suo dire, delle sciagure e afferma senza mezzi termini che vanno sterminate. Costante il suo riferimento alle Streghe di Benevento, una credenza popolare di origine pagana risalente alla dominazione Longobarda che alimentò fino a farla diventare una psicosi collettiva, e i cui effetti non tardarono a manifestarsi.

Per volere di San Bernardino, Il 28 giugno 1424 sulla Piazza del Campidoglio a Roma, fu bruciata viva la prima strega, la fattucchiera Finnicella. Con questa prima esecuzione partiva da Roma, culla della Cristianità, la campagna contro le streghe che avrebbe insanguinato l’Europa e il nuovo mondo.

Per incriminare una donna di praticare la stregoneria non servivano prove, bastava il giuramento di due o tre “testimoni” di aver assistito ad un maleficio, il processo che ne seguiva in pratica serviva ad estorcere la confessione. L’ossessione raggiunse livelli tali che furono guardate con sospetto financo le donne dai capelli rossi. Anche i gatti neri non sfuggirono alla psicosi colettiva diretta dalla Chiesa. Furono torturati e bruciati in quanto ritenuti incarnazione di satana (già nel 1233 papa Gregorio IX emanò la bolla Vox in Rama che dava l’avvio allo sterminio dei gatti neri quali incarnazione di Satana e delle loro padrone).

Poiché si supponeva che fossero possedute dal demonio, le streghe non avevano diritti e si potevano pertanto torturare e uccidere senza alcuno scrupolo morale. Secondo il Martello delle Streghe qualsiasi mezzo per combattere Satana era lecito, comprese le false promesse. Gli inquisitori erano quindi invitati a ingannare le vittime:

«Promettete loro una pena minima se si dichiareranno colpevoli, e una volta condannate, comminate loro la pena promessa e poi bruciarle; promettete inoltre di non condannare le streghe che ne incriminano altre e poi chiamate un altro inquisitore per farlo»

La tortura, da strumento estremo verso gli eretici divenne prassi con le streghe. Lo scopo di era duplice, costringerle a confessare – in quanto solo con la confessione poteva essere emessa la sentenza – e indurle a denunciare altre presunte streghe e chi le proteggeva. In tal modo si realizzava una spirale persecutoria senza fine – in alcuni villaggi dopo il passaggio della la furia inquisitrice rimasero in vita pochissime donne e una fonte di cospiqui arricchimenti, poiché alla condanna era associata la confisca dei beni posseduti dal reo e dalla sua famiglia. I famigliari della vittima erano inoltre tenuti a pagare al torturatore il costo delle supplizie praticate secondo un tariffario, elaborato dall’arcivescovo di Colonia, che prevedeva un prezzo per ogni “prestazione”.

Alla fine del primo ciclo di tortura alla sventrata veniva posta la domanda:

«Hai partecipato al sabba? Devi solo rispondere si o no, ma ricordati che se rispondi no la tortura continua»

Inutile sottolineare che le sventurate alla fine confessavano, se non morivano prima o si suicidavano o uscivano di senno per le supplizie subite.

Condotta al patibolo, prima di appiccare il fuoco, alla Strega veniva proposto “l’atto di fede”: se si pentiva otteneva il “privilegio” di venire strangolata prima dell’esecuzione, in caso contrario veniva arsa viva.

Il Malleus fu utilizzato non solo dai Cattolici, ma anche dalle nascenti Chiese protestanti. La Riforma di Lutero del cattolicesimo aveva rigettato tutto, tranne la caccia alle streghe, che fu intensificata e attuata in modo raccapriciante.

Alla fine del Seicento, con la diffusione della stampa, l’isterismo varcò l’oceano e si estese alle colonie puritane degli anglosassoni in America, dando luogo ai tristemente famosi processi di Salem, in cui venne dato credito perfino alla fantasia dei bambini per condannare al rogo le presunte streghe. Il giornalista storico Eugenio Spagnuolo su Focus del 5 Maggio 2015 riporta quanto segue:

Nel 1692 a Salem scoppiò una delle più grandi cacce alle streghe della Storia: 19 persone vennero condannate a morte per stregoneria, più di 50 subirono torture e a centinaia scontarono l’onta del processo. Per essere accusati bastava poco. Per esempio… tenere latte avariato o avere un aspetto trascurato.

Il culmine del delirio fu raggiunto in Europa nella sanguinosa guerra dei Trent’anni tra cattolici e protestanti (anche se le iniziale motivazioni religiose furono poi superate dalla rivalità franco-asburgica che si contendevano le spoglie del Sacro Romano Impero) svoltasi nella prima metà del 1600.

Le persecuzioni iniziarono nella regione di Würzburg ad opera del Principe-Vescovo von Ehrenberg il quale diede l’avvio a numerosi processi di massa per stregoneria che colpirono tutti gli strati della società, compreso il clero e la nobiltà. Questa ondata persecutoria portò, nel 1630, alla morte nella città di Würzburg di 219 uomini, donne e bambini bruciati sul rogo e di altre 900 persone uccise nelle zone rurali della provincia (Robin Briggs, “Witches and Neighbors”, Penguin Books, New York, 1996).

Poco prima, tra il 1587 e il 1593, l’arcivescovo di Treviri mandò al rogo circa 360 streghe. Altre 500 presunte fattucchiere furono condannate a morte dal Vescovo di Ginevra negli stessi anni. In Francia, nel Vescovato di Trier, nel 1585, in ben due paesini era sopravvissuta una sola donna.

Nella città di Bamberg in Baviera fu addirittura costruito un carcere, il famoso “Drudenhaus” (Carcere delle Streghe), dove furono rinchiuse centinaia di donne inquisite, tra le quali le oltre seicento streghe che l’Arcivescovo e Principe von Fucs Dornheim fece morire tra le fiamme nel decennio 1623-33.

Tra le vittime troviamo anche Johannes Junius, il borgomastro di Bamberg. Accusato di stregoneria, come la moglie bruciata al rogo otto mesi prima, fu orrendamente torturato. Con le mani stritolate dai ferri riuscì comunque a scrivere una lettera alla figlia, recapitata da una guardia con la promessa di ricompenza, per indurla fuggire. Nella missiva, datata 1628, l’uomo scriveva:

«chi veniva torturato aveva solamente due possibilità: o diventava veramente una strega, inventandosi delle scuse plausibili, oppure si lasciava torturare fino ad essere ucciso»

Sempre in Braviera le cronache ci riportano uno dei dei casi giudiziari più sconcertanti e ben documentati dell’epoca, quello della famiglia luterana di Paulus Pappenheimer avvenuto nel 1600, quando la regione era ancora legata al cattolicesimo.

I suoi membri, padre, madre e i due figli maggiori furono accusati di stregoneria e giustiziati al rogo. Un particolare raccapricciante riguarda la tortura cui fu sottoposta la madre Anna: le furono strappati i seni con una tenaglia arroventata e cacciati a forza nella bocca dei figli maggiori. A questa scena e alle torture subite dal padre e dai fratelli fu costretto ad assistervi il figlio minore Hoel di soli dieci anni, il bambino seguì la stessa sorte dei genitori alcuni mesi dopo a Monaco, bruciato con altre cinque persone.

Lo storico Joseph von Hormayr nella suo opera “Taschenbuch für die vaterländische Geschichte” del 1844, ci riporta quanto scoperto in una cronaca di quegli anni riferito alla vicenda della famiglia Pappenheimer (Pappenheimer era un soprannome, il nome reale era Gamperl).

« Il 29 luglio 1600, a Monaco di Baviera, sei persone furono giustiziate nel modo seguente: il vagabondo e mendicante Paul Gamperl venne impalato, la moglie aveva i seni tagliati e sia lei stessa sia due dei suoi figli avevano quei seni sulle loro bocche; inoltre, altri due uomini furono condannati e tutti e sei vennero pizzicati con pinze incandescenti: dopo che le loro braccia si ruppero a causa dell’urto della ruota, essi poi finirono bruciati vivi»

Come detto, nella caccia alle streghe si distinsero per fercia persecutoria i Protestanti. A Ginevra Calvino, con fredda determinazione, mandò al rogo decine streghe accusate di diffondere la peste coi loro malefici.

Di rimando Martin Lutero, nei suoi “Discorsi a tavola”, conversazioni che teneva a tavola con sua moglie Katharina von Bora e i suoi allievi e collaboratori, e a cui spesso partecipavano illustri personaggi, afferma senza mezzi termini:

 «è giusta legge uccidere le maghe, ché sono causa di molti danni, ciò che talora si ignora; possono rubare il latte, il burro e tutto da una casa…Possono stregare un bambino sì che grida tutto il tempo, non mangia più, non dorme più. Possono provocare anche malattie misteriose nel ginocchio umano, talché il corpo si consuma. Ne ho visto qualcuna, di quelle donne. Bisogna ammazzarle tutte»

Le regole di garanzia a favore dell’imputato e i limiti di utilizzo della tortura previsti nei processi di eresia furono disattesi nei procedimenti contro le streghe, in quanto considerati un “Crimen Exceptum”, un crimine eccezionale.

Attorno al 1500 la stregoneria venne definita dai governi un crimine secolare. Questo cambio di definizione, che riuni in un unico contesto accusatorio sia crimini contro la fede (le eresie) che quelli contro la società (le streghe), portò i tribunali dell’Inquisizione ad essere sostituiti da quelli civili (comunque presieduti da figure religiose), particolarmente attivi nei paesi di lingua tedesca dove i tribunali ecclesiatici vennero spazzati via dalla riforma protestante.

Così facendo la Chiesa ottenne un appoggio pressoché incondizionato dal potere secolare che le permetteva, facendo leva sulla bivalenza del reato, di applicare con maggior efficacia il suo controllo sulle masse popolari, in particolare su quelle contadine maggiormente esposte, per via delle tradizioni rurali, all’accusa di stregoneria.

I tribunali locale si dimostrarono molto più cruenti di quelli religiosi in quanto maggiormente esposti, soprattutto nei villaggi, ai frequenti fenomeni di isteria popolare, e perché meno rigorosi delle norme e della prassi della vecchia Inquisizione.

Il numero delle vittime di questa sorta di isteria collettiva durata ben tre secoli (l’ultima strega condannata in Europa fu Anna Göldi, bruciata nel 1782 a Glarona, in Svizzera) è ancora oggi largamente dibattuto. Stabilirne l’entità è praticamente impossibile a causa della perdita nel tempo dei documenti processuali e dalla discutibile attendibilità dei cronisti dell’epoca, spesso influenzati dal clima – per l’appunto di caccia alle streghe – che consigliava loro di riportare i fatti con la massima prudenza.

Inoltre, le cifre che emergono dalla storiografia sono pesantemente influenzate dalla formazione culturale e ideologica dei ricercatori storici che si sono cimentati in questa materia.

Si passa dalle cifre sicuramente esagerate degli scrittori illuministi di fine 700, che si si distinsero per il loro astio verso la Chiesa e la religione, e della stampa anticlericale ottocentesca, ai numeri irrisori degli studiosi di fede cattolica. Ognuno, come si suol dire, porta acqua al suo mulino (purtroppo a scapito della vera conoscenza).

Si può al massimo azzardare l’ordine di grandezza, che fu sicuramente nell’ordine delle centinaia di migliaia. Ma, come vedremo in seguito nelle conclusioni di questo breve saggio, non è il numero di vittime, pur importante, che conta, bensi le motivazioni che portarono a questa immane tragedia che fu la caccia alle streghe, naturale prosecuzione della lotta alle eresie.

La persecuzione cristiana degli ebrei

Nel quadro della lotta contro i nemici della Chiesa, si inserisce a pieno titolo la persecuzione ebraica. Partendo dalla accusa di deicidio (l’aver voluto la morte di Gesù) la storia degli ebrei nel mondo cristiano non conosce pace.

Tutto ebbe inizio con Costantino che proibisce il matrimonio tra cristiani ed ebrei e impone alcune restrizioni, come il divieto di avere cristiani al loro servizio. Fin qui nulla di drammatico.

Il punto di svolta si ha con San Giovanni Crisostomo, Patriarca di Costantinopoli il quale, con le sue omelie “Contro i Giudei” del 386-387, è il primo a parlare a nome della Chiesa contro gli ebrei.

