LA CULTURA E’ L’ARMA PIU’ FORTE

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Cavalieri di un’Idea

Siamo di DESTRA perchè sosteniamo la libertà d’impresa e la proprietà privata; siamo di SINISTRA perchè vogliamo la giustizia sociale; siamo AMBIENTALISTI perchè rispettiamo la natura e amiamo gli animali.

Provate ad appiccicarci un’etichetta…se ci riuscite

 

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A PROPOSITO DI LEGGE FIANO

Sono da sempre un appassionato di storia, in particolare di storia contemporanea che, come tutti, ho appreso sui banchi a scuola e poi approfondito nelle biblioteche e leggendo libri di diversi autori e di diverso orientamento. Alla mia conoscenza ha poi contribuito, in maniera notevole, il dibattito. Soprattutto con persone con opinioni diverse dalle mie.

Discutere con chi la pensa come me all’inizio è piacevole, ma poi mi annoia. Al contrario il dibattito con persone che esprimono in maniera civile, educata e, soprattutto, rispettosa, opinioni distanti dalle mie l’ho sempre considerata una occasione di crescita.

Il fascismo è stato condannato dalla storia, quella ufficiale, perché nei suoi vent’anni di vita avrebbe portato morte e distruzione.  Se così fosse (io non ne sono per nulla convinto)  sarebbe perfettamente legittimo bandire tutti quei movimenti e partiti che si richiamo al fascismo e sarebbe  altrettanto legittima la legge Fiano, recentemente approvata alla Camera, che vieta anche gli atteggiamenti riconducibili al fascismo.

Secondo la legge Fiano, se faccio il saluto romano rischio fino a due anni di carcere perché il fascismo ha portato morte e distruzione…e se mi faccio il segno della croce cosa rischio, l’ergastolo? Se pensiamo a cosa ha fatto la Chiesa nei suoi duemila anni di storia. Pensiamo alla Santa Inquisizione, pensiamo a come sono state cristianizzate le Americhe. Pensiamo all’antisemitismo creato dalla Chiesa con l’accusa rivolta agli ebrei di aver voluto la morte di Gesù. Nel 1096, alla partenza della prima crociata indetta da Papa Urbano II sono stati massacrati 50 mila ebrei in Renania accusati di essere miscredenti ad opera dei predicatori Pietro d’Amiens e Gualtieri Senza Averi.  Entrati a Gerusalemme i crociati hanno massacrato l’intera popolazione, cristiani, musulmani ed ebrei che fino ad allora convivevano in pace.

E se sventolo la bandiera americana? Finisco sulla sedia elettrica se pensiamo a cosa hanno fatto gli americani in passato e ancora adesso. La storia dell’America è iniziata con il genocidio dei pellerossa, oltre 10 milioni, e con i 15 milioni di neri prelevati a forza dall’Africa e ridotti in schiavitù; la segregazione razziale è rimasta in vigore fino agli anni 60. In alcuni stati erano addirittura proibiti i matrimoni misti. E’ proseguita con le armi di distruzione di massa: le bombe atomiche sul Giappone prossimo alla resa, le bombe al napalm per incendiare i villaggi vietnamiti con le persone dentro, alle bombe al fosforo sulla città irachena di Falluja, ai proiettili radioattivi nei Balcani. Ai colpi di stato organizzati dalla Cia negli anni 70 in Cile, Argentina e Grecia all’operazione Gladio in Italia. Non c’è guerra e violenza senza America.

E se mostro la bandiera francese? Finisco alla ghigliottina, se pensiamo che le moderne democrazie parlamentari sono state partorite nel sangue della Rivoluzione francese tra teste mozzate, terrore giacobino e il Genocidio dei cristiani in Vandea dove venivano uccise principalmente le donne per evitare che partorissero briganti. Su 800 mila abitanti ne sono stati uccisi 280 mila, più di un terzo della intera popolazione.

E se esibisco la bandiera rossa con la farce e martello? finisco come minimo ai lavori forzati se pensiamo alla deportazioni in Siberia di Stalin ai tre milioni di cambogiani uccisi da Pot-Pot e al sangue versato durante la rivoluzione culturale di Mao.
In definitiva, se dovessimo giudicare la storia sulla base dei crimini compiuti, qui non si salva nessuno.

Non si salva l’Italia per Mussolini e la Germania per Hitler, ma non si salva neppure la Chiesa per le crociate, la santa inquisizione e l’antisemitismo, non si salva l’America per il razzismo e le bombe, non si salva la Francia per Robespierre e Napoleone che ha depredato mezza Europa e l’Intero Egitto. Non si salva il comunismo per Stalin, Mao e Pol Pot.

Per cui finiamola di usare la storia per bassi e miserevoli intenti politici. La storia non si processa, si studia per trarne insegnamento. Come le idee, qualunque esse siano, che vanno discusse. Perché la diversità di opinioni è una ricchezza che porta giovamento a tutti.

Io ho un sogno, parafrasando Luther King, di vedere un giorno giovani destra e giovani di sinistra, disoccupati e immigrati, ognuno con le proprie idee, uniti da un unico obiettivo: salvare l’Italia.
Il nostro nemico non è il comunismo, non è il fascismo, il nostro nemico non sono gli immigrati.

Il nostro nemico è il capitalismo che affama i popoli e genera ingiustizie; che per prosperare ha bisogno di una massa sempre più grande di disperati e immigrati da sfruttare.

Il nostro nemico è l’America. Non quella di Trump, l’America di sempre che pretende di controllare i destini del mondo.

Se non capiamo questo e continuiamo invece a parlarci addosso, fra dieci anni saremo ancora qui a discutere di neofascismo. Intanto l’Italia sprofonda sempre di più.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Excalibur – Lonate Pozzolo (VA)

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ATTUALITA’ DEL PENSIERO MARXISTA

…E SE MARX AVESSE RAGIONE?

“Esercito industriale di riserva”. Fu questa l’espressione che Carl Marx utilizzò nella sua opera, “Il Capitale”, per indicare la funzione dei disoccupati nell’ambito delle dinamiche capitalistiche.

In sintesi, secondo il meccanismo regolatore della domanda e dell’offerta, una elevata disoccupazione tiene basso il costo della mano d’opera. Mentre, al contrario, la poca disponibilità di lavoratori ne fa aumentare il valore a scapito del profitto del capitale. Per questo motivo gli economisti liberali vedono la piena occupazione come il fumo degli occhi. Come considerano nemico giurato il cosiddetto “protezionismo” che altro non è che il legittimo diritto di ogni nazione di difendere la propria economia minacciata dallo strapotere delle multinazionali gestite dalla finanza.

Carlo Marx sostiene che per il Capitale è di vitale importanza disporre di una massa di disoccupati allo scopo di esercitare una costante pressione verso il basso sulle condizioni di lavoro delle maestranze. In pratica, grazie a questo esercito di riserva i lavoratori sono sempre sotto scacco. Oltre ad avere a disposizione un serbatoio umano da utilizzare all’occorrenza.

Poiché, come evidenziò Henry Ford, gli operai sono anch’essi dei consumatori, è necessario bombardarli di pubblicità e stimolare sempre nuovi stili di vita che trasformino i bisogni futili in essenziali. In questo modo aumentano le vendite e crescono i profitti.

La via d’uscita, secondo Marx, sarebbe la “collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio”. Affidare allo Stato la pianificazione dell’economia nazionale attraverso il controllo della produzione e della distribuzione dei beni permetterebbe di sottrarre al perverso meccanismo della domanda e dell’offerta i lavoratori e di retribuirli secondo “i loro bisogni e le loro necessità”. Su questo concetto torneremo.

All’epoca di Marx non esisteva il fenomeno della delocalizzazione industriale e l’immigrazione aveva tutt’altre caratteristiche, pertanto non ha potuto contemplare queste due variabili nella sua lucida analisi.

Tornando ai giorni nostri, il capitalismo ha nel frattempo cambiato la forma, ma non la sostanza. Per cui le considerazioni che valevano ai tempi di Marx valgono ancora oggi.

La convenienza del capitalismo a trasferire le attività produttive nei paesi a basso costo di mano d’opera e l’incoraggiamento all’immigrazione esercitato dalla sinistra (che evidentemente non ha letto il Capitale e fa il gioco del capitalismo), sostenuta in questa dalla Chiesa di Bergoglio, svolgono la medesima funzione dell’esercito di riserva di Marxiana memoria.

Prima dell’avvento della globalizzazione la singola azienda operante nel mercato interno doveva confrontarsi con la sola concorrenza nazionale, oggi deve lottare soprattutto con le multinazionali che possono contare su grandi numeri di produzione a basso costo. Per non farsi estromettere dal mercato è quindi obbligata a innovare continuamente metodi e strumenti di lavoro.

Il progresso tecnico consente alle aziende di produrre lo stesso quantitativo di merci con un numero sempre minore di lavoratori salariati, che vengono sostituiti progressivamente dal macchinario contribuendo, in tal modo, al mantenimento della disoccupazione.

A ciò si aggiunge un altro importante fattore, quello della crescita: per il capitalismo è di vitale importanza mantenere alti i livelli di crescita.

Questo obiettivo viene perseguito, come detto, dalla pubblicità martellante ed è agevolato dal precoce invecchiamento dei prodotti (vedi computer e cellulari) e dalle mode che impongono di aggiornare continuamente il guardaroba. Per sostenere l’aumento dei consumi è necessario incrementare la produzione e di conseguenza, nonostante la meccanizzazione dei cicli produttivi, attingere a nuova mano d’opera, anche per sostituire i lavoratori prossimi alla pensione.

Il rischio paventato dal capitale – se il livello di disoccupazione dovesse abbassarsi oltre la soglia di guardia – è quello di dover offrire migliori condizioni di lavoro ai nuovi assunti, con il conseguente effetto domino su l’intera classe lavoratrice.

Ecco all’ora scendere in campo il secondo esercito di riserva, rappresentato dai nuovi proletari: gli immigrati.

Gli extracomunitari svolgono, loro malgrado, la funzione di mantenimento dell’alto livello di disoccupazione sostituendosi ai lavoratori italiani, divenuti nel frattempo, non più “competitivi”, soprattutto nelle mansioni a prevalenza manuale.

Non a caso l’occupazione cresce, ma la disoccupazione non diminuisce.

Tralasciamo poi gli aspetti collaterali come l’insorgenza di sentimenti xenofobi, estranei alla nostra cultura, causati dalla gestione pasticciona e ideologica delle derivanti emergenze da parte dei governi.

Che fare, direbbe Lenin. La risposta è uscire dalle perverse logiche del capitalismo e riportare il lavoro nella sua dimensione umana e rivalutarlo nella sua valenza sociale.

Marx ci è stato di grande aiuto per comprendere il capitalismo. Adesso tocca a noi superarlo.

Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur

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RIVOLUZIONE FRANCESE

GLI ANNI CHE SCONVOLSERO LA FRANCIA

E SEGNARONO IL MONDO

Di Gianfredo Ruggiero

Nella storia dell’Umanità possiamo individuare tre momenti fondamentali. Il primo riguarda la civiltà Romana, unica e irripetibile; il secondo, caratterizzato dalla grande spiritualità cristiana; il terzo, segnato dal materialismo illuminista che ha visto nella Rivoluzione Francese il punto di svolta per la sua affermazione e per la diffusione dell’ideologia capitalista.

Il pensiero illuminista è profondamente anticlericale e fortemente materialista, nasce come risposta al potere oscurantista della Chiesa Medievale e al dispotismo assolutista della Monarchia ed esalta la ragione come filosofia di vita elevandola al rango di Dea (la “Dea Ragione”).

Come tutte le correnti filosofiche, l’Illuminismo è distante dal popolo che a mala pena sa leggere e che con la sua vita grama ha ben poca voglia di filosofeggiare. Fa invece presa sulla nascente borghesia mercantile ansiosa di contare politicamente e che trova nell’ostilità popolare verso le istituzioni la massa di manovra per raggiungere i suoi scopi.

L’enorme disparità sociale, tra l’alto Clero e la Nobiltà che vivevano nel lusso e il popolo francese con pochi diritti e tanti doveri, ha fatto da detonatore.

Un motto suggestivo e accattivante: libertà, uguaglianza e fratellanza, che chiunque può condividere e interpretare, ha contribuito al successo della sollevazione.

La Rivoluzione Francese ci ha dato la “Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino” da cui derivò l’abolizione della schiavitù nelle colonie (ripristinata da Napoleone nel 1802) e molte innovazioni in senso liberale come il “suffragio universale(1) e l’abolizione del feudalesimo. Ma su come furono perseguiti, questi nobili ideali – spesso solo sulla carta – e cosa accadde in quei dieci anni dal 1789 al 1799 si tenta di sorvolare, soprattutto quando, Il 14 luglio di ogni anno, la Francia festeggia solennemente la presa della Bastiglia, momento simbolo della Rivoluzione Francese.

Ma i nostri cugini d’oltralpe sanno di festeggiare uno dei più sanguinosi e repressivi momenti della storia di Francia? Per giunta palesemente mistificati?

La presa della Bastiglia è raffigurata nei libri di storia come una eroica e spontanea sollevazione popolare contro il simbolo del potere dispotico e per liberare i prigionieri ingiustamente carcerati e sottoposti a indicibili torture e sofferenze.

In realtà la guarnigione si arrese senza combattere e i reclusi erano in totale sette, per giunta incarcerati per reati comuni (2). Percorriamo i fatti.

La Bastiglia venne eretta a metà del 1300 come fortezza difensiva e successivamente adibita ad uso carcerario sotto Richelieu nel 1600. Il mantenimento della grande struttura era diventato estremamente costoso e nel 1784 era stata decisa la sua demolizione, più volte rimandata a causa dei costi elevati. All’epoca della Rivoluzione, essendo poco utilizzata, il controllo dell’immenso bastione era affidato ad un reggimento di soli 82 riservisti (soldati anziani o inabili per invalidità) e 32 guardie svizzere.

Il 14 luglio una folla esagitata si accalca davanti alla Bastiglia per assaltarla alla ricerca di armi, e nonostante le forze fossero sufficienti a respingere i rivoltosi, il comandante della Fortezza Launay si rende disponibile a trattare la resa a patto che fosse garantita l’incolumità sua e della guarnigione. Fu, invece, ucciso a tradimento e l’intera guarnigione massacrata. Le testa del comandate e quella del sindaco di Parigi Flesselles intervenuto per sedare gli animi furono infilzate su pali appuntiti ed esibite nelle piazze

All’orrore si aggiunse il ridicolo, quando furono mostrati come strumenti di tortura parte di una armatura medioevale spacciata come “corsetto di ferro per spezzare le articolazioni” e una pressa tipografica presentata come “macchina per stritolare le ossa”.

La scoperta di alcune fosse contenenti dei resti umani in un cortile interno della Bastiglia fece gridare allo sdegno, salvo poi riconoscere sommessamente che non si trattava delle ossa di oppositori politici giustiziati o morti per le sevizie subite, bensì di persone normali che essendosi suicidate non potevano essere sepolte in terra consacrata. A completare la montatura furono le stampe, fatte circolare per le vie di Parigi, che ritraevano gli emaciati prigionieri della Bastiglia incatenati tra scheletri penzolanti.

Questo fu l’inizio della Rivoluzione Francese tra orrore, ridicolo e falso. Il seguito fu ben più raccapricciante e mistificante: Robespierre e il terrore, il genocidio della Vandea, la deportazione dei preti refrattari e le scorrerie di Napoleone.

Chi furono Robespierre e Saint-Just è a tutti noto, quello che sfugge e che su di loro gli storici ufficiali hanno fatto confluire tutte le nefandezze della Rivoluzione Francese. Facendoli passare per pazzi sanguinari e ridimensionando la portata degli eventi che li vede protagonisti ad una sorta di incidente di percorso, si tenta di salvare il resto. In realtà quei dodici mesi di autentico terrore (dal luglio 1793 al luglio del 1794) furono la conseguenza delle vicende precedenti e la premessa di quelle successive.

Dal 2 al 6 settembre del 1792 avvennero i “massacri di settembre”. In quei giorni la folla, secondo alcuni sobillata da Danton e Marat, inferocita per il disastroso andamento della guerra contro la Prussia e per le prime rivolte in Vandea, assalta le prigioni. In pochi giorni, sotto lo sguardo indifferente delle autorità repubblicane, metà della popolazione carceraria parigina, in massima parte detenuta ingiustamente e molti sacerdoti, è uccisa.

La strage, spontanea o organizzata che fosse, è avvenuta prima dell’inizio del Grande Terrore (luglio 1793) e rappresenta una costante nel processo rivoluzionario. Lo riconosce anche Michel Vovelle, uno dei più autorevoli studiosi della Rivoluzione Francese, di formazione marxista, secondo cui (3)

“la violenza nelle carceri servì, da un punto di vista storico, ad alimentare la Rivoluzione la quale, altrimenti, si sarebbe potuta spegnere presto”.

Questo spiega perché la borghesia rivoluzionaria non solo abbia teorizzato, ma addirittura incoraggiato i massacri nelle prigioni. Senza la violenza, che come vedremo non si limitò alle carceri, la Rivoluzione si sarebbe arrestata come un’auto senza carburante.

Nel luglio del 1793, per fronteggiare la crisi economica che attanagliava le classi meno abbienti e la minaccia degli eserciti stranieri alleati contro la Francia, i poteri furono affidati a un Comitato di Salute Pubblica guidato da Robespierre che ebbe il compito di costituire un nuovo esercito e, soprattutto, di fare il lavoro sporco: l’eliminazione fisica degli oppositori e la repressione in Vandea che nel frattempo era insorta.

Con il pretesto della necessità di salvare la rivoluzione dagli attacchi dei reazionari (spesso povera gente che protestava per il pane) fu messo in atto uno spietato apparato poliziesco e repressivo i cui epigoni li possiamo trovare nella Russia stalinista e della Cambogia di Pol Pot (che non a caso studiò in Francia).

Per rendere più efficace e veloce l’azione di Robespierre fu promulgata la famigerata legge del 22 pratile (10 giugno) 1794 partorita dalla mente perversa di Georges Couthon. In virtù di questa legge, che riduceva ulteriormente le libertà individuali stabilite dalla precedente “legge dei sospetti” del settembre 1793 (4), i poteri del Tribunale Rivoluzionario di Parigi divennero praticamente assoluti. Furono vietati gli avvocati difensori, cancellato il ricorso all’appello e negate le testimonianze a favore degli imputati. Chi tentava di scagionare gli sventurati veniva a sua volta accusato di cospirazione. Per tutti la condanna era scontata: la ghigliottina. In un mese e mezzo furono decapitati più di 1.300 “nemici della rivoluzione”.

Tra le vittime dell’ondata repressiva troviamo il padre della chimica moderna Antoine Lavoisier, l’autore dell’assioma “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, e il poeta André Chénier.