Agli occhi San Giovanni Crisostomo le sinagoghe sono

«postriboli, caverne di ladri e tane di animali rapaci e sanguinari»

mentre i giudei sono visti come

«animali che non servono per lavorare ma solo per il macello… mentre infatti le bestie danno la vita per salvare i loro piccoli, i giudei li massacrano con le proprie mani per onorare i demoni, nostri nemici, e ogni loro gesto traduce la loro bestialità»

Perentorio, invita i cristiani a non avere

«niente a che fare con quegli abominevoli giudei, gente rapace, bugiarda, ladra e omicida»

Il repertorio di frasi ingiuriose e false calunnie contenute delle opere del teologo cristiano diventeranno un classico nella pubblicistica antiebraica dei secoli a venire.

La studiosa Jules Isaac nella sua ricerca “Genèse de l’antisémitisme” pubblicata nel 1956 afferma:

«Bisogna riconoscerlo con tristezza: quasi tutti i Padri della Chiesa hanno partecipato, ognuno con la propria pietra, a queste gesta di lapidazione morale […] ma in questa illustre corte, venerabile sotto altri punti di vista, due nomi, tra tutti, hanno diritto ad una menzione speciale: San Giovanni Crisostomo per l’abbondanza e la ferocia delle invettive, e per lo straripamento degli oltraggi; e il gran dottore della latinità, Sant’Agostino»

Sull’esempio di Crisostomo le predicazioni contro gli ebrei si moltiplicano, e verso la comunità ebraica di Roma, la più antica d’Occidente, iniziano a manifestarsi le prime intolleranze, per ora limitate a disturbare i fedeli durante la preghiera del sabato ebraico. Ma è un crescendo che rischia di sfociare nella violenza fisica.

Interviene Papa Gregorio Magno (590-604) che tenta di porvi un freno e di rincondurre la controversia tra cristiani ed ebrei nel campo teologico.

In effetti, fino all’XI secolo le comunità ebraiche in Europa non ebbero nulla da temere, tranne sporadici e spontanei episodi di violenza, il più delle volte dettati da invidia per la posizione economica rilevante raggiunta da molti ebrei grazie alla pratica         dell’usura e per il loro forte senso di appartenza che li spinge a isolarsi dalla società.

Con l’avvento delle crociate, infarcite di fede profonda e fanatismo religioso, inziano le prime ostilità nei loro confronti, che proseguiranno in crescendo per tutto il Medio Evo e ben oltre, fino a sfociare nei massacri, nei ghetti e nel segno distintivo sugli abiti.

Ma non è solo l’avversione religiosa a motivare questo astio verso i giudei. L’altro motivo è prettamente economico: tutti dovevano soldi ai banchieri ebrei, perfino i re. Quando l’indebitamento raggiungeva livelli insostenibili ecco riemergere l’antiebraismo che portava alla cacciata degli ebrei e, di conseguenza, alla cancellazione del debito.

Pietro l’Eremita, al secolo Pietro d’Amiens, è un monaco predicatore. Vestito di stracci, sul dorso di un asino, gira in lungo e largo la Francia a infiammare gli animi allo scopo di raccogliere adesioni per la liberazione di Gerusalemme invocata da Papa Urbano II.

Nel maggio del 1096 la “crociata dei pezzenti” (così chiamata in quanto costituita in massima parte da povera gente, a differenza di quella dei nobili guidata da Goffredo di Buglione che libererà Gerusalemme nel 1099 ) si mette in viaggio.

La totale disorganizzazione e la mancanza di scorte di cibo, porta questa armata brancaleone a saccheggiare le città lungo il loro cammino. Forti della loro fede e convinti della superiorità della nobile causa, i seguaci di Pietro l’Eremita depredano e incendiano prima Belgrado, abbandonata dai suoi abitanti alla vista dei crociati, e poi la città di Zemun. L’intervento dell’esercito Ungherese costrinse molti di loro a fare dietro-front.

E’ in tale contesto di esaltazione e fanatismo che riprende vigore l’antiebraismo deicida, alimentato dal racconto dei pellegrini di ritorno dalla Terra Santa che affermavano di aver subito maltrattamenti e di essere stati impediti nell’accesso ai luoghi sacri da parte, non solo dei Turchi Selgiuchidi che dal 1071 avevano preso possesso di Gerusalemme, ma anche degli ebrei. Tutto ciò servì ai seguaci di Pietro l’Eremita per giustificare le razzie a danno delle comunità ebraiche.

Le avvisaglie dell’ondata repressiva che si sarebbe abbattutta sugli ebrei nel corso delle crociate, si avvertono già negli anni precedenti, soprattutto nelle città Renane come Worms e Spira dove gli ebrei sono indimiditi e fatti oggetto di sopprusi di ogni genere sotto lo sguardo indifferente, e a tratti compiaciuto, delle autorità civili e religiose. I vecchi ebrei, facilmente riconoscibili per i loro abiti e il tradizionale copricapo, venivano quotidianamente derisi e la loro lunga barba, simbolo di saggezza e autorevolezza, tagliata in segno di scherno.

Lo scopo della crociata era, come detto, la Liberazione di Gerusalemme dal dominio musulmano per consentire ai pellegrini di accedere ai luogi sacri della cristianità senza restrizioni e pericoli. La concomitante ondata repressiva contro gli ebrei in Europa e figlia del clima di esaltazione suscitato dall’impresa che porta a considerare ebrei e musulmani meritevoli di morte in quanto miscredenti.

I crociati in marcia verso la Terra Santa trovarono pertanto del tutto naturale uccidere i nemici di Gesù che incontravano lungo il loro cammino. Spesso accadeva che i crociati, non conoscendo la lingua e i costumi dei luoghi attraversati, scambiavano i cristiani ortodossi per musulmani rendendosi colpevoli di numerosi fatti di sangue.

Come ci riporta lo storico inglese Steven Runciman nella sua “Storia delle Crociate”, Goffredo di Buglione nel corso dei preparativi della spedizione fece voto di

«vendicare la morte di Cristo con il sangue degli ebrei»

…e l’eccitazione dei crociati salì alle stelle.

Per finanziare la Prima Crociata, i Principi al loro comando con il sostegno dei Vescovi locali non trovarono di meglio che estorcere i denari alle comunità ebraiche incontrate lungo il cammino.

Sotto minaccia gli ebrei venivano prima depredati e poi uccisi. Passano sotto il nome di “Crociata dei tedeschi” i massacri, noti anche come “Pogrom”, avvenuti in Renania nel corso della Prima Crociata, che portarono la morte di 50 mila persone nelle comunità ebraiche di Spira, Worms e Metz.

Scrive lo storico Ludovico Gatto nel suo saggio “Le Crociate”

«l’inizio delle crociate si rivelò una vera e propria catastrofe (…)  il passaggio delle legioni di sbandati come quelle di Pietro l’Eremita e Gualtieri Senza Averi finì spesso in tragedia»

Nei secoli successivi i Pogrom saranno ricorrenti ad ogni principale crisi, sia nelle regioni tedesche, come quello avvenuto a Strasburgo durante la Peste Nera la cui causa fu attribuita agli ebrei, sia in Polonia, nella Russia zarista e in tutto il resto dell’Europa orientale.

La Prima Crociata si concluse il 15 luglio 1099 con la conquista di Gerusalemme e l’eccidio della sua popolazione, costituita da musulmani, cristiani ortodossi ed ebrei.

L’eco di quella immane tragedia giuge a noi con gli scritti dei cronisti che assistettero all’evento. Lo storico e scrittore francese Fulcherio di Chartres, definì la caduta di Gerusalemme «un vero e proprio massacro» e Raimondo d’Aguilers, storico-crociato descrive con queste parole quanto avvenuto:

«Appena i nostri ebbero occupata la città, allora avresti potuto vedere cose orribili: alcuni – ed era per loro una fortuna – avevano la testa troncata; altri cadevano dalle mura crivellati di frecce; moltissimi altri bruciavano tra le fiamme. Per le strade e le piazze si vedevano mucchi di teste, mani e piedi tagliati; uomini e cavalli correvano tra i cadaveri»

Molti musulmani, soprattutto donne e bambini tentarono di rifugiarsi nella Moschea Al-Aqsa. L’epilogo, sempre con le parole di Raimondo d’Aguilers:

«la carneficina fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue che arrivava fino alle caviglie…»

Un altro cronista dell’epoca, l’arabo Ibn al-Qalanisi, afferma che i difensori ebrei cercarono rifugio nella loro sinagoga, ma i «Franchi la bruciarono sopra le loro teste» uccidendo tutti. Il bilancio delle vittime varia a seconda delle fonti: 10.000 per i cristiani, 70.000 per i musulmani.

Dalla Prima Crociate in poi il rapporto tra ebrei e cristiani mutò drasticamente e, con l’accusa di perfidia, il concetto di antigiudasmo si arricchisce di elementi razzisti, come avverrà nella Spagna di Torquemada con la Limpieza de Sangre.

L’intersecarsi di motivazioni religiose, sociali ed economiche porta a raffigurare l’ebreo come un essere reietto, meritevole di disprezzo e di essere posto ai margini della società. Da qui i decreti del IV Concilio Lateranense indetto di Papa Innocenzo III nel 1215, che impone agli ebrei di portare un segno distintivo, seguito nell’esempio dal Re di Francia Luigi IX che li obbliga a portare un pezzo di stoffa circolare di colore rosso e giallo (la rouelle).

Sempre in Francia, a Parigi, nel 1240, si assiste al primo rogo del Talmud, il libro sacro degli ebrei (oltre 700 copie), che una apposita commissione pontificia aveva decretato contenere “bestemmie contro la fede cristiana”.

Nel 1244 è invece Innocenzo IV a mandare al rogo il Talmud, e ventiquattro anni dopo fa bruciare la sinagoga di Trastevere. Un nuovo falò per il libro ebraico della legge viene ordinato nel 1322 da Giovanni XXII, nonostate l’ingente somma di denaro offerta dalla comunità ebraica per evitare la profanazione.

Papa Bonifacio VIII, quello dello “schiaffo di Anagni”, nel mandare al rogo il rabbino di Roma Elia de Pomis ben Samuel sentenzia:

«Voi continuate a chiudere gli occhi alla vera fede»

L’obbligo del segno distintivo, segno dell’infamia, fu rinnovato da Papa Paolo IV (un copricapo giallo per i maschi e una sciarpa dello stesso colore per le femmine) con la bolla “Cum nimis absurdum”. Inoltre sancì la trasformazione dei quartieri ebraici in Ghetti, circondati da alte mura e con una sola porta che al tramonto veniva sbarrata  e, non contento, ordina distruzione di tutte le Sinagoghe fuori dal ghetto.

«È assurdo che gli ebrei, condannati da Dio per loro colpa a perenne schiavitù, pretendano che i cristiani li amino e accettino di vivere in stretta prossimità con loro»

Recita la bolla pontificia del 1543.

Papa Paolo IV non si ferma qui. Da ex inquisitore avvia una vasta campagna di conversioni forzate in alternativa all’espulsione e, nel 1556, fa impiccare e bruciare sul rogo 24 ebrei marrani accusati di apostasia che erano fuggiti dal Portogallo.

Pio V a sua volta, nel 1569, tre anni dopo essere stato eletto papa, promulga la bolla “Hebraeorum” con la quale, rinnovando l’accusa di deicidio, decreta l’espulsione degli ebrei da tutte le terre dello Stato Pontificio ad eccezione di Roma e Ancona e, al fine di cancellare financo il loro ricordo, ordina la distruzione dei cimiteri ebraici. Nella bolla pontificia si legge:

«Il popolo ebreo il solo un tempo eletto da Dio, poi abbandonato per la sua incredulità, meritò di essere riprovato, perché ha con empietà respinto il suo Redentore e lo ha ucciso con morte vergognosa. La loro empietà è giunta ad un tal livello che, per la nostra salvezza, occorre respingere»

Gli ebrei di Roma sono obbligati ad assistere alla messa cattolica nelle chiese e ad ascoltare la “predica coattiva”, rimesa in vigore da Papa Gregorio XIII.   

La repressione continua con il pontificato di PioVI che promulga “l’editto sugli Ebrei” e  perentorio afferma:

«pranzare con gli ebrei è un reato per i cristiani»

(Giancarlo Zizola, La Repubblica.it del 17 gennaio 2010).

La politica antiebraica dei Papi si riflette in altre parti d’Italia come a Milano, dove il Cardinale Borromeo impone il marchio giallo per gli ebrei per poi decretare, per la seconda volta, la loro espulsione (la prima volta sono stati cacciati da Sant’Ambrogio).