Il clima di terrore instaurato da Robespierre fu benefico per le sorti della rivoluzione in quanto ridusse al silenzio l’opposizione e mandò un messaggio inequivocabile al popolo dubbioso.

Assolto il loro compito i tre principali artefici del Grande Terrore,   Maximilien Robespierre, Louis Saint-Just e Georges Couthon, diventati oramai impresentabili, furono a loro volta ghigliottinati dopo essere stati deposti con il classico colpo di stato e giustiziati senza processo, come è prassi nei regimi dittatoriali.

Intanto la regione della Vandea, di sentimenti monarchici e cattolici, si ribella al potere rivoluzionario. La risposta del regime è: massacrare. E massacro fu, anzi, se guardiamo all’altissimo numero di vittime – 250.000 morti su una popolazione di 600.000 abitanti – non è fuori luogo parlare di genocidio.

La politica antireligiosa condotta dal governo repubblicano, sfociata della Costituzione Civile del Clero che trasformava i preti in funzionari statali, venne mal digerita dalla popolazione della Vandea in maggioranza cattolica. A ciò si aggiunse il malumore per le condizioni di vita che continuavano a peggiorare. L’aumento delle tasse e l’arruolamento forzato di trecentomila uomini per sostenere le guerre contro l’Europa, fu la classica goccia che fece traboccare il vaso. La risposta del villaggio di Doulon, il primo a insorgere, fu lapidaria:

“Hanno ucciso il nostro Re; hanno cacciato via i nostri preti; hanno venduto i beni della nostra chiesa; hanno mangiato tutto quello che avevamo e adesso vogliono prendersi i nostri corpi… No, non gli avranno”

In modo del tutto spontaneo la Vandea e le regioni ad essa vicine insorgono. Dopo i primi momenti in cui impegnano i repubblicani in azioni di guerriglia, i combattenti con la coccarda bianca al petto riescono ad organizzare un vero esercito che ha ragione delle guarnigioni repubblicane e prende il controllo dell’intera regione.

Successivamente, però, le forze inviate da Parigi, numericamente superiori, rovesciarono la situazione. Il popolo vandeano è sconfitto, ma non vinto: il fuoco continuava a covare sotto le ceneri. Fu allora decisa dall’Assemblea la totale cancellazione della Vandea. Attraverso tre successivi decreti, a partire dal 13 gennaio 1793, furono emanate le seguenti disposizioni:

“Ogni capo di colonna dovrà perlustrare e poi bruciare tutti i boschi, villaggi, case e aziende agricole”.

“Ogni brigante trovato con le armi in mano sarà passato alla baionetta. Si farà lo stesso con le ragazze, donne e bambini. Le persone meramente sospette non saranno risparmiate”.

I materiali combustibili di qualsiasi tipo saranno confiscati e inviati al Ministero della guerra per bruciare i boschi, i boschetti e i cespugli. (…) Le foreste saranno abbattute, i nascondigli dei ribelli saranno distrutti, le colture saranno devastate, il bestiame sarà confiscato. (…) La proprietà dei ribelli della Vandea passerà al patrimonio della Repubblica”.

La Vandea conosce allora un terribile massacro che durerà fino al 27 luglio 1794. Come ci ricorda Giuseppe Messori, un storico di fede cattolica

la massa dei vandeani catturati cresceva ogni giorno. Si istituirono allora le cosiddette «anticamere della morte», specie di campi di concentramento dove venivano ammassati uomini, donne e bambini in attesa di essere eliminati. Gli stermini di massa vennero accelerati dagli «annegamenti», che potevano essere individuali, ma più spesso a coppie (chiamati sadicamente «matrimoni repubblicani»), oppure collettivi. La procedura di questi ultimi era molto semplice: si ammucchiavano i condannati su una vecchia imbarcazione che, una volta al largo, si faceva volare in pezzi a colpi di cannone: l’acqua irrompeva da tutte le parti e in pochi istanti tutti i prigionieri morivano annegati. A chi era sospettato di saper nuotare venivano preventivamente tagliate le braccia. Il cosiddetto «battesimo patriottico» avveniva per lo più nella Loira, che a sua volta fu nominata il «gran bicchiere dei bigotti».

Alla fine la Vandea fu pacificata, ma a che prezzo? La risposta la troviamo nel messaggio del generale Westermann al Comitato di salute pubblica di Parigi che il 23 dicembre 1793, con mal celato orgoglio, annuncia la definitiva sconfitta degli insorti nella battaglia di Savenay:

“Cittadini repubblicani, non c’è più nessuna Vandea! È morta sotto la nostra sciabola libera, con le sue donne e i suoi bambini. L’abbiamo appena sepolta nelle paludi e nei boschi di Savenay. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli, e massacrato le donne che non partoriranno più briganti. Non ho un solo prigioniero da rimproverarmi. Li ho sterminati tutti… le strade sono seminate di cadaveri. Le fucilazioni continuano incessantemente”.

In conclusione, ci domandiamo:

…ma questi francesi, il 14 luglio, sanno cosa festeggiano?

 Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Excalibur

NOTE

  • anche se di “universale” ha ben poco, essendo le donne e i poveri esclusi dal voto. In pratica poteva votare, non a caso, solo la borghesia.

  • Al momento dell’assalto la struttura ospitava 4 falsari, uno maniaco sessuale e due insani di mente.

  • Michel Vovelle, titolare della cattedra di Storia della Rivoluzione francese alla Sorbona, è stato direttore per dieci anni dell’Institut de la Révolution Française e ha presieduto la commissione di ricerca scientifica per la celebrazione del bicentenario della Rivoluzione.

  • La legge dei sospetti del 17 Settembre 1793 estendeva l’ordine di arresto a tutto il territorio francese a coloro che, anche marginalmente, fossero collegati con il vecchio regime (ex funzionari, nobili, religiosi, ecc.). La repressione scatenata dal Tribunale rivoluzionario porta alla esecuzione di 17.000 condanne a morte.

 BIBLIOGRAFIA

CASTOLDI A. (2012), In carenza di senso. Logiche dell’immaginario, Bruno Mondadori, Milano. 

HOBSBAWN E. Le Rivoluzioni borghesi (1789-1848), Il Saggiatore, Milano, 1963.

LEFEBVRE G. Folle rivoluzionarie. Aspetti della Rivoluzione francese e questioni di metodo storico, Editori Riuniti, Roma,  1989.

MESSORI V. Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana, Edizioni San Paolo, Milano, 1992.

MEZZADRI L. La Rivoluzione francese e la Chiesa, Città Nuova, Roma, 2004

VOVELLE M. La Francia rivoluzionaria. La Caduta della Monarchia (1789-1792), Laterza, Bari, 1992-

REYNALD SECHER, Il genocidio vandeano, Effedieffe Edizioni, Milano 1989.

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IL MEDIO EVO

IL MEDIO EVO

Trionfo della cristianità e nascita del capitalismo

di Gianfredo Ruggiero

Sono passati trecento anni da quel 1492 che segnò, con la scoperta dell’America, il passaggio dal Medio Evo all’epoca moderna. Da allora storici e filosofi, intellettuali e teologi, si sono accapigliati sul lascito di quei mille anni di storia che, a torto o a ragione, sono stati definiti “i secoli bui”.

Se Roma ci ha lasciato in eredità la sua civiltà, le sue leggi e la sua cultura, altrettanto non si può dire del Medioevo. Ci sono stati, è vero, momenti di altissimo splendore come le grandi battaglie che fermarono l’avanzata dei musulmani in Europa e la liberazione della penisola iberica dalla dominazione araba.

Vi furono notevoli innovazioni, anche se alcune di provenienza orientale come la polvere da sparo, inventata dai cinesi e applicata in Europa alle armi da fuoco, i caratteri da stampa mobili inventati sempre dai cinesi, sviluppati dai coreani e perfezionati dal tedesco Gutenberg e l’orologio meccanico, apparso in Cina cinquecento anni prima. La bussola come strumento di navigazione (il campo magnetico terrestre fu una curiosità scoperta dai vichinghi) fu introdotta in Europa nel XII secolo dagli arabi che la appresero dai soliti cinesi.

Altre importanti invenzioni furono gli occhiali da vista (anche se alcuni rudimenti risalgono all’epoca romana), i mulini ad acqua per la macina del grano e l’aratro pesante che permisero di sviluppare l’agricoltura.

Nelle arti e nella letteratura troviamo dei fulgidi esempi che hanno gettato le basi del Rinascimento, soprattutto grazie al lavoro di copiatura del sapere antico degli instancabili monaci amanuensi (i quali durante i lavori di trascrizione e traduzione dal greco al latino dei Vangeli praticarono ai testi sacri quegli “aggiustamenti” per renderli tra loro coerenti e aderenti alla realtà storica).

Le città europee videro la nascita delle prime Università ad opera delle corporazioni di mestieri che, a partire dal XIII secolo, ruppero il monopolio ecclesiastico dell’istruzione e l’insegnamento uscì dai Monasteri.

In Italia la nascita dei Comuni, versione aggiornata delle poleis greche e preludio degli stati nazionali, fu la risposta alla frammentazione del potere politico derivante dalle continue dominazioni straniere. I nuovi assetti istituzionali seppero cogliere in pieno quell’anelito unitario ben rappresentato, in campo culturale e linguistico, dall’opera di Dante.

Ciò nonostante furono secoli effettivamente bui, in cui le città si svuotavano e le persone vivevano in condizioni precarie in tuguri malsani (mentre la Chiesa costruiva, con il lavoro e le elargizioni dei devoti, grandi basiliche e splendide cattedrali grondanti di tesori). Il clima che si viveva era di violenza e il popolo era sottoposto ad ogni forma di prevaricazione da parte della nobiltà feudale e del clero. Ingiustizie vanamente arginate dall’ordine dei cavalieri. La schiavitù era stata definitivamente bandita (tornerà prepotentemente in epoca illuminista), ma sostituita dalla servitù della gleba che vincolava i contadini alla terra e ai voleri del padrone . Viaggiare era estremamente pericoloso con i briganti sempre in agguato lungo le strade meno trafficate; l’ignoranza e l’analfabetismo erano dilaganti (solo i monaci sapevano leggere e scrivere, Carlo Magno, ad esempio, era mezzo analfabeta: sapeva leggere, ma non sapeva scrivere 1).

La condizione femminile nel mondo medioevale subì una forte regressione rispetto alle conquiste sociali della Roma Imperiale 2): la donna viveva in uno stato di totale sudditanza, considerata dalla Chiesa con disprezzo “cosa necessaria all’uomo” e portatrice di tentazioni “la porta dell’Inferno”. La nascita di una bambina era vista, soprattutto nelle classi povere, come una disgrazia. Reclusa in casa, la sua vita era finalizzata alle faccende domestiche e alla procreazione. Unico momento di svago era accompagnare la madre alla messa domenicale, l’alternativa era il convento, altra forma di reclusione.

L’igiene personale era vista quasi con sospetto e le epidemie che falcidiavano intere popolazioni erano ricorrenti a causa della malnutrizione e dell’abbandono di ogni forma di igiene (era consuetudine svotare i pitali gettandone il contenuto, urina e feci, dalla finestra). Le terme e i sistemi fognari costruiti dai Romani furono abbandonati e dei quattrocento bagni turchi costruiti dai Mori a Granada durante la dominazione araba della Spagna, solo uno sopravvisse al nuovo corso.

Ma l’elemento che più di ogni altro ha determinato il Medio Evo è stato il cristianesimo con il suo carattere esclusivo e assolutista.

«Non avrai altro Dio all’infuori di me»

Questo comandamento (non a caso il primo dei dieci) fu preso alla lettera da Papi e sovrani che imposero la religione di Dio con le armi, dando inizio ad una lunga stagione di sangue, a partire dal contrasto alle eresia. Le otto fallimentari crociate ne sono l’esempio eclatante, anche se dietro le spedizioni in Terra Santa si nascondevano motivazioni economiche quali il controllo dei traffici commerciali con l’Oriente e le razzie di cui ne fu vittima perfino la cristiana Costantinopoli, saccheggiata dai loro fratelli di fede durante la quarta crociata. Servirono anche a sancire la supremazia delle Repubbliche marinare sul Mediterraneo.

La vita quotidiana era condizionata dalla Chiesa, anzi scandita dal battito delle campane. L’identificazione della vita religiosa con la vita reale era totale e professare la fede era obbligo di ognuno, pena l’emarginazione poi sfociata nella persecuzione ad opera della Santa Inquisizione. Le più raccapriccianti tecniche di tortura furono sviluppate e usate per costringere le vittime a confessare inesistenti reati o per ripudiare la propria fede a favore di Cristo. Il perdono e la cristiana pietà stavano nel concedere una morte “umana” allo sventurato.

Con il Medioevo il cristianesimo s’impone e diventa ideologia. Un’ideologia che, come vedremo più avanti, ne coltiva al suo interno un’altra, quella capitalista.

Le arti e la letteratura sono anch’esse pesantemente condizionate dal credo religioso e le scienze devono fare i conti con la Chiesa che diventa un sorta di Corte Costituzionale: le scoperte scientifiche sono vagliate dagli organismi ecclesiastici e quelle in contrasto con i dogmi religiosi, a prescindere dalla loro validità e importanza, sono bandite e gli scienziati costretti a umilianti abiure. Il caso Galileo ne è l’emblema.

Recentemente si è tentato di motivare in positivo l’ingerenza della Chiesa nella scienza. Lo ha fatto il fisico e filosofo dell’università di Cambridge James Hannam nel suo libro “La genesi della scienza” (editore D’Ettoris), il quale afferma sostanzialmente che la scienza “neutra” non esiste. Essa è sempre condizionata da una ideologia o da una religione. Nel caso del cristianesimo, questo ebbe il merito di indirizzarla verso le attuali forme.

«la scienza era arrivata così lontano grazie a una particolare concezione di Dio e della creazione»

«era stata proprio quella particolare concezione di Dio a spingere gli uomini a studiare la natura, perché attraverso la natura l’uomo poteva imparare qualcosa del suo Creatore»

Interpretazione molto religiosa e poco scientifica: la paura di incorrere nei rigori della Santa Inquisizione non ha certo stimolato la libertà di ricerca anzi, a nostro avviso, ne ha rallentato lo sviluppo. Soprattutto in quegli ambiti che potevano essere in contrasto con il pensiero cristiano.

Ciò nonostante – poiché il cammino della scienza si può rallentare, ma non fermare – il Medioevo fu comunque un periodo fecondo. Inizialmente non ebbe vita propria e rientrò in quella parte della filosofia cristiana che tentava di conciliare la scienza con la fede secondo il pensiero di Giovanni Scoto, il maggior filosofo dell’epoca carolingia, il quale interpreta la natura e tutto ciò che la compone come esclusiva espressione della volontà divina.

Verso la fine del Medioevo allo studio della filosofia e della teologia si affiancano nuove discipline quali grammatica, retorica, dialettica e quadrivio (che comprende aritmetica, geometria, astronomia e musica). Questo allargamento del panorama scientifico e culturale diede spazio al pensiero di grandi scienziati quali Ruggero Bacone (o Roger Bacon), il padre della scienza sperimentale, e Teodorico di Freiberg, il primo a comprendere l’arcobaleno quale fenomeno causato dalla rifrazione della luce.

Il metodo scientifico inizia a farsi strada e pone la base della rivoluzione scientifica inaugurata dall’opera copernicana “Le rivoluzioni degli astri celesti” del 1543.

Con l’accettazione obtorto collo da parte della Chiesa della nuova elaborazione astronomica, la scienza esce dalla filosofia per costruirsi un ambito autonomo e meno condizionato dal pensiero religioso. Oggi la scienza è sicuramente più libera rispetto al Medioevo. Al condizionamento religioso sono però subentrate le interpretazioni manichee e le manipolazioni ideologiche. Il caso più evidente riguarda l’evoluzionismo, una teoria fantasiosa che la scienza ufficiale non avrebbe difficoltà a smontare se non fosse per il sostegno indiretto e involontario che il darwinismo offre alle ideologie materialiste di ieri e di oggi. 3)

Nel Medioevo, con la riforma protestante, sono sorti i germi di quella grande epidemia che oggi ci affligge: il capitalismo. Come afferma uno dei grandi esegeti dell’età di mezzo Rodney Stark

«Il Medioevo è stato un’epoca di notevole progresso e innovazione, tra cui l’invenzione del capitalismo»

Se Max Weber col suo libro, “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” del 1905, aveva individuato nella riforma calvinista la genesi dello spirito del capitalismo, i primi segni dell’ideologia del libero mercato li possiamo trovare nel pensiero di San Francesco. Secondo Giovanni Ceccarelli, professore dell’Università di Venezia, nell’opera dei teologi francescani del duecento possiamo riscontrare i primi rudimenti del pensiero liberista, e cita come esempio la rivalutazione del gioco d’azzardo che i discepoli di San Francesco contemplano nella loro teoria sulle dinamiche economiche del rischio.

Proprio coloro che più esaltano il voto di povertà, i Francescani, fissano inconsapevolmente i primi punti fermi del pensiero capitalista precorrendo la scuola di Salamanca del cinquecento dove, insieme ai teologi domenicani e gesuiti, anticipano l’elaborazione di Adam Smith, il teorico del capitalismo moderno.

Furono anche gettate le basi del sistema bancario da cui sarebbe scaturito – grazie all’asservimento della politica – il potere assoluto dell’alta finanza su cui oggi poggia il capitalismo globalizzato. Il via lo diedero i Templari, gli inventori delle carte di credito. La successiva nascita nel 1694 della privata Banca d’Inghilterra, diede inizio al fenomeno del signoraggio bancario, causa primaria dell’inestinguibile debito pubblico degli stati.

Il potere assoluto e soffocante della Chiesa Medioevale ha prodotto, per reazione, l’avvento dell’Illuminismo che ha offerto una base filosofica alle ideologie ottocentesche: razzismo, nazionalismo e materialismo. La Massoneria, erede dei monaci templari perseguitati e mandati al rogo dalla Chiesa e dal Re di Francia Filippo il Bello per impossessarsi degli immensi tesori accumulati con le donazioni e le transazioni proto-bancarie dei fedeli che si recavano in Terra Santa, fu anch’essa conseguenza del potere temporale della Chiesa.

Con la Rivoluzione Francese e la conquista dell’Italia da parte dei Savoia è tutto il mondo clericale, a sua volta, ad essere fortemente avversato fino a sfociare nella repressione, come accadde nella Vandea cristiana in Francia o in Messico con i cattolici Cristeros o nel meridione d’Italia con i piemontesi.

Il Medio Evo va quindi ricordato da un lato per aver messo alla prova la Chiesa e fatto comprendere all’umanità cosa accade quando la religione esce dalla sfera spirituale individuale per condizionare o sostituirsi alla politica e, dall’altro, per aver creato i presupposti dell’avvento del capitalismo, la malattia ideologica che affligge l’Evo moderno.