Fanno eccezione Venezia, che nonostante l’istituzione del Ghetto, permette alla comunità ebraica di svilupparsi fino a diventare una delle più fiorenti d’Europa e Livorno, che offre ospitalità agli ebrei scacciati dalle città pontifice. Il loro apporto contribuirà a fare della città toscana, che non conobbe mai la vergogna del ghetto, un importante centro commerciale.

Ad alimentare l’astio contro gli ebrei contribuiscono alcuni predicatori itineranti come il francescano Bernardino da Feltre. Il fondatore dei Monti di Pietà si scaglia con veemenza contro gli ebrei usurai. E’ ritenuto il responsabile morale di molti fatti di sangue avvenuti a seguito dei suoi sermoni.

Al suo arrivo a Venezia il governo cittadino, ravvisando i pericoli delle sue prediche, così si espresse:

 «Bernardino, mentre predicava a Padova aveva concitato il popolo contro gli ebrei e perciò ne seguirono grandi tumulti, perturbazioni e scandali che assolutamente non vogliamo si verifichino costi»

Fu poi espulso e, per gli stessi motivi, allontanato da Milano e Firenze.

L’antigiudaismo di Bernardino da Feltre è stato ripreso dallo scrittore Alien Toaff nel suo libro “Pasque di Sangue e omicidi rituali” (Il Mulino 2007) in cui approfondisce, non senza suscitare polemiche da parte ebraica, la tematica dei rituali di sangue, che secondo lo scrittore sarebbero stati effettivamente praticati da alcune comunità ebraiche estremiste.

Nel suo testo Alien Toaff indaga sulla vicenda di Simonino di Trento, un bambino cristiano trovato morto nel quartiere ebraico durante la Pasqua del 1475. L’omicidio fu attribuito da Bernardino agli ebrei, molti dei quali furono torturati e uccisi.

Il piccolo Simonino fu prontamente santificato dalla Chiesa come martire cristiano della fede, salvo poi annullare la beatificazione quando si scoprì la falsità delle accuse.

Da parte cattolica si cerca di sminuire l’antiebraismo di Bernardino da Feltre per circoscriverlo alla sua lotta contro l’usura, dando adito a battute del tipo:

«Bernardino non fu antisemita per “amor di Dio”, ma più prosaicamente per amor di banca»

Basandosi sull’ipocrita distinzione tra usura, quando praticata dagli ebrei, e interessi quando praticati dai cristiani, Bernardino fondò in numerose città i Monti di Pietà, le future Casse di Risparmio, anticipando l’ingresso della Chiesa nel mondo della finanza (vedi IOR).

In tema di antiebraismo la Chiesa Protestante non è da meno di quella Cattolica. Il suo principale ispiratore Martin Lutero, nel suo “Degli Ebrei e delle loro menzogne” del 1543, afferma senza mezzi termini:

«A chi ora voglia ospitare, nutrire, onorare queste serpi velenose e piccoli demoni, ossia i peggiori nemici di Cristo Signore nostro e di tutti noi, e desideri farsi scorticare, derubare, saccheggiare, oltraggiare, deridere, maledire e desideri patire ogni male, raccomando sinceramente questi ebrei (…) Così egli sarà dunque un cristiano perfetto, pieno di opere di misericordia, per le quali Cristo lo premierà nel giorno del giudizio – assieme agli ebrei – nell’eterno fuoco dell’inferno!»

Ad onor del vero l’atteggiamento della Chiesa nei confronti degli ebrei fu a volte tollerante, come nel caso dell’accusa di aver provocato la Peste Nera che imperversò in Europa negli anni 1347-1350, smentita da Papa Clemente VI che da Avignone pubblicò due bolle per condannare tale credenza popolare.

Anche Papa Martino V si dimostra conciliante verso gli ebrei, arrivando ad affermare che:

«Gli ebrei soni creati a immagine di Dio come tutti gli altri uomini»

Alcuni storici fanno maliziosamente notare che Papa Martino V era assistito da medici personali di religione ebraica.

Anche Alessandro VI, il licenzioso e molto discusso Papa Borgia, fu tollerante verso gli ebrei, accogliendone quelli cacciati dall’ Inquisizione spagnola nel 1492.

Il comportameto benovolo di alcuni papi, tuttavia, si perde nel mare di odio verso gli ebrei praticato e instillato nelle incolte masse popolari dalla Chiesa per diversi secoli. Affiancata in questo dai sovrani, che per difendere la fede cristiana dalle eresie (e i loro interessi economici e di potere) si sono moto spesso dimostrati più realisti del re.

La portata storica e numeri della Santa Inquisizione

In questo breve saggio siamo sconfinati in tematiche collaterali, come alcune vicende legate alla prima Crociata e all’antiebraismo cristiano. L’abbiamo fatto, nonostante il rischio di apparire fuori tema, perché convinti che non sia possibile comprendere l’effettiva portata storica della Santa Inquisizione in tutta la sua complessità, se non si comprende il contesto storico in cui si è sviluppata. Un epoca dove, più di ogni altra, si colpivano gli uomini per contrastare le idee.

Riguardo il numero di vittime dell’Inquisizione, la mancanza di elementi di riscontro come i molti verbali dei processi andati perduti o distrutti nel tempo e le scarse cronache dell’epoca, rendono praticamente impossibile stabilirne l’entità. A seconda delle fonti, le cifre divergono in maniera sorprendente. Si passa dai numeri apocalittici degli storici illuministi a quelli decisamente addomesticati dei ricercatori cattolici.

Comunque, per quanto indefiniti sono, ad onor del vero, molto lontani dalla quantità di vittime innocenti registrate nelle epoche successive e contemporanea, basti pensare al genocidio degli indiani d’America, alla vittime della schiavitù e delle persecuzioni ebraica in Europa e cristiana in Messico (i Cristeros), ai milioni di morti delle dittature, soprattutto comuniste, alle guerre mondiali e a quelle che imperversano ancora oggi.

Quello che rende il Medioevo cristianizzato e l’epoca successiva unici nella storia, è il sistema di costrizione e, soprattutto, di condizionamento psicologico messo in atto dalla Chiesa per un interminabile periodo di tempo

Per il cristiano del medioevo la fede non era qualcosa di limitato alla Chiesa, era molto di più. Era la salvezza dopo la morte. Su questo concetto la Chiesa ha spinto con forza fino a generare una vera psicosi di massa (molti s’indebitavano per acquistare le indulgezenze e assicurarsi il paradiso). I fedeli erano pertanto indotti a credere che le eresie, nell’alterare l’ordine costituito, potessero rendere vana la loro speranza.

«La chiesa é fatta da uomini e gli uomini possono sbagliare»

Questa è la patetica giustificazione che spesso ci sentiamo dire.

Qui non si tratta di errori commessi in buona o mala fede da uomini acceccati dal fanatismo religioso o che hanno tradito la fede usandola per scopi di potere o interesse personale; come non si tratta di macabra contabilità.

Stiamo parlando di un sistema repressivo capillare retto da un apparato giudiziario, pur rigoroso nella sua logica aberrate, che ha convolto centinaia di Papi; messo in atto da monaci e preti, principi e cavalieri, uomini di cultura e di diritto con l’attivo sostegno e la piena condivisione dei regnanti dell’epoca.

La fede imposta, la sete di potere e la bramosia di possesso si sono mischiati in un magma infernale che ha cancellato per sempre il lascito di civiltà dei padri della storia.

La responsabilità morale e materiale delle tragedie che si sono consumate nel corso dei secoli bui ricade interamente sulla Chiesa, il cui crimine più grande è stato l’aver trasformato la fede in ideologia.

Gianfredo Ruggiero

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ATTUALITA’ DEL PENSIERO MARXISTA

…E SE MARX AVESSE RAGIONE?

Attualità del pensiero Marxista

“Esercito industriale di riserva”. Fu questa l’espressione che Carl Marx utilizzò nella sua opera, “Il Capitale”, per indicare la funzione dei disoccupati nell’ambito delle dinamiche capitalistiche.

In sintesi, secondo il meccanismo regolatore della domanda e dell’offerta, una elevata disoccupazione tiene basso il costo della mano d’opera mentre, al contrario, la poca disponibilità di lavoratori ne fa aumentare il valore a scapito del profitto del capitale. Per questo motivo gli economisti liberali vedono la piena occupazione come il fumo degli occhi. Come considerano nemico giurato il cosiddetto “protezionismo”, che altro non è che il legittimo diritto di ogni nazione di difendere la propria economia minacciata dallo strapotere delle multinazionali gestite dalla finanza.

Carl Marx sostiene che per il capitale è di vitale importanza disporre di una massa di disoccupati la cui presenza sul mercato esercita una forte e costante pressione verso il basso delle condizioni di lavoro.

Un disoccupato che sente di avere poche possibilità di trovare una occupazione a causa della forte concorrenza interna e della bassa richiesta di mano d’opera è portato, per una pura questione di sopravvivenza (a meno che non è sostenuto economicamente dalla propria famiglia), ad accettare un lavoro a qualunque condizioni, anche le più sfavorevoli.

In pratica, grazie a questo esercito di riserva – una vera e propria manna per il capitale – i lavoratori sono sempre sotto scacco e viene bloccata sul nascere qualunque richieste di miglioramento salariale. Oltre ad avere a disposizione un serbatoio umano da utilizzare all’occorrenza.

Poiché, come evidenziò Henry Ford, gli operai sono anch’essi dei consumatori, è necessario bombardarli di pubblicità e stimolare sempre nuovi stili di vita che trasformino i bisogni futili in bisogni essenziali. In questo modo aumentano le vendite e crescono i profitti.

La via d’uscita, secondo Marx, sarebbe la “collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio”. Affidare allo Stato la pianificazione dell’economia nazionale attraverso il controllo della produzione e della distribuzione dei beni permetterebbe di sottrarre al perverso meccanismo della domanda e dell’offerta i lavoratori e di retribuirli secondo “i loro bisogni e le loro necessità”. Su questo concetto torneremo.

All’epoca di Marx non esisteva il fenomeno della delocalizzazione industriale e l’immigrazione aveva tutt’altre caratteristiche, pertanto non ha potuto contemplare queste due variabili nella sua lucida analisi.

Tornando ai giorni nostri, il capitalismo ha nel frattempo cambiato la forma, ma non la sostanza. Per cui le considerazioni che valevano ai tempi di Marx valgono ancora oggi.

La convenienza del capitalismo a trasferire le attività produttive nei paesi a basso costo di mano d’opera e l’incoraggiamento all’immigrazione di massa esercitato dalla sinistra (che evidentemente non ha letto il Capitale e fa il gioco del capitalismo), sostenuta in questa dalla Chiesa di Bergoglio, svolgono la medesima funzione dell’esercito di riserva di marxiana memoria.

Prima dell’avvento della globalizzazione, la singola azienda operante nel mercato interno doveva confrontarsi con la sola concorrenza nazionale, oggi, a parte le aziende che operano nei settori cosiddetti di nicchia, deve lottare soprattutto con le multinazionali che possono contare su grandi numeri di produzione a basso costo. Per non farsi estromettere dal mercato è quindi obbligata a innovare continuamente metodi e strumenti di lavoro al fini di ridurre al minimo utilizzo di mano  d’opera.

Il progresso tecnico consente oggi alle aziende di produrre lo stesso quantitativo di merci con un numero sempre minore di lavoratori salariati e con l’automazione di fare a meno dell’uomo sostituiti dalla tecnologia contribuendo, in tal modo, a mantenere alto il livello di disoccupazione.

L’avvento delle macchine (robot) è stato presentato dai neo liberisti come un salutare strumento per alleviare la fatica degli operai e per consentire loro di lavorare di meno e dedicare il tempo risparmiato allo svago e all’istruzione. Quando invece l’obiettivo, mascherato da altruismo, è quello di sostituire l’uomo con la macchina e di espellere  quanti più operai possibile dal processo produttivo.

In sostanza: la delocalizzazione delle attività produttive, l’automazione dei processi industriali e l’immigrazione di massa sono i tre elementi indispensabili per mantenere alti i livelli di disoccupazione e basse le retribuzione e scoraggiare le rivendicazioni salariali.

A ciò si aggiunge un altro importante fattore, quello della crescita: per il capitalismo è di vitale importanza mantenere alti i livelli di crescita del mercato, attraverso l’incremento illimitato dei consumi. A dispetto delle leggi della natura che pongono un limite alla crescita di qualunque essere  o cosa.

In aiuto al capitalismo, per indirizzate le persone sulla strada del consumismo, interviene involontariamente Gustav Le Bon, uno dei fondatori della “Psicologia sociale,” che con il suo libro “Psicologia delle folle” ha saputo ben interpretare il comportamento della massa, intesa come una

«grande quantità indistinta di persone che agisce in maniera uniforme»

Le Bon, nella sua opera, individua i caratteri peculiari e comuni delle masse e propone le tecniche adatte per guidarle e controllarle. Nata con finalità politiche a vantaggio dei dittatori, è stata poi mutuata dagli esperti di marketing in strumento utile per affinare le tecniche di vendita dei prodotti di largo consumo.

La manipolazione delle masse avviene attraverso semplici parole d’ordine e facili concetti ripetuti con ossessione del tipo: liberi di scegliere, comode rate mensili, benessere e comodità, sicurezza, tranquillità…associate a immagini di volti felici, bambini sorridenti che corrono liberi nei prati fioriti, donne entusiaste dei nuovi prodotti che puliscono la casa in un batter d’occhio, il profumo che rende irresistibili le donne e il deodorante che ti trasforma in macho.

In sostanza, sostiene Le Bon, il moderno dittatore, in questo caso le multinazionali, deve saper cogliere i desideri e le aspirazioni segrete della folla e proporsi come colui che è capace di realizzare tali aspirazioni.

L’illusione risulta essere più importante della realtà, perché ciò che conta non è portare a compimento tali improbabili, anzi impossibili sogni come “usa il prodotto x e vedrai che ti ricrescono i capelli, scompaiono le rughe e perdi peso in due settimane”, quanto far credere alla massa di consumatori di essere capace di farlo. Nella storia, aggiunge Le Bon,

«l’apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà»

Infatti le masse ancora oggi non seguono i ragionamenti, ma si lasciano influenzare dalla bellezza delle cose e dai miracolosi risultati propagandati.

Per spingere ulteriormente le famiglie a spendere tutto quelle che faticosamente guadagnano intervengono le banche e le finanziarie le quali, attraverso il cosiddetto credito al consumo, agevolano il consumatore (nuova definizione dell’essere umano) nella sua dissennata opera di dissipazione delle sue risorse.

Questo obiettivo viene inoltre perseguito, come detto, dalla pubblicità martellante ed è sostenuto dal precoce invecchiamento dei prodotti (vedi computer e cellulari) e dalle mode che impongono di aggiornare continuamente il guardaroba o dalle offerte a basso costo che poi riempiono i cassonetti dei rifiuti.

Per sostenere l’aumento dei consumi è però necessario incrementare la produzione e, nonostante la meccanizzazione dei cicli produttivi, attingere a nuova mano d’opera. Anche per sostituire i lavoratori prossimi alla pensione.

Il rischio paventato dal capitale – se il livello di disoccupazione dovesse abbassarsi oltre la soglia di guardia – è quello di dover offrire migliori condizioni di lavoro ai nuovi assunti, con il conseguente effetto domino su l’intera classe lavoratrice. Ecco all’ora scendere in campo il secondo esercito di riserva rappresentato dai nuovi proletari: gli immigrati, non a caso definiti una risorsa.

Gli immigrati svolgono, loro malgrado, la funzione di mantenimento dell’alto livello di disoccupazione sostituendosi ai lavoratori italiani, divenuti nel frattempo, non più “competitivi”, soprattutto nelle mansioni a prevalenza manuale. Non a caso:

l’occupazione cresce, ma la disoccupazione non diminuisce, e se diminuisce ciò avviene in misura minore rispetto all’incremento dell’occupazione

Tralasciamo poi gli aspetti collaterali, come l’insorgenza di sentimenti xenofobi, estranei alla nostra cultura, causati dalla gestione pasticciona e ideologica della cosiddetta accoglienza da parte dei governi e dell’interesse economico che ne deriva.

Che fare?

Direbbe Lenin. La risposta è uscire dalle perverse logiche del capitalismo e riportare il lavoro nella sua dimensione umana e rivalutarlo nella sua valenza sociale.

Marx ci è stato di grande aiuto per comprendere il capitalismo. Adesso tocca a noi superarlo.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Culturale Excalibur

 

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RIVOLUZIONE FRANCESE

GLI ANNI CHE SCONVOLSERO LA FRANCIA

E SEGNARONO IL MONDO

Di Gianfredo Ruggiero

Nella storia dell’Umanità possiamo individuare tre momenti fondamentali. Il primo riguarda la civiltà Romana, unica e irripetibile; il secondo, caratterizzato dalla grande spiritualità cristiana; il terzo, segnato dal materialismo illuminista che ha visto nella Rivoluzione Francese il punto di svolta per la sua affermazione e per la diffusione dell’ideologia capitalista.

Il pensiero illuminista è profondamente anticlericale e fortemente materialista, nasce come risposta al potere oscurantista della Chiesa Medievale e al dispotismo assolutista della Monarchia ed esalta la ragione come filosofia di vita elevandola al rango di Dea (la “Dea Ragione”).

Come tutte le correnti filosofiche, l’Illuminismo è distante dal popolo che a mala pena sa leggere e che con la sua vita grama ha ben poca voglia di filosofeggiare. Fa invece presa sulla nascente borghesia mercantile ansiosa di contare politicamente e che trova nell’ostilità popolare verso le istituzioni la massa di manovra per raggiungere i suoi scopi.

L’enorme disparità sociale, tra l’alto Clero e la Nobiltà che vivevano nel lusso e il popolo francese con pochi diritti e tanti doveri, ha fatto da detonatore.

Un motto suggestivo e accattivante: libertà, uguaglianza e fratellanza, che chiunque può condividere e interpretare, ha contribuito al successo della sollevazione.

La Rivoluzione Francese ci ha dato la “Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino” da cui derivò l’abolizione della schiavitù nelle colonie (ripristinata da Napoleone nel 1802) e molte innovazioni in senso liberale come il “suffragio universale(1) e l’abolizione del feudalesimo. Ma su come furono perseguiti, questi nobili ideali – spesso solo sulla carta – e cosa accadde in quei dieci anni dal 1789 al 1799 si tenta di sorvolare, soprattutto quando, Il 14 luglio di ogni anno, la Francia festeggia solennemente la presa della Bastiglia, momento simbolo della Rivoluzione Francese.

Ma i nostri cugini d’oltralpe sanno di festeggiare uno dei più sanguinosi e repressivi momenti della storia di Francia? Per giunta palesemente mistificati?

La presa della Bastiglia è raffigurata nei libri di storia come una eroica e spontanea sollevazione popolare contro il simbolo del potere dispotico e per liberare i prigionieri ingiustamente carcerati e sottoposti a indicibili torture e sofferenze.

In realtà la guarnigione si arrese senza combattere e i reclusi erano in totale sette, per giunta incarcerati per reati comuni (2). Percorriamo i fatti.

La Bastiglia venne eretta a metà del 1300 come fortezza difensiva e successivamente adibita ad uso carcerario sotto Richelieu nel 1600. Il mantenimento della grande struttura era diventato estremamente costoso e nel 1784 era stata decisa la sua demolizione, più volte rimandata a causa dei costi elevati. All’epoca della Rivoluzione, essendo poco utilizzata, il controllo dell’immenso bastione era affidato ad un reggimento di soli 82 riservisti (soldati anziani o inabili per invalidità) e 32 guardie svizzere.

Il 14 luglio una folla esagitata si accalca davanti alla Bastiglia per assaltarla alla ricerca di armi, e nonostante le forze fossero sufficienti a respingere i rivoltosi, il comandante della Fortezza de Launay si rende disponibile a trattare la resa a patto che fosse garantita l’incolumità sua e della guarnigione. Fu, invece, ucciso a tradimento e l’intera guarnigione massacrata. Le testa del comandate e quella del sindaco di Parigi Flesselles intervenuto per sedare gli animi furono infilzate su pali appuntiti ed esibite nelle piazze

All’orrore si aggiunse il ridicolo, quando furono mostrati come strumenti di tortura parte di una armatura medioevale spacciata come “corsetto di ferro per spezzare le articolazioni” e una pressa tipografica presentata come “macchina per stritolare le ossa”.

La scoperta di alcune fosse contenenti dei resti umani in un cortile interno della Bastiglia fece gridare allo sdegno, salvo poi riconoscere sommessamente che non si trattava delle ossa di oppositori politici giustiziati o morti per le sevizie subite, bensì di persone normali che essendosi suicidate non potevano essere sepolte in terra consacrata. A completare la montatura furono le stampe, fatte circolare per le vie di Parigi, che ritraevano gli emaciati prigionieri della Bastiglia incatenati tra scheletri penzolanti.

Questo fu l’inizio della Rivoluzione Francese tra orrore, ridicolo e falso. Il seguito fu ben più raccapricciante e mistificante: Robespierre e il terrore, il genocidio della Vandea, la deportazione dei preti refrattari e le scorrerie di Napoleone.

Chi furono Robespierre e Saint-Just è a tutti noto, quello che sfugge e che su di loro gli storici ufficiali hanno fatto confluire tutte le nefandezze della Rivoluzione Francese. Facendoli passare per pazzi sanguinari e ridimensionando la portata degli eventi che li vede protagonisti ad una sorta di incidente di percorso, si tenta di salvare il resto. In realtà quei dodici mesi di autentico terrore (dal luglio 1793 al luglio del 1794) furono la conseguenza delle vicende precedenti e la premessa di quelle successive.

Dal 2 al 6 settembre del 1792 avvennero i “massacri di settembre”. In quei giorni la folla, secondo alcuni sobillata da Danton e Marat, inferocita per il disastroso andamento della guerra contro la Prussia e per le prime rivolte in Vandea, assalta le prigioni. In pochi giorni, sotto lo sguardo indifferente delle autorità repubblicane, metà della popolazione carceraria parigina, in massima parte detenuta ingiustamente e molti sacerdoti, è uccisa.

La strage, spontanea o organizzata che fosse, è avvenuta prima dell’inizio del Grande Terrore (luglio 1793) e rappresenta una costante nel processo rivoluzionario. Lo riconosce anche Michel Vovelle, uno dei più autorevoli studiosi della Rivoluzione Francese, di formazione marxista, secondo cui (3)

“la violenza nelle carceri servì, da un punto di vista storico, ad alimentare la Rivoluzione la quale, altrimenti, si sarebbe potuta spegnere presto”.

Questo spiega perché la borghesia rivoluzionaria non solo abbia teorizzato, ma addirittura incoraggiato i massacri nelle prigioni. Senza la violenza, che come vedremo non si limitò alle carceri, la Rivoluzione si sarebbe arrestata come un’auto senza carburante.

Nel luglio del 1793, per fronteggiare la crisi economica che attanagliava le classi meno abbienti e la minaccia degli eserciti stranieri alleati contro la Francia, i poteri furono affidati a un Comitato di Salute Pubblica guidato da Robespierre che ebbe il compito di costituire un nuovo esercito e, soprattutto, di fare il lavoro sporco: l’eliminazione fisica degli oppositori e la repressione in Vandea che nel frattempo era insorta.

Con il pretesto della necessità di salvare la rivoluzione dagli attacchi dei reazionari (spesso povera gente che protestava per il pane) fu messo in atto uno spietato apparato poliziesco e repressivo i cui epigoni li possiamo trovare nella Russia stalinista e della Cambogia di Pol Pot (che non a caso studiò in Francia).

Per rendere più efficace e veloce l’azione di Robespierre fu promulgata la famigerata legge del 22 pratile (10 giugno) 1794 partorita dalla mente perversa di Georges Couthon. In virtù di questa legge, che riduceva ulteriormente le libertà individuali stabilite dalla precedente “legge dei sospetti” del settembre 1793 (4), i poteri del Tribunale Rivoluzionario di Parigi divennero praticamente assoluti. Furono vietati gli avvocati difensori, cancellato il ricorso all’appello e negate le testimonianze a favore degli imputati. Chi tentava di scagionare gli sventurati veniva a sua volta accusato di cospirazione. Per tutti la condanna era scontata: la ghigliottina. In un mese e mezzo furono decapitati più di 1.300 “nemici della rivoluzione”.