Gianfredo Ruggiero, presidente Excalibur

note

  1. La cosa non deve stupire, a quei tempi l’apprendimento scolastico era basato sulla recitazione pertanto si insegnava solo a leggere. La scrittura era un prerogativa degli amanuensi.
  2. La condizione sociale della donna nel corso della storia di Roma andò sempre più evolvendosi, passando gradualmente dalla concezione patriarcale ad una libertà individuale non molto diversa dal quella attuale. Ad esempio nell’epoca imperiale la donna poteva divorziare e mantenere il pieno controllo del suo patrimonio, poteva gestire attività commerciali e ricoprire incarichi, anche importanti, nella burocrazia imperiale, l’accesso all’istruzione era comune a quella dei maschi, solo che si interrompeva tra i 12 ed i 15 anni quando smetteva di studiare per sposarsi. Nelle terme aveva assoluta libertà di accesso senza distinzione di sesso o di condizione sociale (nelle terme uomini e donne, ricchi e poveri, liberi e schiavi erano tutti uguali).
  3. L’evoluzionismo è trattato nel libro “Ecologia Sociale” del presente autore.
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ROMA

ROMA

Caduta dell’Impero e fine della Civiltà Occidentale

Di Gianfredo Ruggiero

Roma ha rappresentato la più grande civiltà della storia. Si è sviluppata in un’epoca dove i popoli erano governati da despoti, dove la legge era quella del sovrano e l’ingiustizia dei potenti una costante. Dove attorno ai sontuosi palazzi del potere vi era povertà e miseria, dove il popolo non aveva voce.

Roma è tutta un’altra storia. Era una società aperta e dinamica con un profondo senso della giustizia e della democrazia. Ogni giorno si celebravano processi secondo quel diritto romano giunto fino a noi e che tutti erano tenuti ad osservare, basato su un principio inderogabile: la giustizia è uguale per tutti.

Le più alte cariche dello stato, le magistrature e i tribuni, erano elettive e, a parte i senatori a vita, potevano esercitare per massimo due mandati.

Le leggi, che prima di Roma non erano scritte ma diffuse oralmente (in questo modo potevano essere modificate a piacimento), venivano discusse nel Senato, ma era il popolo attraverso i comizi ad approvarle o respingerle. Cosa ben diversa dalla prima forma di democrazia, quella assembleare ateniese, basata sulla figura del demagogo. Il Motto di Roma, S.P.Q.R. (Senatus PopulusQue Romanus), significa per l’appunto “Senato e popolo Romano” e sta a indicare il forte legame esistente tra il popolo di Roma e le sue istituzioni.

La cultura e lo svago erano alla portata di tutti. Le biblioteche mettevano a disposizione il sapere accumulato nei secoli e i grandi anfiteatri permettevano al popolo di assistere alle rappresentazioni teatrali impregnate di cultura classica, ai drammi basati sulla mitologia greca, alla rievocazione di battaglie famose e alle corse con i cavalli. Grande enfasi viene data dagli storici superficiali, soprattutto di fede cristiana, alle esecuzioni e agli spettacoli truci come la lotta tra gladiatori e quella, rivelatasi priva di fondamento, del martirio dei cristiani. Raramente il combattimento tra gladiatori, che serviva a stimolare lo spirito guerriero dei Romani, finiva con la morte di uno dei contendenti (anche perché ai padroni l’addestramento dei lottatori costava anni e anni di allenamenti). La maggior parte dei gladiatori era costituita da prigionieri di guerra ai quali era data l’opportunità, in alternativa alla schiavitù, di battersi nell’arena per un periodo prestabilito al termine del quale potevano riacquistare la libertà. Non mancavano i gladiatori di professione, quasi sempre ex veterani legionari, alcuni dei quali divennero delle celebrità e accumularono discrete fortune. Dopo la rivolta di Spartaco, tali spettacoli si ridussero progressivamente a seguito delle regolamentazioni restrittive introdotte dal Senato.

Le religioni erano tollerate da uno Stato che garantiva al popolo la piena libertà di culto (nel Pantheon sono rappresentate tutte le religioni dell’Impero). La popolazione era estremamente variegata, eppure non vi erano divisioni etniche: tutti si sentivano Romani e orgogliosi di esserlo, in quanto consapevoli di appartenere ad una civiltà che non aveva eguali nel mondo e nella storia. La cosa più ambita era la cittadinanza Romana che, con Caracalla nel 212, venne estesa a tutti gli abitanti delle provincie dell’Impero.

La società multietnica, che oggi viene rovinosamente perseguita per bassi interessi politici ed economici, a Roma si realizzò in maniera naturale e armoniosa. La Roma di Traiano, nel periodo della sua massima espansione attorno al 110, era affollata da più di un milione di abitanti e di questi meno del trenta per cento era di origine latina, gli altri provenivano dai quattro angoli dell’Impero. Nelle sue strade si potevano incontrare persone dall’aspetto nordico, alti, biondi con gli occhi azzurri e uomini e donne di origine nord africana o di chiara provenienza mediorientale, eppure, a differenza di oggi, non esistevano quartieri etnici. Roma ebbe perfino un imperatore africano, Settimio Severo e uno di origine barbara, Massimino il Trace.

La schiavitù, una prassi normale per quei tempi e anche per quelli successivi (pensiamo alla tratta dei negri), era una condizione da cui potersi liberare. Non erano rari i casi in cui il padrone sposava la sua schiava o del commerciante che lasciava in eredità la sua attività al servo fedele o che veniva semplicemente reso libero per volontà del padrone (liberto). La schiavitù poteva essere anche a termine, quando non si era in grado di pagare un debito. Il diritto di vita e di morte andò via via limitandosi fino a quando l’Imperatore Adriano non equiparò l’uccisione deliberata di uno schiavo da parte del suo padrone all’omicidio, e stabilì leggi severe contro il maltrattamento degli schiavi e il loro commercio in condizioni disumane.

Roma aveva un altissimo senso della socialità e della comunità. Le terme ne sono un esempio: oltre a luogo di ristoro e di igiene personale erano un punto di incontro senza alcuna distinzione di sesso e di condizione sociale. Il prezzo d’ingresso era basso per permettere a tutti, schiavi compresi, di poterne usufruire. Perfino i gabinetti avevano quest’impronta. I servizi erano “pubblici” in quanto costituiti da una lunga fila di water ricavati da una lastra di marmo su cui i Romani espletavano, l’uno accanto all’altro chiacchierando tranquillamente senza alcuna forma di imbarazzo. Ai loro piedi, in una canaletta, scorreva l’acqua utilizzata per bagnare le spugne adoperate per l’igiene intima che poi venivano rilasciate in una apposita apertura e convogliate con l’acqua nel sistema fognario.

Ogni mese avveniva a Roma la distribuzione gratuita dei beni alimentari di prima necessità alle famiglie bisognose. Il grano proveniva dal nord Africa, il granaio dell’Impero.

A Roma non esisteva l’analfabetismo: praticamente tutti sapevano leggere e scrivere e fare di conto; gli insegnanti nelle famiglie benestanti erano i tutori, spesso colti schiavi greci, mentre nelle famiglie modeste erano gli stessi i genitori o insegnati che impartivano le loro lezioni all’aperto.

Roma, come tutte le civiltà e le nazioni di ieri e di oggi, era incline all’espansionismo (se non l’avesse fatto sarebbe stata sottomessa dalle genti confinanti: Greci, Cartaginesi e, prima ancora, Sanniti ed Etruschi). E’ grazie alla forza e alla tecnica delle sue legioni e alla sua abile diplomazia, che è riuscita ad espandere il suo dominio fino ai confini del mondo.

Una trattazione a parte meriterebbe l’organizzazione dell’esercito. Duro allenamento, disciplina ferrea, organizzazione che non lasciava spazio all’improvvisazione, tecniche di battaglia e macchine da guerra mai viste prima e uno spirito indomito hanno reso invincibili le legioni Romane. Quando scendevano in campo i veterani, per i nemici di Roma non vi era scampo.

Dopo la guerra veniva la pace e nelle terre conquistate Roma portava la sua civiltà fatta di arte, cultura e leggi. Ancora oggi possiamo ammirare i resti delle sue vestigia: acquedotti, strade, templi, anfiteatri, terme. I primi interventi riguardavano le fognature e gli acquedotti, opere imponenti di grande ingegneria idraulica che permisero di preservare la civiltà Romana da quelle grandi epidemie come la peste che dopo la caduta dell’Impero Romano imperversarono ciclicamente in tutta Europa. Roma era disseminata di fontane e fontanelle, contarle tutte è ancora oggi impresa ardua.

Le provincie dell’Impero non erano viste come colonie da sfruttare, ma come un’estensione di Roma dove si parlava la stessa lingua, si spendeva la stessa moneta, si rispettavano le stesse leggi. Ogni provincia aveva una sua economia e una sua amministrazione e gestiva autonomamente il commercio. Il vero federalismo o meglio, la perfetta sintesi tra stato centralizzato e autonomia locale, si concretizzò sotto il simbolo di Roma. In cambio della libertà di governo, le provincie si impegnavano a garantire l’ordine con i propri uomini e a riscuotere i tributi, in questo modo Roma riusciva con non più di 150 procuratori ad amministrare tutto l’impero e con poche legioni a garantire la sicurezza dei suoi confini. La politica fiscale non era asfissiante, come ai giorni nostri. Il governo di Roma concedeva, soprattutto alle sue provincie, molto più di quello che chiedeva.