Tra le vittime dell’ondata repressiva troviamo il padre della chimica moderna Antoine Lavoisier, l’autore dell’assioma “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, e il poeta André Chénier.

Il clima di terrore instaurato da Robespierre fu benefico per le sorti della rivoluzione in quanto ridusse al silenzio l’opposizione e mandò un messaggio inequivocabile al popolo dubbioso.

Assolto il loro compito i tre principali artefici del Grande Terrore,   Maximilien Robespierre, Louis Saint-Just e Georges Couthon, diventati oramai impresentabili, furono a loro volta ghigliottinati dopo essere stati deposti con il classico colpo di stato e giustiziati senza processo, come è prassi nei regimi dittatoriali.

Intanto la regione della Vandea, di sentimenti monarchici e cattolici, si ribella al potere rivoluzionario. La risposta del regime è: massacrare. E massacro fu, anzi, se guardiamo all’altissimo numero di vittime – 250.000 morti su una popolazione di 600.000 abitanti – non è fuori luogo parlare di genocidio.

La politica antireligiosa condotta dal governo repubblicano, sfociata della Costituzione Civile del Clero che trasformava i preti in funzionari statali, venne mal digerita dalla popolazione della Vandea in maggioranza cattolica. A ciò si aggiunse il malumore per le condizioni di vita che continuavano a peggiorare. L’aumento delle tasse e l’arruolamento forzato di trecentomila uomini per sostenere le guerre contro l’Europa, fu la classica goccia che fece traboccare il vaso. La risposta del villaggio di Doulon, il primo a insorgere, fu lapidaria:

“Hanno ucciso il nostro Re; hanno cacciato via i nostri preti; hanno venduto i beni della nostra chiesa; hanno mangiato tutto quello che avevamo e adesso vogliono prendersi i nostri corpi… No, non gli avranno”

In modo del tutto spontaneo la Vandea e le regioni ad essa vicine insorgono. Dopo i primi momenti in cui impegnano i repubblicani in azioni di guerriglia, i combattenti con la coccarda bianca al petto riescono ad organizzare un vero esercito che ha ragione delle guarnigioni repubblicane e prende il controllo dell’intera regione.

Successivamente, però, le forze inviate da Parigi, numericamente superiori, rovesciarono la situazione. Il popolo vandeano è sconfitto, ma non vinto: il fuoco continuava a covare sotto le ceneri. Fu allora decisa dall’Assemblea la totale cancellazione della Vandea. Attraverso tre successivi decreti, a partire dal 13 gennaio 1793, furono emanate le seguenti disposizioni:

“Ogni capo di colonna dovrà perlustrare e poi bruciare tutti i boschi, villaggi, case e aziende agricole”.

“Ogni brigante trovato con le armi in mano sarà passato alla baionetta. Si farà lo stesso con le ragazze, donne e bambini. Le persone meramente sospette non saranno risparmiate”.

I materiali combustibili di qualsiasi tipo saranno confiscati e inviati al Ministero della guerra per bruciare i boschi, i boschetti e i cespugli. (…) Le foreste saranno abbattute, i nascondigli dei ribelli saranno distrutti, le colture saranno devastate, il bestiame sarà confiscato. (…) La proprietà dei ribelli della Vandea passerà al patrimonio della Repubblica”.

La Vandea conosce allora un terribile massacro che durerà fino al 27 luglio 1794. Come ci ricorda Giuseppe Messori, un storico di fede cattolica

la massa dei vandeani catturati cresceva ogni giorno. Si istituirono allora le cosiddette «anticamere della morte», specie di campi di concentramento dove venivano ammassati uomini, donne e bambini in attesa di essere eliminati. Gli stermini di massa vennero accelerati dagli «annegamenti», che potevano essere individuali, ma più spesso a coppie (chiamati sadicamente «matrimoni repubblicani»), oppure collettivi. La procedura di questi ultimi era molto semplice: si ammucchiavano i condannati su una vecchia imbarcazione che, una volta al largo, si faceva volare in pezzi a colpi di cannone: l’acqua irrompeva da tutte le parti e in pochi istanti tutti i prigionieri morivano annegati. A chi era sospettato di saper nuotare venivano preventivamente tagliate le braccia. Il cosiddetto «battesimo patriottico» avveniva per lo più nella Loira, che a sua volta fu nominata il «gran bicchiere dei bigotti».

Alla fine la Vandea fu pacificata, ma a che prezzo? La risposta la troviamo nel messaggio del generale Westermann al Comitato di salute pubblica di Parigi che il 23 dicembre 1793, con mal celato orgoglio, annuncia la definitiva sconfitta degli insorti nella battaglia di Savenay:

“Cittadini repubblicani, non c’è più nessuna Vandea! È morta sotto la nostra sciabola libera, con le sue donne e i suoi bambini. L’abbiamo appena sepolta nelle paludi e nei boschi di Savenay. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli, e massacrato le donne che non partoriranno più briganti. Non ho un solo prigioniero da rimproverarmi. Li ho sterminati tutti… le strade sono seminate di cadaveri. Le fucilazioni continuano incessantemente”.

In conclusione, ci domandiamo:

…ma questi francesi, il 14 luglio, sanno cosa festeggiano?

 Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Excalibur

NOTE

  • anche se di “universale” ha ben poco, essendo le donne e i poveri esclusi dal voto. In pratica poteva votare, non a caso, solo la borghesia.

  • Al momento dell’assalto la struttura ospitava 4 falsari, uno maniaco sessuale e due insani di mente.

  • Michel Vovelle, titolare della cattedra di Storia della Rivoluzione francese alla Sorbona, è stato direttore per dieci anni dell’Institut de la Révolution Française e ha presieduto la commissione di ricerca scientifica per la celebrazione del bicentenario della Rivoluzione.

  • La legge dei sospetti del 17 Settembre 1793 estendeva l’ordine di arresto a tutto il territorio francese a coloro che, anche marginalmente, fossero collegati con il vecchio regime (ex funzionari, nobili, religiosi, ecc.). La repressione scatenata dal Tribunale rivoluzionario porta alla esecuzione di 17.000 condanne a morte.

 BIBLIOGRAFIA

CASTOLDI A. (2012), In carenza di senso. Logiche dell’immaginario, Bruno Mondadori, Milano. 

HOBSBAWN E. Le Rivoluzioni borghesi (1789-1848), Il Saggiatore, Milano, 1963.

LEFEBVRE G. Folle rivoluzionarie. Aspetti della Rivoluzione francese e questioni di metodo storico, Editori Riuniti, Roma,  1989.

MESSORI V. Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana, Edizioni San Paolo, Milano, 1992.

MEZZADRI L. La Rivoluzione francese e la Chiesa, Città Nuova, Roma, 2004

VOVELLE M. La Francia rivoluzionaria. La Caduta della Monarchia (1789-1792), Laterza, Bari, 1992-

REYNALD SECHER, Il genocidio vandeano, Effedieffe Edizioni, Milano 1989.

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IL MEDIO EVO

IL MEDIO EVO

Trionfo della cristianità e nascita del capitalismo

di Gianfredo Ruggiero

Sono passati trecento anni da quel 1492 che segnò, con la scoperta dell’America, il passaggio dal Medio Evo all’epoca moderna. Da allora storici e filosofi, intellettuali e teologi, si sono accapigliati sul lascito di quei mille anni di storia che, a torto o a ragione, sono stati definiti “i secoli bui”.

Se Roma ci ha lasciato in eredità la sua civiltà, le sue leggi e la sua cultura, altrettanto non si può dire del Medioevo. Ci sono stati, è vero, momenti di altissimo splendore come le grandi battaglie che fermarono l’avanzata dei musulmani in Europa e la liberazione della penisola iberica dalla dominazione araba.

Vi furono notevoli innovazioni, anche se alcune di provenienza orientale come la polvere da sparo, inventata dai cinesi e applicata in Europa alle armi da fuoco, i caratteri da stampa mobili inventati sempre dai cinesi, sviluppati dai coreani e perfezionati dal tedesco Gutenberg e l’orologio meccanico, apparso in Cina cinquecento anni prima. La bussola come strumento di navigazione (il campo magnetico terrestre fu una curiosità scoperta dai vichinghi) fu introdotta in Europa nel XII secolo dagli arabi che la appresero dai soliti cinesi.

Altre importanti invenzioni furono gli occhiali da vista (anche se alcuni rudimenti risalgono all’epoca romana), i mulini ad acqua per la macina del grano e l’aratro pesante che permisero di sviluppare l’agricoltura.

Nelle arti e nella letteratura troviamo dei fulgidi esempi che hanno gettato le basi del Rinascimento, soprattutto grazie al lavoro di copiatura del sapere antico degli instancabili monaci amanuensi (i quali durante i lavori di trascrizione e traduzione dal greco al latino dei Vangeli praticarono ai testi sacri quegli “aggiustamenti” per renderli tra loro coerenti e aderenti alla realtà storica).

Le città europee videro la nascita delle prime Università ad opera delle corporazioni di mestieri che, a partire dal XIII secolo, ruppero il monopolio ecclesiastico dell’istruzione e l’insegnamento uscì dai Monasteri.

In Italia la nascita dei Comuni, versione aggiornata delle poleis greche e preludio degli stati nazionali, fu la risposta alla frammentazione del potere politico derivante dalle continue dominazioni straniere. I nuovi assetti istituzionali seppero cogliere in pieno quell’anelito unitario ben rappresentato, in campo culturale e linguistico, dall’opera di Dante.

Ciò nonostante furono secoli effettivamente bui, in cui le città si svuotavano e le persone vivevano in condizioni precarie in tuguri malsani (mentre la Chiesa costruiva, con il lavoro e le elargizioni dei devoti, grandi basiliche e splendide cattedrali grondanti di tesori). Il clima che si viveva era di violenza e il popolo era sottoposto ad ogni forma di prevaricazione da parte della nobiltà feudale e del clero. Ingiustizie vanamente arginate dall’ordine dei cavalieri. La schiavitù era stata definitivamente bandita (tornerà prepotentemente in epoca illuminista), ma sostituita dalla servitù della gleba che vincolava i contadini alla terra e ai voleri del padrone . Viaggiare era estremamente pericoloso con i briganti sempre in agguato lungo le strade meno trafficate; l’ignoranza e l’analfabetismo erano dilaganti (solo i monaci sapevano leggere e scrivere, Carlo Magno, ad esempio, era mezzo analfabeta: sapeva leggere, ma non sapeva scrivere 1).

La condizione femminile nel mondo medioevale subì una forte regressione rispetto alle conquiste sociali della Roma Imperiale 2): la donna viveva in uno stato di totale sudditanza, considerata dalla Chiesa con disprezzo “cosa necessaria all’uomo” e portatrice di tentazioni “la porta dell’Inferno”. La nascita di una bambina era vista, soprattutto nelle classi povere, come una disgrazia. Reclusa in casa, la sua vita era finalizzata alle faccende domestiche e alla procreazione. Unico momento di svago era accompagnare la madre alla messa domenicale, l’alternativa era il convento, altra forma di reclusione.

L’igiene personale era vista quasi con sospetto e le epidemie che falcidiavano intere popolazioni erano ricorrenti a causa della malnutrizione e dell’abbandono di ogni forma di igiene (era consuetudine svotare i pitali gettandone il contenuto, urina e feci, dalla finestra). Le terme e i sistemi fognari costruiti dai Romani furono abbandonati e dei quattrocento bagni turchi costruiti dai Mori a Granada durante la dominazione araba della Spagna, solo uno sopravvisse al nuovo corso.

Ma l’elemento che più di ogni altro ha determinato il Medio Evo è stato il cristianesimo con il suo carattere esclusivo e assolutista.

«Non avrai altro Dio all’infuori di me»

Questo comandamento (non a caso il primo dei dieci) fu preso alla lettera da Papi e sovrani che imposero la religione di Dio con le armi, dando inizio ad una lunga stagione di sangue, a partire dal contrasto alle eresia. Le otto fallimentari crociate ne sono l’esempio eclatante, anche se dietro le spedizioni in Terra Santa si nascondevano motivazioni economiche quali il controllo dei traffici commerciali con l’Oriente e le razzie di cui ne fu vittima perfino la cristiana Costantinopoli, saccheggiata dai loro fratelli di fede durante la quarta crociata. Servirono anche a sancire la supremazia delle Repubbliche marinare sul Mediterraneo.

La vita quotidiana era condizionata dalla Chiesa, anzi scandita dal battito delle campane. L’identificazione della vita religiosa con la vita reale era totale e professare la fede era obbligo di ognuno, pena l’emarginazione poi sfociata nella persecuzione ad opera della Santa Inquisizione. Le più raccapriccianti tecniche di tortura furono sviluppate e usate per costringere le vittime a confessare inesistenti reati o per ripudiare la propria fede a favore di Cristo. Il perdono e la cristiana pietà stavano nel concedere una morte “umana” allo sventurato.

Con il Medioevo il cristianesimo s’impone e diventa ideologia. Un’ideologia che, come vedremo più avanti, ne coltiva al suo interno un’altra, quella capitalista.

Le arti e la letteratura sono anch’esse pesantemente condizionate dal credo religioso e le scienze devono fare i conti con la Chiesa che diventa un sorta di Corte Costituzionale: le scoperte scientifiche sono vagliate dagli organismi ecclesiastici e quelle in contrasto con i dogmi religiosi, a prescindere dalla loro validità e importanza, sono bandite e gli scienziati costretti a umilianti abiure. Il caso Galileo ne è l’emblema.

Recentemente si è tentato di motivare in positivo l’ingerenza della Chiesa nella scienza. Lo ha fatto il fisico e filosofo dell’università di Cambridge James Hannam nel suo libro “La genesi della scienza” (editore D’Ettoris), il quale afferma sostanzialmente che la scienza “neutra” non esiste. Essa è sempre condizionata da una ideologia o da una religione. Nel caso del cristianesimo, questo ebbe il merito di indirizzarla verso le attuali forme.

«la scienza era arrivata così lontano grazie a una particolare concezione di Dio e della creazione»

«era stata proprio quella particolare concezione di Dio a spingere gli uomini a studiare la natura, perché attraverso la natura l’uomo poteva imparare qualcosa del suo Creatore»

Interpretazione molto religiosa e poco scientifica: la paura di incorrere nei rigori della Santa Inquisizione non ha certo stimolato la libertà di ricerca anzi, a nostro avviso, ne ha rallentato lo sviluppo. Soprattutto in quegli ambiti che potevano essere in contrasto con il pensiero cristiano.

Ciò nonostante – poiché il cammino della scienza si può rallentare, ma non fermare – il Medioevo fu comunque un periodo fecondo. Inizialmente non ebbe vita propria e rientrò in quella parte della filosofia cristiana che tentava di conciliare la scienza con la fede secondo il pensiero di Giovanni Scoto, il maggior filosofo dell’epoca carolingia, il quale interpreta la natura e tutto ciò che la compone come esclusiva espressione della volontà divina.

Verso la fine del Medioevo allo studio della filosofia e della teologia si affiancano nuove discipline quali grammatica, retorica, dialettica e quadrivio (che comprende aritmetica, geometria, astronomia e musica). Questo allargamento del panorama scientifico e culturale diede spazio al pensiero di grandi scienziati quali Ruggero Bacone (o Roger Bacon), il padre della scienza sperimentale, e Teodorico di Freiberg, il primo a comprendere l’arcobaleno quale fenomeno causato dalla rifrazione della luce.

Il metodo scientifico inizia a farsi strada e pone la base della rivoluzione scientifica inaugurata dall’opera copernicana “Le rivoluzioni degli astri celesti” del 1543.

Con l’accettazione obtorto collo da parte della Chiesa della nuova elaborazione astronomica, la scienza esce dalla filosofia per costruirsi un ambito autonomo e meno condizionato dal pensiero religioso. Oggi la scienza è sicuramente più libera rispetto al Medioevo. Al condizionamento religioso sono però subentrate le interpretazioni manichee e le manipolazioni ideologiche. Il caso più evidente riguarda l’evoluzionismo, una teoria fantasiosa che la scienza ufficiale non avrebbe difficoltà a smontare se non fosse per il sostegno indiretto e involontario che il darwinismo offre alle ideologie materialiste di ieri e di oggi. 3)

Nel Medioevo, con la riforma protestante, sono sorti i germi di quella grande epidemia che oggi ci affligge: il capitalismo. Come afferma uno dei grandi esegeti dell’età di mezzo Rodney Stark

«Il Medioevo è stato un’epoca di notevole progresso e innovazione, tra cui l’invenzione del capitalismo»

Se Max Weber col suo libro, “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” del 1905, aveva individuato nella riforma calvinista la genesi dello spirito del capitalismo, i primi segni dell’ideologia del libero mercato li possiamo trovare nel pensiero di San Francesco. Secondo Giovanni Ceccarelli, professore dell’Università di Venezia, nell’opera dei teologi francescani del duecento possiamo riscontrare i primi rudimenti del pensiero liberista, e cita come esempio la rivalutazione del gioco d’azzardo che i discepoli di San Francesco contemplano nella loro teoria sulle dinamiche economiche del rischio.

Proprio coloro che più esaltano il voto di povertà, i Francescani, fissano inconsapevolmente i primi punti fermi del pensiero capitalista precorrendo la scuola di Salamanca del cinquecento dove, insieme ai teologi domenicani e gesuiti, anticipano l’elaborazione di Adam Smith, il teorico del capitalismo moderno.

Furono anche gettate le basi del sistema bancario da cui sarebbe scaturito – grazie all’asservimento della politica – il potere assoluto dell’alta finanza su cui oggi poggia il capitalismo globalizzato. Il via lo diedero i Templari, gli inventori delle carte di credito. La successiva nascita nel 1694 della privata Banca d’Inghilterra, diede inizio al fenomeno del signoraggio bancario, causa primaria dell’inestinguibile debito pubblico degli stati.

Il potere assoluto e soffocante della Chiesa Medioevale ha prodotto, per reazione, l’avvento dell’Illuminismo che ha offerto una base filosofica alle ideologie ottocentesche: razzismo, nazionalismo e materialismo. La Massoneria, erede dei monaci templari perseguitati e mandati al rogo dalla Chiesa e dal Re di Francia Filippo il Bello per impossessarsi degli immensi tesori accumulati con le donazioni e le transazioni proto-bancarie dei fedeli che si recavano in Terra Santa, fu anch’essa conseguenza del potere temporale della Chiesa.

Con la Rivoluzione Francese e la conquista dell’Italia da parte dei Savoia è tutto il mondo clericale, a sua volta, ad essere fortemente avversato fino a sfociare nella repressione, come accadde nella Vandea cristiana in Francia o in Messico con i cattolici Cristeros o nel meridione d’Italia con i piemontesi.

Il Medio Evo va quindi ricordato da un lato per aver messo alla prova la Chiesa e fatto comprendere all’umanità cosa accade quando la religione esce dalla sfera spirituale individuale per condizionare o sostituirsi alla politica e, dall’altro, per aver creato i presupposti dell’avvento del capitalismo, la malattia ideologica che affligge l’Evo moderno.

Gianfredo Ruggiero, presidente Excalibur

note

  1. La cosa non deve stupire, a quei tempi l’apprendimento scolastico era basato sulla recitazione pertanto si insegnava solo a leggere. La scrittura era un prerogativa degli amanuensi.
  2. La condizione sociale della donna nel corso della storia di Roma andò sempre più evolvendosi, passando gradualmente dalla concezione patriarcale ad una libertà individuale non molto diversa dal quella attuale. Ad esempio nell’epoca imperiale la donna poteva divorziare e mantenere il pieno controllo del suo patrimonio, poteva gestire attività commerciali e ricoprire incarichi, anche importanti, nella burocrazia imperiale, l’accesso all’istruzione era comune a quella dei maschi, solo che si interrompeva tra i 12 ed i 15 anni quando smetteva di studiare per sposarsi. Nelle terme aveva assoluta libertà di accesso senza distinzione di sesso o di condizione sociale (nelle terme uomini e donne, ricchi e poveri, liberi e schiavi erano tutti uguali).
  3. L’evoluzionismo è trattato nel libro “Ecologia Sociale” del presente autore.
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ROMA

ROMA

Caduta dell’Impero e fine della Civiltà Occidentale

Di Gianfredo Ruggiero

Roma ha rappresentato la più grande civiltà della storia. Si è sviluppata in un’epoca dove i popoli erano governati da despoti, dove la legge era quella del sovrano e l’ingiustizia dei potenti una costante. Dove attorno ai sontuosi palazzi del potere vi era povertà e miseria, dove il popolo non aveva voce.

Roma è tutta un’altra storia. Era una società aperta e dinamica con un profondo senso della giustizia e della democrazia. Ogni giorno si celebravano processi secondo quel diritto romano giunto fino a noi e che tutti erano tenuti ad osservare, basato su un principio inderogabile: la giustizia è uguale per tutti.

Le più alte cariche dello stato, le magistrature e i tribuni, erano elettive e, a parte i senatori a vita, potevano esercitare per massimo due mandati.

Le leggi, che prima di Roma non erano scritte ma diffuse oralmente (in questo modo potevano essere modificate a piacimento), venivano discusse nel Senato, ma era il popolo attraverso i comizi ad approvarle o respingerle. Cosa ben diversa dalla prima forma di democrazia, quella assembleare ateniese, basata sulla figura del demagogo. Il Motto di Roma, S.P.Q.R. (Senatus PopulusQue Romanus), significa per l’appunto “Senato e popolo Romano” e sta a indicare il forte legame esistente tra il popolo di Roma e le sue istituzioni.

La cultura e lo svago erano alla portata di tutti. Le biblioteche mettevano a disposizione il sapere accumulato nei secoli e i grandi anfiteatri permettevano al popolo di assistere alle rappresentazioni teatrali impregnate di cultura classica, ai drammi basati sulla mitologia greca, alla rievocazione di battaglie famose e alle corse con i cavalli. Grande enfasi viene data dagli storici superficiali, soprattutto di fede cristiana, alle esecuzioni e agli spettacoli truci come la lotta tra gladiatori e quella, rivelatasi priva di fondamento, del martirio dei cristiani. Raramente il combattimento tra gladiatori, che serviva a stimolare lo spirito guerriero dei Romani, finiva con la morte di uno dei contendenti (anche perché ai padroni l’addestramento dei lottatori costava anni e anni di allenamenti). La maggior parte dei gladiatori era costituita da prigionieri di guerra ai quali era data l’opportunità, in alternativa alla schiavitù, di battersi nell’arena per un periodo prestabilito al termine del quale potevano riacquistare la libertà. Non mancavano i gladiatori di professione, quasi sempre ex veterani legionari, alcuni dei quali divennero delle celebrità e accumularono discrete fortune. Dopo la rivolta di Spartaco, tali spettacoli si ridussero progressivamente a seguito delle regolamentazioni restrittive introdotte dal Senato.

Le religioni erano tollerate da uno Stato che garantiva al popolo la piena libertà di culto (nel Pantheon sono rappresentate tutte le religioni dell’Impero). La popolazione era estremamente variegata, eppure non vi erano divisioni etniche: tutti si sentivano Romani e orgogliosi di esserlo, in quanto consapevoli di appartenere ad una civiltà che non aveva eguali nel mondo e nella storia. La cosa più ambita era la cittadinanza Romana che, con Caracalla nel 212, venne estesa a tutti gli abitanti delle provincie dell’Impero.

La società multietnica, che oggi viene rovinosamente perseguita per bassi interessi politici ed economici, a Roma si realizzò in maniera naturale e armoniosa. La Roma di Traiano, nel periodo della sua massima espansione attorno al 110, era affollata da più di un milione di abitanti e di questi meno del trenta per cento era di origine latina, gli altri provenivano dai quattro angoli dell’Impero. Nelle sue strade si potevano incontrare persone dall’aspetto nordico, alti, biondi con gli occhi azzurri e uomini e donne di origine nord africana o di chiara provenienza mediorientale, eppure, a differenza di oggi, non esistevano quartieri etnici. Roma ebbe perfino un imperatore africano, Settimio Severo e uno di origine barbara, Massimino il Trace.

La schiavitù, una prassi normale per quei tempi e anche per quelli successivi (pensiamo alla tratta dei negri), era una condizione da cui potersi liberare. Non erano rari i casi in cui il padrone sposava la sua schiava o del commerciante che lasciava in eredità la sua attività al servo fedele o che veniva semplicemente reso libero per volontà del padrone (liberto). La schiavitù poteva essere anche a termine, quando non si era in grado di pagare un debito. Il diritto di vita e di morte andò via via limitandosi fino a quando l’Imperatore Adriano non equiparò l’uccisione deliberata di uno schiavo da parte del suo padrone all’omicidio, e stabilì leggi severe contro il maltrattamento degli schiavi e il loro commercio in condizioni disumane.