Le città dell’Impero erano concepite in un’ottica di libertà e di massima mobilità. Erano prive di fortificazioni e facilmente raggiungibili grazie all’articolato ed efficientissimo sistema stradale. Strade ancora oggi utilizzate e rese sicure dalla presenza di presidi militari lungo le sue arterie. Nelle aree urbane, come nelle campagne, si respirava un’aria di sicurezza e di libertà in quanto la criminalità comune era contenuta entro limiti fisiologici e i confini resi sicuri (il sacco di Roma del 390 a.C. ad opera dei Galli di Brenno, era un lontano ricordo). Come vedremo in seguito, questa concezione urbanistica, perfettamente coerente con il modo di intendere la vita dei Romani, si rivelò un elemento di debolezza quando le frontiere divennero permeabili alle incursioni barbariche. Dopo i primi saccheggi, attorno agli agglomerati urbani furono frettolosamente edificate delle cinta murarie, preludio delle città fortificate del Medio Evo. Quel senso di sicurezza che aveva fino ad allora accompagnato la vita quotidiana dei Romani, lasciò il passo a quella brutta sensazione di precarietà che oggi ben conosciamo.

Le tribù barbariche erano in costante lotta tra loro, divise tra etnie stanziali che vivevano di agricoltura e pastorizia e tribù nomadi che praticavano la razzia a danni delle prime. Spesso accadeva che erano proprio le popolazioni barbariche e celtiche, vittime delle scorribande dei razziatori, che chiedevano aiuto a Roma a cui fornivano gli uomini che venivano integrati nelle sue legioni, o che ambivano a stabilirsi all’interno dei confini dell’Impero. In Britannia per preservare quelle terre dalle scorrerie dei barbari del nord (Pitti), fu edificato un poderoso sistema difensivo, il Vallo Adriano, che tutt’ora segna il confine tra Inghilterra e Scozia.

Roma era tollerante e accomodante, ma non accettava ribellioni nelle sue provincie e quando si verificavano la punizione era esemplare, come avvenne in Palestina con la riottosa popolazione ebraica sobillata dagli Zeloti (la stessa a cui apparteneva Gesù che fu, per questo motivo, processato e crocifisso).

Roma non ammetteva che l’autorità dell’Imperatore fosse messa in discussione, come invece fecero i primi cristiani che furono per tale ragione – e non per motivi religiosi – perseguitati, fino a quando Costantino non vide in loro uno strumento utile per battere il suo rivale Massenzio nella Battaglia di Ponte Milvio (Ottobre 312).

Questa fu Roma, l’unica vera grande civiltà di tutti i tempi.

Come accade in natura, dove tutto nasce, si sviluppa e poi muore, Roma, raggiunto l’apice del suo Impero sotto Traiano nel 115 d.C., iniziò il suo lento declino fatto di alterne vicende fino alla deposizione dell’ultimo imperatore Romano d’Occidente Romolo Augusto nel 476 ad opera di Odoacre, re dei Goti.

Sulle cause della caduta dell’Impero Romano, da secoli gli esperti si interrogano. Senza voler competere con ricercatori che hanno dedicato la loro vita ad approfondire la storia di Roma, vogliamo tuttavia esprimere il nostro parere al riguardo.

Sorvoliamo sulle banalità propinate da certa letteratura e dalla cinematografia che attribuiscono alla corruzione e alla decadenza dei costumi la causa principale della rovina di Roma o alla presenza di piombo nei bicchieri che avrebbero causato sterilità a malattie psichiche e dedichiamoci ad argomenti ben più attendibili.

Le cause principali possono essere così riassunte:

  1. Interne: le continue e sanguinose guerre civili che hanno sottratto uomini alla difesa dei confini, sempre più spesso affidata a legioni costituite interamente da barbari romanizzati;
  2. Esterne: la pressione delle tribù germaniche (principalmente Goti, Vandali, Franchi, e Alemanni) che per sfuggire alle razzie dei barbari delle steppe (Unni), premevano ai confini per stabilizzarsi all’interno dell’Impero. Di conseguenza la politica militare dei Romani cambiò e da espansiva divenne difensiva. Dalle campagne di conquista, che portavano ricchezza e prosperità, si passò alla dispendiosa difesa del Limes.
  3. Cristianesimo: l’incidenza della nuova religione fu determinante. Roma vedeva negli Dei dell’Olimpo i suoi protettori, mentre il cristianesimo – cosa inconcepibile per un qualunque Romano – poneva sullo stesso piano tutti gli uomini, anche i nemici di Roma, inoltre gli adepti del cristianesimo primitivo si rifiutavano di giurare fedeltà all’Imperatore. Infine, grazie alle leggi volute da Teodosio, la Chiesa assunse una connotazione politica che minò per sempre l’autorità e la credibilità dell’Imperatore. Da elemento di coesione, nelle intenzioni di Costantino e di Teodosio, la Chiesa, una volta raggiunta la posizione di potere, divenne elemento di divisione e di esclusione di quella larga parte della popolazione Romana rimasta fedele alle religioni ancestrali e che mal tollerava la protervia cristiana.

La storia di Roma è una continua lotta per il potere. A partire dalla sua fondazione, con la morte violenta di Remo da parte del gemello Romolo (come ci racconta la leggenda), Roma è stata costantemente attraversate da periodi di forte instabilità.

Dalla fase repubblicana all’epoca imperiale, condottieri e legioni si sono scontrati in sanguinose guerre civili che hanno ridotto la capacità di Roma di espandersi prima (uniti, gli eserciti romani avrebbero facilmente avuto ragione del loro eterno nemico, il Regno dei Parti) e di difendersi poi.

Ancora nel settembre del 394, quando Roma non aveva soldati a sufficienza per difendere i suoi confini, avvenne l’ennesimo scontro tra Romani: la battaglia del fiume Frigido, nei pressi di Gorizia. Fu combattuta tra l’Imperatore Teodosio e il pretendente al trono Flavio Eugenio e sancì, nel sangue, la supremazia cristiana sulla Roma politeista.

Nel momento decisivo per la sua sopravvivenza, nel momento in cui Roma per difendersi dalle orde barbariche aveva bisogno di maggiore unità e di ridestare l’ormai sopito orgoglio imperiale, Teodosio, alla sua morte, avvenuta l’anno successivo nel 395, le diede il colpo di grazia dividendo l’Impero Romano in due parti, che si posero spesso in conflitto tra loro.

La politica romana del “divide ed impera” che ha permesso a Roma di indebolire e sconfiggere i suoi nemici fu applicata, da questo sciagurato imperatore, contro se stessa. L’Impero Romano fu quindi diviso tra i due suoi figli adolescenti. Arcadio divenne governante dell’Oriente, con capitale a Costantinopoli, e Onorio divenne governante dell’Occidente, con capitale a Milano. Lo spostamento della capitale da Roma a Milano e successivamente a Ravenna, fece comprendere a tutti che Roma non era più Caput Mundi.

Se Roma riuscì a resistere alle invasione barbariche negli anni successivi lo si deve ad un generale di origine Vandala, Stilicone, che sconfisse prima i Visigoti in Piemonte nel 402 e successivamente gli Ostrogoti fermati in Toscana nel 406.

Era chiaro a tutti che le sorti dell’Impero non erano più nelle mani dei Romani, ma in quelle dei barbari siano essi fedeli, alleati o nemici di Roma. La forza dominante sono loro, i barbari convertiti al cristianesimo (la conversione al cristianesimo era la pregiudiziale che Roma poneva alle tribù barbariche che intendevano stabilirsi nei territori dell’Impero).

Roma, conscia della sua debolezza, si vide costretta a mutare continuamente strategia per contenere la pressione delle genti barbare. Quando non poteva combatterli stipulava con loro gravosi accordi di pace che prevedevano il versamento di pesanti tributi e la cessione di ampi territori.

Da evidenziare che l’intento di Goti e Longobardi non era quello di distruggere Roma, ma di farvi parte. Il loro scopo ultimo era quello di stabilirsi all’interno dei confini dell’impero e di essere integrati nella civiltà Romana. Le terre italiche erano ai loro occhi ricche di campi coltivati e coltivabili, di città fiorenti piene di svaghi e di comodità e, allo stesso tempo, indifese e facili da conquistare. Infatti, una volta penetrati e stabilizzati si fusero con le istituzioni Romane dando forma ai molteplici regni Romano-Barbarici.

La parte orientale, l’Impero Romano d’Oriente, ebbe maggior fortuna e visse per altri mille anni fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453 ad opera dei Turchi ottomani guidati da Maometto II.

Un effimero tentativo di ritorno allo splendore del passato fu fatto da Carlo Magno con il Sacro Romano Impero, un’aggregazione disarticolati di popoli e regni in costante lotta tra loro che di Romano aveva ben poco. Anche in questo caso, come per tutto il Medio Evo, il periodo più cupo della storia dell’umanità, l’incidenza della Chiesa come potere politico fu determinante nel cancellare per sempre i mille anni di civiltà romana. Dopo Roma la barbarie, che ancora oggi imperversa. Seppur in modo poco evidente e in forme diversificate.

Approfondimento

Tra le concause che portarono alla caduta di Roma, possiamo annoverare la denatalità che obbligò gli imperatori ad arruolare guerrieri barbari che non avevano il temperamento e lo spirito dei legionari e furono a volte infidi e traditori.

Altra causa fu il minor afflusso di schiavi come conseguenza della fine delle guerre di conquista. Gli schiavi venivano utilizzati principalmente in agricoltura permettendo ai contadini romani di arruolarsi.

L’eterno nemico di Roma, il Regno dei Parti che contendeva con Roma l’egemonia sulle terre di confine e sbarrava la strada per l’espansione romana verso la Cina subì, a partire dal 230, un rovesciamento dinastico da parte dei persiani che attuarono da subito nei confronti di Roma una politica molto più aggressiva riuscendo perfino a fare prigioniero un imperatore Romano (Valeriano, nel 260). Per fronteggiare la minaccia persiana, Roma fu costretta a sguarnire le sue frontiere lungo il Reno e il Danubio, ne approfittarono le tribù germaniche che, nel frattempo, si erano evolute passando dal pulviscolo di agglomerati tribali dei tempi di Cesare a delle confederazioni molto più compatte sul piano politico e più efficienti sul piano militare, grazie all’utilizzo delle tecniche di battaglia apprese dai Romani.

Fino al 375 gli eserciti di Roma erano molto più forti dei barbari attestati lungo i suoi confini. Il fatto nuovo fu l’avanzata dei barbari delle steppe. Gli Unni, una popolazione nomade originaria della Mongolia, si spostarono verso occidente depredando e distruggendo tutto ciò che incontravano. I Goti, che vivevano nelle odierne Romania e Ucraina, incalzati dagli Unni, affamati e terrorizzati, chiesero asilo a Roma. Dopo lunghe trattative ai profughi fu permesso di attraversare il Danubio, ma la speculazioni di alcuni alti funzionari che rivendevano il cibo a loro destinato, portarono i Goti all’esasperazione. Ne seguirono rivolte facilmente represse fino a quando nel 378 nella piana di Adrianopoli l’armata Romana fu annientata dai Visigoti e l’Imperatore Valente catturato e uccisi. Da quella umiliante sconfitta l’esercito imperiale non si sarebbe più ripreso e le province balcaniche, che producevano grandi quantità di derrate alimentari e un cospicuo gettito fiscale, furono perdute per sempre decretando la fine dell’integrità territoriale dell’Impero.

Tra le concause della decadenza di Roma che andavano a delinearsi in quel turbinio di eventi, un posto di assoluto rilievo spetta alla caduta dei valori del mondo classico. Fin dal suo esordio, Roma aveva attinto a piene mani alla cultura ellenica, il cui valore fondante era la centralità dell’individuo inserito in un contesto sociale teso a rendere grande e immortale la sua opera. Erano l’uomo e la sua vita terrena, la cultura, lo splendore delle città, la vita sociale, la civiltà ciò che contava per i Romani. L’aldilà, a parte il rispetto sacrale per i defunti era, come per i Greci prima, di scarsa importanza.

Il cristianesimo invece si contrappose radicalmente agli ideali classici. Era portatore di una ideologia remissiva che oggi potremmo definire pacifista (salvo poi essere intollerante e aggressiva nei confronti delle altre religiose). I suoi adepti, fintanto che il potere era politeista, si rifiutavano di combattere i nemici esterni. Inoltre invocava la castità contribuendo alla crisi demografica che, come abbiamo visto, fu una delle principali cause della decadenza di Roma.

Lo storico inglese Edward Gibbon, nella sua monumentale opera in 6 volumi, “Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano”, così sintetizza la portata del Cristianesimo sulle vicende romane

 « … Il clero predicava con successo la pazienza e la pusillanimità. Venivano scoraggiate le virtù attive della società, e gli ultimi resti di spirito militare finirono sepolti nel chiostro»

La nuova religione si basava sull’idea che l’esistenza fosse effimera e che la vera vita sarebbe venuta dopo la morte. Il mondo terreno era quello del dolore e del peccato. La speranza non era più la grandezza di Roma ma, come scrisse Agostino di Ippona tra il 413 e il 416, “La città di Dio” (De Civitate Dei) secondo cui

«Roma perisce per i suoi costumi corrotti e per essere pagana»

“Roma poteva anche cadere, non è poi così importante, ciò che conta è il regno dei cieli”, questo era il fondo il messaggio diffuso dalla Chiesa. … e lo spirito indomito dei Romani si affievoliva sempre di più per lasciare il posto alla rassegnazione.

Con l’avvento del Cristianesimo e l’affermazione della Chiesa come potere politico e sociale che si inserì nelle istituzione fino a sovrapporsi allo Stato Romano, si andò verso un ridimensionamento dell’Idea di Imperium. Secondo la nuova morale la grandezza di Roma non era più il fine perseguito con il sostegno degli Dei, ma un mezzo per il realizzare in terra il Regno dei Cieli e per predisporsi alla vita eterna.

In definitiva a decretare la fine di Roma non furono le invasioni barbariche, che in epoche precedenti sarebbero state respinte come sono stati sconfitti i più potenti eserciti nemici, ma l’incapacità di affrontare gli eventi per il venir meno dello spirito di Roma.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Culturale Excalibur

 

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LA MAFIA NON SI COMBATTE CON LA RETORICA

Come intervenire ad un dibattito della sinistra, parlare del fascismo  e ricevere gli applausi del pubblico.

Ieri sera, sono intervenuto in un dibattito sulla mafia organizzato dalla sinistra DS, a seguito dell’arresto del sindaco del paese.

Nel mio intervento ho spiegato di come il fascismo ha reso inoffensiva la mafia tramite l’attività giudiziaria del prefetto Mori, cui Mussolini diede i pieni poteri, e, soprattutto, attraverso il vasto piano di opere pubbliche, di risanamento ambientale e di ridistribuzione delle terre ai contadini che portò alla piena occupazione sottraendo la manovalanza della mafia. E di come la mafia fosse ritornata con i liberatori americani che sostituirono i sindaci (podestà) di nomina governativa con i sindaci graditi alla mafia, dando origine a quell’intreccio viscido tra potere mafioso e potere politico che ben conosciamo e che ha fatto la fortuna di alcuni partiti.

Alla fine del mio intervento, sotto gli sguardi attoniti degli organizzatori ho ricevuto gli applausi del pubblico.

Ovviamente i relatori hanno tentato di replicare con le solite battute trite e ritrite tipo olio di ricino e altre banalità del genere.

Gianfredo

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BERE LATTE FA BENE?

LATTE

Indispensabile per i neonati, dannoso per gli adulti

di Gianfredo Ruggiero

Il neonato, di qualunque mammifero si tratti, si alimenta esclusivamente di latte materno. Superata la fase dello svezzamento, con il passaggio ad una dieta diversificata, il seno della madre smette di produrre latte avendo esaurito la sua funzione. Lo stesso avviene in tutte le specie animali, ognuna delle quali produce un latte diverso in quanto destinato esclusivamente ai propri cuccioli.

A prescindere dalle considerazioni di ordine morale – mucche che si vedono strappare il proprio vitellino a pochi giorni dalla nascita e costrette a passare la loro vita attaccate ad una macchina succhia-latte che dimezza la loro, seppur grama, aspettativa di vita – somministrare ai bambini, come agli adulti, latte di origine non umana è una forzatura che può comportare rischi, anche gravi, per la salute.

Una patologia molto diffusa è l’intolleranza al lattosio (lo zucchero del latte), a causa della progressiva riduzione dell’enzima lattasi, necessario per la sua digestione, che si verifica in ognuno di noi dopo lo svezzamento.

Il nostro organismo, lo stesso vale per tutti i mammiferi, smette di produrre la lattasi per il semplice motivo che, superata la fase infantile, si aspetta che cessi l’assunzione di latte. Continuare invece ad alimentarsi con latte e suoi derivati determina uno stato di rigetto da parte del nostro corpo.

Per ovviare a questo inconveniente, l’industria del latte si è inventata la versione HD (alta digeribilità). In sostanza il lattosio viene estratto dal latte, separati i suoi componenti, galattosio e glucosio, e poi ricongiunto al latte. Il risultato è un prodotto manipolato chimicamente che avrà anche un bell’aspetto e un buon sapore, ma che di naturale gli rimane ben poco. Se poi aggiungiamo che negli allevamenti intensivi le mucche sono alimentate con mangimi e farine altamente proteici ottenuti da coltivazioni a base di OGM con l’aggiunta di scarti di macellazione e rinforzati da ormoni della crescita e trattate con estrogeni e farmaci per prevenire infezioni e stimolare la produzione di latte, il quadro si completa. Alla faccia della pubblicità che ci fa vedere la mucca Carolina felice di brucare l’erba sui pascoli montani.

Subito dopo la mungitura i batteri nel latte sono circa 900 per cc, dopo 24 ore sono circa 58 milioni. Per limitare la proliferazione dei microrganismi patogeni si ricorre alla pastorizzazione la quale, essendo un processo blando ha, di conseguenza, un’efficacia limitata. Un intervento più incisivo è la sterilizzazione (latte UTH) che avviene a temperature più elevate. Questo processo da un lato distrugge quasi completamente i microorganismi presenti nel latte – cui si aggiungono gli effetti negativi della mungitura meccanica che causa abrasioni e forme di mastite alle mammelle del povero animale con conseguente produzione di pus e trace di sangue che, ovviamente, finiscono nel latte – e, dall’altro, deteriora le sostanze nutrienti (proteine e vitamine).