Roma aveva un altissimo senso della socialità e della comunità. Le terme ne sono un esempio: oltre a luogo di ristoro e di igiene personale erano un punto di incontro senza alcuna distinzione di sesso e di condizione sociale. Il prezzo d’ingresso era basso per permettere a tutti, schiavi compresi, di poterne usufruire. Perfino i gabinetti avevano quest’impronta. I servizi erano “pubblici” in quanto costituiti da una lunga fila di water ricavati da una lastra di marmo su cui i Romani espletavano, l’uno accanto all’altro chiacchierando tranquillamente senza alcuna forma di imbarazzo. Ai loro piedi, in una canaletta, scorreva l’acqua utilizzata per bagnare le spugne adoperate per l’igiene intima che poi venivano rilasciate in una apposita apertura e convogliate con l’acqua nel sistema fognario.

Ogni mese avveniva a Roma la distribuzione gratuita dei beni alimentari di prima necessità alle famiglie bisognose. Il grano proveniva dal nord Africa, il granaio dell’Impero.

A Roma non esisteva l’analfabetismo: praticamente tutti sapevano leggere e scrivere e fare di conto; gli insegnanti nelle famiglie benestanti erano i tutori, spesso colti schiavi greci, mentre nelle famiglie modeste erano gli stessi i genitori o insegnati che impartivano le loro lezioni all’aperto.

Roma, come tutte le civiltà e le nazioni di ieri e di oggi, era incline all’espansionismo (se non l’avesse fatto sarebbe stata sottomessa dalle genti confinanti: Greci, Cartaginesi e, prima ancora, Sanniti ed Etruschi). E’ grazie alla forza e alla tecnica delle sue legioni e alla sua abile diplomazia, che è riuscita ad espandere il suo dominio fino ai confini del mondo.

Una trattazione a parte meriterebbe l’organizzazione dell’esercito. Duro allenamento, disciplina ferrea, organizzazione che non lasciava spazio all’improvvisazione, tecniche di battaglia e macchine da guerra mai viste prima e uno spirito indomito hanno reso invincibili le legioni Romane. Quando scendevano in campo i veterani, per i nemici di Roma non vi era scampo.

Dopo la guerra veniva la pace e nelle terre conquistate Roma portava la sua civiltà fatta di arte, cultura e leggi. Ancora oggi possiamo ammirare i resti delle sue vestigia: acquedotti, strade, templi, anfiteatri, terme. I primi interventi riguardavano le fognature e gli acquedotti, opere imponenti di grande ingegneria idraulica che permisero di preservare la civiltà Romana da quelle grandi epidemie come la peste che dopo la caduta dell’Impero Romano imperversarono ciclicamente in tutta Europa. Roma era disseminata di fontane e fontanelle, contarle tutte è ancora oggi impresa ardua.

Le provincie dell’Impero non erano viste come colonie da sfruttare, ma come un’estensione di Roma dove si parlava la stessa lingua, si spendeva la stessa moneta, si rispettavano le stesse leggi. Ogni provincia aveva una sua economia e una sua amministrazione e gestiva autonomamente il commercio. Il vero federalismo o meglio, la perfetta sintesi tra stato centralizzato e autonomia locale, si concretizzò sotto il simbolo di Roma. In cambio della libertà di governo, le provincie si impegnavano a garantire l’ordine con i propri uomini e a riscuotere i tributi, in questo modo Roma riusciva con non più di 150 procuratori ad amministrare tutto l’impero e con poche legioni a garantire la sicurezza dei suoi confini. La politica fiscale non era asfissiante, come ai giorni nostri. Il governo di Roma concedeva, soprattutto alle sue provincie, molto più di quello che chiedeva.

Le città dell’Impero erano concepite in un’ottica di libertà e di massima mobilità. Erano prive di fortificazioni e facilmente raggiungibili grazie all’articolato ed efficientissimo sistema stradale. Strade ancora oggi utilizzate e rese sicure dalla presenza di presidi militari lungo le sue arterie. Nelle aree urbane, come nelle campagne, si respirava un’aria di sicurezza e di libertà in quanto la criminalità comune era contenuta entro limiti fisiologici e i confini resi sicuri (il sacco di Roma del 390 a.C. ad opera dei Galli di Brenno, era un lontano ricordo). Come vedremo in seguito, questa concezione urbanistica, perfettamente coerente con il modo di intendere la vita dei Romani, si rivelò un elemento di debolezza quando le frontiere divennero permeabili alle incursioni barbariche. Dopo i primi saccheggi, attorno agli agglomerati urbani furono frettolosamente edificate delle cinta murarie, preludio delle città fortificate del Medio Evo. Quel senso di sicurezza che aveva fino ad allora accompagnato la vita quotidiana dei Romani, lasciò il passo a quella brutta sensazione di precarietà che oggi ben conosciamo.

Le tribù barbariche erano in costante lotta tra loro, divise tra etnie stanziali che vivevano di agricoltura e pastorizia e tribù nomadi che praticavano la razzia a danni delle prime. Spesso accadeva che erano proprio le popolazioni barbariche e celtiche, vittime delle scorribande dei razziatori, che chiedevano aiuto a Roma a cui fornivano gli uomini che venivano integrati nelle sue legioni, o che ambivano a stabilirsi all’interno dei confini dell’Impero. In Britannia per preservare quelle terre dalle scorrerie dei barbari del nord (Pitti), fu edificato un poderoso sistema difensivo, il Vallo Adriano, che tutt’ora segna il confine tra Inghilterra e Scozia.

Roma era tollerante e accomodante, ma non accettava ribellioni nelle sue provincie e quando si verificavano la punizione era esemplare, come avvenne in Palestina con la riottosa popolazione ebraica sobillata dagli Zeloti (la stessa a cui apparteneva Gesù che fu, per questo motivo, processato e crocifisso).

Roma non ammetteva che l’autorità dell’Imperatore fosse messa in discussione, come invece fecero i primi cristiani che furono per tale ragione – e non per motivi religiosi – perseguitati, fino a quando Costantino non vide in loro uno strumento utile per battere il suo rivale Massenzio nella Battaglia di Ponte Milvio (Ottobre 312).

Questa fu Roma, l’unica vera grande civiltà di tutti i tempi.

Come accade in natura, dove tutto nasce, si sviluppa e poi muore, Roma, raggiunto l’apice del suo Impero sotto Traiano nel 115 d.C., iniziò il suo lento declino fatto di alterne vicende fino alla deposizione dell’ultimo imperatore Romano d’Occidente Romolo Augusto nel 476 ad opera di Odoacre, re dei Goti.

Sulle cause della caduta dell’Impero Romano, da secoli gli esperti si interrogano. Senza voler competere con ricercatori che hanno dedicato la loro vita ad approfondire la storia di Roma, vogliamo tuttavia esprimere il nostro parere al riguardo.

Sorvoliamo sulle banalità propinate da certa letteratura e dalla cinematografia che attribuiscono alla corruzione e alla decadenza dei costumi la causa principale della rovina di Roma o alla presenza di piombo nei bicchieri che avrebbero causato sterilità a malattie psichiche e dedichiamoci ad argomenti ben più attendibili.

Le cause principali possono essere così riassunte:

  1. Interne: le continue e sanguinose guerre civili che hanno sottratto uomini alla difesa dei confini, sempre più spesso affidata a legioni costituite interamente da barbari romanizzati;
  2. Esterne: la pressione delle tribù germaniche (principalmente Goti, Vandali, Franchi, e Alemanni) che per sfuggire alle razzie dei barbari delle steppe (Unni), premevano ai confini per stabilizzarsi all’interno dell’Impero. Di conseguenza la politica militare dei Romani cambiò e da espansiva divenne difensiva. Dalle campagne di conquista, che portavano ricchezza e prosperità, si passò alla dispendiosa difesa del Limes.
  3. Cristianesimo: l’incidenza della nuova religione fu determinante. Roma vedeva negli Dei dell’Olimpo i suoi protettori, mentre il cristianesimo – cosa inconcepibile per un qualunque Romano – poneva sullo stesso piano tutti gli uomini, anche i nemici di Roma, inoltre gli adepti del cristianesimo primitivo si rifiutavano di giurare fedeltà all’Imperatore. Infine, grazie alle leggi volute da Teodosio, la Chiesa assunse una connotazione politica che minò per sempre l’autorità e la credibilità dell’Imperatore. Da elemento di coesione, nelle intenzioni di Costantino e di Teodosio, la Chiesa, una volta raggiunta la posizione di potere, divenne elemento di divisione e di esclusione di quella larga parte della popolazione Romana rimasta fedele alle religioni ancestrali e che mal tollerava la protervia cristiana.

La storia di Roma è una continua lotta per il potere. A partire dalla sua fondazione, con la morte violenta di Remo da parte del gemello Romolo (come ci racconta la leggenda), Roma è stata costantemente attraversate da periodi di forte instabilità.

Dalla fase repubblicana all’epoca imperiale, condottieri e legioni si sono scontrati in sanguinose guerre civili che hanno ridotto la capacità di Roma di espandersi prima (uniti, gli eserciti romani avrebbero facilmente avuto ragione del loro eterno nemico, il Regno dei Parti) e di difendersi poi.

Ancora nel settembre del 394, quando Roma non aveva soldati a sufficienza per difendere i suoi confini, avvenne l’ennesimo scontro tra Romani: la battaglia del fiume Frigido, nei pressi di Gorizia. Fu combattuta tra l’Imperatore Teodosio e il pretendente al trono Flavio Eugenio e sancì, nel sangue, la supremazia cristiana sulla Roma politeista.

Nel momento decisivo per la sua sopravvivenza, nel momento in cui Roma per difendersi dalle orde barbariche aveva bisogno di maggiore unità e di ridestare l’ormai sopito orgoglio imperiale, Teodosio, alla sua morte, avvenuta l’anno successivo nel 395, le diede il colpo di grazia dividendo l’Impero Romano in due parti, che si posero spesso in conflitto tra loro.

La politica romana del “divide ed impera” che ha permesso a Roma di indebolire e sconfiggere i suoi nemici fu applicata, da questo sciagurato imperatore, contro se stessa. L’Impero Romano fu quindi diviso tra i due suoi figli adolescenti. Arcadio divenne governante dell’Oriente, con capitale a Costantinopoli, e Onorio divenne governante dell’Occidente, con capitale a Milano. Lo spostamento della capitale da Roma a Milano e successivamente a Ravenna, fece comprendere a tutti che Roma non era più Caput Mundi.

Se Roma riuscì a resistere alle invasione barbariche negli anni successivi lo si deve ad un generale di origine Vandala, Stilicone, che sconfisse prima i Visigoti in Piemonte nel 402 e successivamente gli Ostrogoti fermati in Toscana nel 406.

Era chiaro a tutti che le sorti dell’Impero non erano più nelle mani dei Romani, ma in quelle dei barbari siano essi fedeli, alleati o nemici di Roma. La forza dominante sono loro, i barbari convertiti al cristianesimo (la conversione al cristianesimo era la pregiudiziale che Roma poneva alle tribù barbariche che intendevano stabilirsi nei territori dell’Impero).

Roma, conscia della sua debolezza, si vide costretta a mutare continuamente strategia per contenere la pressione delle genti barbare. Quando non poteva combatterli stipulava con loro gravosi accordi di pace che prevedevano il versamento di pesanti tributi e la cessione di ampi territori.

Da evidenziare che l’intento di Goti e Longobardi non era quello di distruggere Roma, ma di farvi parte. Il loro scopo ultimo era quello di stabilirsi all’interno dei confini dell’impero e di essere integrati nella civiltà Romana. Le terre italiche erano ai loro occhi ricche di campi coltivati e coltivabili, di città fiorenti piene di svaghi e di comodità e, allo stesso tempo, indifese e facili da conquistare. Infatti, una volta penetrati e stabilizzati si fusero con le istituzioni Romane dando forma ai molteplici regni Romano-Barbarici.

La parte orientale, l’Impero Romano d’Oriente, ebbe maggior fortuna e visse per altri mille anni fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453 ad opera dei Turchi ottomani guidati da Maometto II.

Un effimero tentativo di ritorno allo splendore del passato fu fatto da Carlo Magno con il Sacro Romano Impero, un’aggregazione disarticolati di popoli e regni in costante lotta tra loro che di Romano aveva ben poco. Anche in questo caso, come per tutto il Medio Evo, il periodo più cupo della storia dell’umanità, l’incidenza della Chiesa come potere politico fu determinante nel cancellare per sempre i mille anni di civiltà romana. Dopo Roma la barbarie, che ancora oggi imperversa. Seppur in modo poco evidente e in forme diversificate.

Approfondimento

Tra le concause che portarono alla caduta di Roma, possiamo annoverare la denatalità che obbligò gli imperatori ad arruolare guerrieri barbari che non avevano il temperamento e lo spirito dei legionari e furono a volte infidi e traditori.

Altra causa fu il minor afflusso di schiavi come conseguenza della fine delle guerre di conquista. Gli schiavi venivano utilizzati principalmente in agricoltura permettendo ai contadini romani di arruolarsi.

L’eterno nemico di Roma, il Regno dei Parti che contendeva con Roma l’egemonia sulle terre di confine e sbarrava la strada per l’espansione romana verso la Cina subì, a partire dal 230, un rovesciamento dinastico da parte dei persiani che attuarono da subito nei confronti di Roma una politica molto più aggressiva riuscendo perfino a fare prigioniero un imperatore Romano (Valeriano, nel 260). Per fronteggiare la minaccia persiana, Roma fu costretta a sguarnire le sue frontiere lungo il Reno e il Danubio, ne approfittarono le tribù germaniche che, nel frattempo, si erano evolute passando dal pulviscolo di agglomerati tribali dei tempi di Cesare a delle confederazioni molto più compatte sul piano politico e più efficienti sul piano militare, grazie all’utilizzo delle tecniche di battaglia apprese dai Romani.

Fino al 375 gli eserciti di Roma erano molto più forti dei barbari attestati lungo i suoi confini. Il fatto nuovo fu l’avanzata dei barbari delle steppe. Gli Unni, una popolazione nomade originaria della Mongolia, si spostarono verso occidente depredando e distruggendo tutto ciò che incontravano. I Goti, che vivevano nelle odierne Romania e Ucraina, incalzati dagli Unni, affamati e terrorizzati, chiesero asilo a Roma. Dopo lunghe trattative ai profughi fu permesso di attraversare il Danubio, ma la speculazioni di alcuni alti funzionari che rivendevano il cibo a loro destinato, portarono i Goti all’esasperazione. Ne seguirono rivolte facilmente represse fino a quando nel 378 nella piana di Adrianopoli l’armata Romana fu annientata dai Visigoti e l’Imperatore Valente catturato e uccisi. Da quella umiliante sconfitta l’esercito imperiale non si sarebbe più ripreso e le province balcaniche, che producevano grandi quantità di derrate alimentari e un cospicuo gettito fiscale, furono perdute per sempre decretando la fine dell’integrità territoriale dell’Impero.

Tra le concause della decadenza di Roma che andavano a delinearsi in quel turbinio di eventi, un posto di assoluto rilievo spetta alla caduta dei valori del mondo classico. Fin dal suo esordio, Roma aveva attinto a piene mani alla cultura ellenica, il cui valore fondante era la centralità dell’individuo inserito in un contesto sociale teso a rendere grande e immortale la sua opera. Erano l’uomo e la sua vita terrena, la cultura, lo splendore delle città, la vita sociale, la civiltà ciò che contava per i Romani. L’aldilà, a parte il rispetto sacrale per i defunti era, come per i Greci prima, di scarsa importanza.

Il cristianesimo invece si contrappose radicalmente agli ideali classici. Era portatore di una ideologia remissiva che oggi potremmo definire pacifista (salvo poi essere intollerante e aggressiva nei confronti delle altre religiose). I suoi adepti, fintanto che il potere era politeista, si rifiutavano di combattere i nemici esterni. Inoltre invocava la castità contribuendo alla crisi demografica che, come abbiamo visto, fu una delle principali cause della decadenza di Roma.

Lo storico inglese Edward Gibbon, nella sua monumentale opera in 6 volumi, “Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano”, così sintetizza la portata del Cristianesimo sulle vicende romane

 « … Il clero predicava con successo la pazienza e la pusillanimità. Venivano scoraggiate le virtù attive della società, e gli ultimi resti di spirito militare finirono sepolti nel chiostro»

La nuova religione si basava sull’idea che l’esistenza fosse effimera e che la vera vita sarebbe venuta dopo la morte. Il mondo terreno era quello del dolore e del peccato. La speranza non era più la grandezza di Roma ma, come scrisse Agostino di Ippona tra il 413 e il 416, “La città di Dio” (De Civitate Dei) secondo cui

«Roma perisce per i suoi costumi corrotti e per essere pagana»

“Roma poteva anche cadere, non è poi così importante, ciò che conta è il regno dei cieli”, questo era il fondo il messaggio diffuso dalla Chiesa. … e lo spirito indomito dei Romani si affievoliva sempre di più per lasciare il posto alla rassegnazione.

Con l’avvento del Cristianesimo e l’affermazione della Chiesa come potere politico e sociale che si inserì nelle istituzione fino a sovrapporsi allo Stato Romano, si andò verso un ridimensionamento dell’Idea di Imperium. Secondo la nuova morale la grandezza di Roma non era più il fine perseguito con il sostegno degli Dei, ma un mezzo per il realizzare in terra il Regno dei Cieli e per predisporsi alla vita eterna.

In definitiva a decretare la fine di Roma non furono le invasioni barbariche, che in epoche precedenti sarebbero state respinte come sono stati sconfitti i più potenti eserciti nemici, ma l’incapacità di affrontare gli eventi per il venir meno dello spirito di Roma.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Culturale Excalibur

 

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LA MAFIA NON SI COMBATTE CON LA RETORICA

Come intervenire ad un dibattito della sinistra, parlare del fascismo  e ricevere gli applausi del pubblico.

Ieri sera, sono intervenuto in un dibattito sulla mafia organizzato dalla sinistra DS, a seguito dell’arresto del sindaco del paese.

Nel mio intervento ho spiegato di come il fascismo ha reso inoffensiva la mafia tramite l’attività giudiziaria del prefetto Mori, cui Mussolini diede i pieni poteri, e, soprattutto, attraverso il vasto piano di opere pubbliche, di risanamento ambientale e di ridistribuzione delle terre ai contadini che portò alla piena occupazione sottraendo la manovalanza della mafia. E di come la mafia fosse ritornata con i liberatori americani che sostituirono i sindaci (podestà) di nomina governativa con i sindaci graditi alla mafia, dando origine a quell’intreccio viscido tra potere mafioso e potere politico che ben conosciamo e che ha fatto la fortuna di alcuni partiti.

Alla fine del mio intervento, sotto gli sguardi attoniti degli organizzatori ho ricevuto gli applausi del pubblico.

Ovviamente i relatori hanno tentato di replicare con le solite battute trite e ritrite tipo olio di ricino e altre banalità del genere.

Gianfredo

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BERE LATTE FA BENE?

LATTE

Indispensabile per i neonati, dannoso per gli adulti

di Gianfredo Ruggiero

Il neonato, di qualunque mammifero si tratti, si alimenta esclusivamente di latte materno. Superata la fase dello svezzamento, con il passaggio ad una dieta diversificata, il seno della madre smette di produrre latte avendo esaurito la sua funzione. Lo stesso avviene in tutte le specie animali, ognuna delle quali produce un latte diverso in quanto destinato esclusivamente ai propri cuccioli.

A prescindere dalle considerazioni di ordine morale – mucche che si vedono strappare il proprio vitellino a pochi giorni dalla nascita e costrette a passare la loro vita attaccate ad una macchina succhia-latte che dimezza la loro, seppur grama, aspettativa di vita – somministrare ai bambini, come agli adulti, latte di origine non umana è una forzatura che può comportare rischi, anche gravi, per la salute.

Una patologia molto diffusa è l’intolleranza al lattosio (lo zucchero del latte), a causa della progressiva riduzione dell’enzima lattasi, necessario per la sua digestione, che si verifica in ognuno di noi dopo lo svezzamento.

Il nostro organismo, lo stesso vale per tutti i mammiferi, smette di produrre la lattasi per il semplice motivo che, superata la fase infantile, si aspetta che cessi l’assunzione di latte. Continuare invece ad alimentarsi con latte e suoi derivati determina uno stato di rigetto da parte del nostro corpo.

Per ovviare a questo inconveniente, l’industria del latte si è inventata la versione HD (alta digeribilità). In sostanza il lattosio viene estratto dal latte, separati i suoi componenti, galattosio e glucosio, e poi ricongiunto al latte. Il risultato è un prodotto manipolato chimicamente che avrà anche un bell’aspetto e un buon sapore, ma che di naturale gli rimane ben poco. Se poi aggiungiamo che negli allevamenti intensivi le mucche sono alimentate con mangimi e farine altamente proteici ottenuti da coltivazioni a base di OGM con l’aggiunta di scarti di macellazione e rinforzati da ormoni della crescita e trattate con estrogeni e farmaci per prevenire infezioni e stimolare la produzione di latte, il quadro si completa. Alla faccia della pubblicità che ci fa vedere la mucca Carolina felice di brucare l’erba sui pascoli montani.

Subito dopo la mungitura i batteri nel latte sono circa 900 per cc, dopo 24 ore sono circa 58 milioni. Per limitare la proliferazione dei microrganismi patogeni si ricorre alla pastorizzazione la quale, essendo un processo blando ha, di conseguenza, un’efficacia limitata. Un intervento più incisivo è la sterilizzazione (latte UTH) che avviene a temperature più elevate. Questo processo da un lato distrugge quasi completamente i microorganismi presenti nel latte – cui si aggiungono gli effetti negativi della mungitura meccanica che causa abrasioni e forme di mastite alle mammelle del povero animale con conseguente produzione di pus e trace di sangue che, ovviamente, finiscono nel latte – e, dall’altro, deteriora le sostanze nutrienti (proteine e vitamine).

Il latte vaccino, e passiamo al secondo punto di analisi, non è cibo per umani. Lo dimostra chiaramente la sua composizione. Nel latte di mucca è presente una quantità di proteine fino a quattro volte maggiore del latte materno, questo per permettere la rapida crescita del vitello che in soli due anni passa dai 40 Kg della nascita ai 7/900 Kg dell’adulto. Per digerire un latte così ricco i ruminanti dispongono di uno stomaco potenziato diviso in quattro scomparti che noi, ovviamente, non essendo predisposti a questo tipo di alimento, non abbiamo. La conseguenza è un super lavoro a carico del nostro apparato digerente i cui effetti negativi si manifestano soprattutto in età adulta.

Nel latte di mucca troviamo inoltre una quantità enorme di minerali: tre volte la quantità di Sodio e sei volte la quantità di Fosforo presenti nel latte materno e tantissimo Calcio. Un latte così ricco di minerali serve a sostenere la crescita vigorosa del vitello e per strutturare il suo possente apparato scheletrico. Se assunto dall’uomo, bambino o adulto che sia, questo eccesso di minerali dovrà essere eliminato attraverso le urine determinando ulteriori scompensi come, ad esempio, la formazione calcoli renali. Di contro manca il ferro e gli Omega 3, causa primaria di anemie, soprattutto infantili, che insorgono quando la dieta è prevalentemente a base di latte e latticini.

Sulle vitamine il dibattito è invece tuttora aperto, con dati contrastanti rispetto alle fonti. Di certo il latte di mucca contiene meno vitamine del latte materno. Soprattutto vitamina D che controlla la capacità del bambino di assorbire il Calcio e vitamina C, indispensabile per prevenire malattie come lo scorbuto e forme tumorali.

Senza contare che il latte intero e i suoi derivati contengono, come tutti gli alimenti di origine animale, una elevata percentuale di acidi grassi saturi e di colesterolo il cui eccesso fa aumentare il rischio di malattie cardiovascolari.

Ogni mammifero produce latte contenente i nutrienti nelle proporzioni ottimali per lo sviluppo dei propri cuccioli e gli anticorpi della specie di appartenenza.

Dovrebbe bastare questa semplice considerazione per indurre le neo mamme ad allattare al seno e agli adulti di non… rimanere lattanti.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Culturale Excalibur

 

 

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