Il latte vaccino, e passiamo al secondo punto di analisi, non è cibo per umani. Lo dimostra chiaramente la sua composizione. Nel latte di mucca è presente una quantità di proteine fino a quattro volte maggiore del latte materno, questo per permettere la rapida crescita del vitello che in soli due anni passa dai 40 Kg della nascita ai 7/900 Kg dell’adulto. Per digerire un latte così ricco i ruminanti dispongono di uno stomaco potenziato diviso in quattro scomparti che noi, ovviamente, non essendo predisposti a questo tipo di alimento, non abbiamo. La conseguenza è un super lavoro a carico del nostro apparato digerente i cui effetti negativi si manifestano soprattutto in età adulta.

Nel latte di mucca troviamo inoltre una quantità enorme di minerali: tre volte la quantità di Sodio e sei volte la quantità di Fosforo presenti nel latte materno e tantissimo Calcio. Un latte così ricco di minerali serve a sostenere la crescita vigorosa del vitello e per strutturare il suo possente apparato scheletrico. Se assunto dall’uomo, bambino o adulto che sia, questo eccesso di minerali dovrà essere eliminato attraverso le urine determinando ulteriori scompensi come, ad esempio, la formazione calcoli renali. Di contro manca il ferro e gli Omega 3, causa primaria di anemie, soprattutto infantili, che insorgono quando la dieta è prevalentemente a base di latte e latticini.

Sulle vitamine il dibattito è invece tuttora aperto, con dati contrastanti rispetto alle fonti. Di certo il latte di mucca contiene meno vitamine del latte materno. Soprattutto vitamina D che controlla la capacità del bambino di assorbire il Calcio e vitamina C, indispensabile per prevenire malattie come lo scorbuto e forme tumorali.

Senza contare che il latte intero e i suoi derivati contengono, come tutti gli alimenti di origine animale, una elevata percentuale di acidi grassi saturi e di colesterolo il cui eccesso fa aumentare il rischio di malattie cardiovascolari.

Ogni mammifero produce latte contenente i nutrienti nelle proporzioni ottimali per lo sviluppo dei propri cuccioli e gli anticorpi della specie di appartenenza.

Dovrebbe bastare questa semplice considerazione per indurre le neo mamme ad allattare al seno e agli adulti di non… rimanere lattanti.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Culturale Excalibur

 

 

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…E VENNE VALLE GIULIA

Destra e sinistra uniti contro il sistema

Un episodio che rappresenta al meglio il clima giovanile del ’68, fatto di entusiasmi e sincera voglia di cambiamento, riguarda la vicenda “Valle Giulia”.

All’università della Sapienza di Roma negli anni 1967/68,  studenti di destra e di sinistra seppero convivere e fare politica senza quelle divisioni e antagonismi violenti che si svilupparono negli anni successivi, nei cosiddetti anni di piombo.

Questi giovani, sinceramente animati da una comune tensione rivoluzionaria tentarono, in maniera naturale e spontanea e per nulla preordinata, di realizzare quell’unità generazionale, fuori dagli schemi dei partiti e della politica tradizionale, che avrebbe potuto mandare in crisi il sistema borghese.

«Noi ce ne stavamo a Legge, loro a Lettere. Quando calava la sera, scoccava l’ora delle partitelle di calcio: rossi contro neri.

Lettere era piena di bandiere rosse, a Legge invece un fascio repubblicano […] sovrastava l’ingresso della facoltà…

Alle assemblee oceaniche di Lettere, indette nel nome di Castro, Ho Chi Minh, noi rispondevamo con affollate assemblee dove si discutevano i temi del fascismo, dell’Europa, della rivoluzione». A.Tilgher

Per la destra universitaria fu un laboratorio di idee senza precedenti, dove trovarono spazio alchimie ideologiche e tesi eretiche che fecero gridare allo scandalo la destra benpensante, come la rivisitazione del mito di Che Guevara, il rivoluzionario sudamericano o di Marcuse, il guru della beat generation o, riguardo la guerra in Vietnam, la simpatia espressa nei confronti dei Vietcong impegnati in una lotta di liberazione nazionale contro l’ingerenza americana. Rielaborazioni che si affiancava a nuove forme di espressione politica come la rappresentazione teatrale delle opere di  Céline e Drieu La Rochelle, gli scrittore francesi che durante la seconda guerra aderirono al governo filo tedesco di Vichy.

Senza grosse difficoltà questi giovani seppero superare l’anacronistico antifascismo e lo strumentale anticomunismo per la comune lotta al sistema (“non destra contro sinistra, ma destra e sinistra uniti contro il sistema”. Avrebbe potuto essere un slogan efficace).

“Nazi-maoisti”. Cosi i camerati furono beffardamente definiti dalla stampa amica del MSI, mentre i compagni venivano apertamente osteggiati dal PCI che temeva di perdere il controllo sul nascente movimento studentesco.

Protagonisti di questa sorprendente avventura fu soprattutto il “FUAN-Caravella”, la sezione romana degli universitari missini, in seguito sciolta per volere di Almirante.

Questo sodalizio tra destra rivoluzionaria e sinistra extraparlamentare si consolidò durante gli scontri di Valle Giulia.

Il primo marzo del 1968 i giovani di Avanguardia Nazionale guidati da Stefano Delle Chiaie, di Primula Goliardica e del FUAN Caravelle si unirono ai compagni per impedire lo sgombero della Facoltà di Architettura di Via Valle Giulia occupata dalla sinistra.

Per la prima volta, studenti di destra e di sinistra, camerati e compagni, si ritrovarono fianco a fianco contro i celerini per difendere il loro diritto a contestare. E battaglia fu, con feriti, arresti, auto in fiamme e barricate.

Al termine degli scontri, Avanguardia Nazionale e FUAN occuparono la facoltà di Giurisprudenza, mentre gli studenti di sinistra occuparono Lettere.

A porre fine a questa alleanza trasversale ci pensò da destra Almirante, che mandò i “volontari nazionali” a scontrarsi con i camerati del FUAN per porre fine all’occupazione e, da sinistra, il Partito comunista che prese il controllo sul movimento studentesco dopo la fuoriuscita della componente neofascista.

Grazie all’intervento congiunto della destra in doppio petto e della sinistra di partito, l’ordine fu ristabilito e il potere democristiano rafforzato.

Fine di una radiosa giornata di primavera.

Gianfredo Ruggiero, Circolo Culturale Excalibur

valle-giulia

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ELOGIO DEL RUBINETTO

ELOGIO DEL RUBINETTO

di Gianfredo Ruggiero

Fino a qualche decennio fa si beveva l’acqua del rubinetto poi, non si sa bene come, è incominciata a diffondersi l’idea che l’acqua di casa fosse poco sicura o, addirittura, non potabile. E da allora, spinti dalla pubblicità martellante che millanta presunte proprietà terapeutiche, tutti a riempire il carrello del supermercato con confezioni di acqua cosiddetta ”minerale”.

Se ci domandiamo cosa ha in più l’acqua in bottiglia rispetto all’acqua del rubinetto la risposta è: nulla, assolutamente nulla. Solo il costo.

Anzi, dal punto di vista igienico, l’acqua che giunge nelle nostre case è molto più sicura dell’acqua confezionata in quanto costantemente controllata dai laboratori chimici dell’Asl e disinfettata da piccole quantità di cloro. L’acqua del supermercato invece, non essendo sotto vuoto ed essendo stata imbottigliata in ambiente non sterili, contiene quei batteri e microorganismi presenti nell’aria che quando le bottiglie sono stoccate in estate sotto il sole, si moltiplicano rendendo l’acqua “della salute”  stagnante e tutt’altro che salutare.

A differenza dell’acqua di montagna, che altro non è che acqua piovana la quale scorrendo in superfice è resa minerale dall’abrasione delle rocce, l’acqua delle falde acquifere diventa pura grazie all’azione filtrante del terreno che l’arricchisce di quei sali minerali indispensabili per il nostro organismo.

Senza alcun ritegno e ritenendoci tutti degli sciocchi, una nota casa distributrice si è inventata l’acqua “povera di sodio”: In pratica acqua distillata (quella che usiamo per il ferro da stiro).

A parte il fatto che demonizzare il sodio naturale è da criminali in quanto indispensabile per i normali processi fisiologici del nostro organismo(1), privare un litro di acqua naturale di quei pochi microgrammi di sodio è come togliere un granello di sabbia da una spiaggia. Qualunque alimento assumiamo, sia esso di origine vegetale o animale, contiene sali minerali tra cui sodio.

Il sale di cucina che rende saporiti i nostri piatti altro non è che Cloruro di… Sodio (NaCl) che scomposto libera Cloro e, perlappunto, Sodio. Che senso ha bere acqua povera di sodio quando qualunque alimento assumiamo ne contiene, in proporzione,  a tonnellate?

Se vogliamo gustare un’ottima e sicura acqua frizzante basta un semplice gasatore, un apparecchietto da tenere in cucina che introduce nella bottiglia di acqua del rubinetto la quantità desiderata di bollicine. Eviteremmo anche la seccatura di smaltire le bottiglie di plastica.

Non facciamoci abbindolare dalla pubblicità e affidiamoci alla natura che sa come mantenerci in salute.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Culturale Excalibur

 Nota

  • Il sodio riveste un ruolo fondamentale nel nostro organismo. Per esempio lo troviamo nei processi di trasmissione elettrica del sistema nervoso, nelle strutture cellulari, insieme al potassio regola il bilancio idro-salino dell’organismo, è presente nelle ossa, nei denti, nella cartilagine. Non a caso alle persone debilitate in ospedale si somministra la cosiddetta soluzione fisiologica costituita da acqua e sale. Chiaramente, come per tutto ciò che ingeriamo, un suo eccesso o una sua carenza provoca effetti negativi.
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