Cavalieri di un’Idea

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Provate ad appiccicarci un’etichetta…se ci riuscite

 

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IL LIBRO DEGLI ORRORI

I passi della Bibbia che mai sentiremo nelle messe

All’indomani di un attentato ad opera di terroristi islamici puntualmente si apre il dibattito sulla presunta matrice violenta del Corano, ritenuto da alcuni messaggero di pace e da altri un testo che induce alla violenza.

Leggendo con occhio disincantato (non quello del fedele devoto) gli episodi narrati e le frasi riportate nella Bibbia c’è da rimanere allibiti di quanto incitamento all’odio, alla vendetta e alle stragi, di quanta pornografia, omofobia, razzismo, sottomissione delle donne e sfruttamento degli animali sia intriso questo testo. Tanta cattiveria e malvagità da sembrare la sceneggiatura di un film di Dario Argento.

Nelle Chiese i predicatori esaltano i passi amorevoli dei testi sacri senza obbligo di interpretazione: parlano da sé. Ma dell’altra faccia della medaglia, quella violenta e disumana, quella stragista e razzista nei loro sermoni non vi è alcun accenno. Solo nei salotti alla Bruno Vespa o nei forum su Internet l’argomento viene trattato. Allora è tutto un panegirico di interpretazioni e di arrampicate sugli specchi che solo la grande capacità dialettica dei religiosi rende le loro argomentazioni credibili. Un esempio classico di come i teologi riescono far passare come vere delle storielle da imbonitore riguarda l’attraversata del Mar Rosso di Mosè e degli ebrei in fuga dall’Egitto, che secondo loro è realmente avvenuta grazie alla bassa marea. Tale marea doveva essere proprio bassa se consideriamo che il Mar Rosso nella sua parte centrale è profondo oltre 2mila metri.

O dei miracoli di Gesù che sono narrati solo nei Vangeli, mentre non vi è alcuna traccia nella folta produzione letteraria dell’epoca che ci riportano le cronache di quelle terre (Plinio il giovane, Giuseppe Flavio, Svetonio, Cornelio Tacito, Dione Cassio, Tertulliano, Epitteto, Galeno, Luciano di Samosata, Celso e gli scritti degli imperatori romani Adriano e Marco Aurelio). Eppure fatti miracolosi come la guarigione degli storpi, il camminare sulle acque, la moltiplicazione dei pani e dei pesci e la stessa resurrezione di Cristo avrebbero dovuto essere citati e riportati con grande rilievo negli scritti di quei tempi. Inoltre Gesù, stando ai Vangeli, è stato processato e condannato alla crocifissione per reati politici quali sedizione contro Roma. Anche di questo fatto nella letteratura dell’epoca non vi è traccia.

Lo studioso statunitense Michael Paulkovich ha stilato un elenco di 126 autori vissuti tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo nell’Impero Romano, e quindi contemporanei di Gesù, che però non hanno mai fatto menzione della sua esistenza(1).

Gesù, al di fuori del Vangeli, altro non è che uno dei tanti predicatori con barba lunga e capigliatura fluente che attraversano la Palestina annunciando la venuta di sé. Infatti la Sacra Sindone riporta l’impronta di un tipico volto dell’epoca che poteva essere di chiunque: era infatti consuetudine per le classi agiate avvolgere il defunto in un sudario e depositarlo all’interno di una grotta.

Durante le celebrazioni della Pasqua cristiana si esalta il messaggio di pace simboleggiato dalla colomba con il ramoscello di ulivo nel becco, si sorvola invece sul cinico ordine dato da Dio ad Abramo di uccidere il proprio figlio come testimonianza di fede e dello stesso Abramo pronto ad assecondarlo. Dov’è la differenza, in tema di fanatismo religioso, col musulmano che in nome di Allah è pronto a farsi esplodere tra la folla?

Nelle prediche domenicali il Dio dei cristiani ci viene presentato come un padre amorevole e comprensivo fino all’autolesionismo (porgi l’altra guancia). Sui contenuti truci delle sacre scritture quali la morte per annegamento dell’intera umanità, la popolazione di due citta bruciata viva per punire la dissolutezza dei suoi abitanti, la legge del taglione, l’invito ai regnati ebrei a massacrare i loro nemici…e molto altro che fanno della Bibbia, un vero e proprio libro degli orrori, nessuna citazione, nessun accenno. Lo facciamo noi. Scorrendo il libro della Genesi troviamo queste citazioni che trasudano vendetta e crudeltà.

«Malcontento della malvagità dell’uomo, Dio sterminò ogni creatura del pianeta risparmiando soltanto la famiglia di Noè. Uomini, donne, bambini ed animali morirono annegati in una impensabile agonia» (capitoli 6 e 7).

«Sotto la direzione di Dio Giosuè distrusse l’intera città di Gerico con la punta della spada; uomini, donne e bambini inclusi. Tenne l’argento, l’oro, il bronzo ed il ferro per Dio e, infine, diede fuoco alla città» (Giosuè, 6:21-27).

«Dio ordina a Saul: Va’ dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini» (Samuele, 15:7-8).

«Ecco, il giorno del Signore arriva implacabile, con sdegno, ira e furore, per fare della terra un deserto, per sterminare i peccatori.[…] I loro piccoli saranno sfracellati davanti ai loro occhi; saranno saccheggiate le loro case, disonorate le loro mogli. […]Con i loro archi abbatteranno i giovani, non avranno pietà dei piccoli appena nati, i loro occhi non avranno pietà dei bambini» (Isaia 13;9-16-18).

Nel libro della Genesi, a seguito di un episodio di depravazione sessuale riguardanti alcuni abitanti delle citta di Sodoma e Gomorra, troviamo questa spietata citazione:

«Quand’ecco che il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e Gomorra zolfo e fuoco, una punizione esemplare, che da sempre rappresenta il castigo divino sulla depravazione umana».

In tema di depravazione sessuale e spietatezza vendicativa, dal libro della Genesi leggiamo quanto segue.

«Sichem si unì carnalmente – in un atto prematrimoniale – a Dina, figlia di Giacobbe, destando la collera degli altri suoi figli. L’unione previa circoncisione era considerata da Giacobbe un disonore e, per questo, a Sichem, a suo padre Camor, e ad ogni maschio della città fu richiesta la circoncisione, che avrebbe reso ogni uomo idoneo all’unione con le altre sue figlie. Tre giorni dopo, mentre gli uomini ancora pativano i dolori dell’operazione, due dei figli di Giacobbe, Simeone e Levi, fratelli di Dina, presero ciascuno la propria spada, assalirono la città che si riteneva sicura, e uccisero tutti i maschi. Passarono a fil di spada anche Camor e suo figlio Sichem, presero Dina dalla casa di Sichem, e uscirono. I figli di Giacobbe si gettarono sugli uccisi e saccheggiarono la città, perché la loro sorella era stata disonorata, presero le loro greggi, i loro armenti, i loro asini, quanto era nella città e nei campi. Portarono via come bottino tutte le loro ricchezze, tutti i loro bambini, le loro mogli e tutto quello che si trovava nelle case» (Genesi, 34:13).

Nel Vecchio testamento troviamo citazioni intrise di odio e violenza che si commentano da sole. Anche se, come sopra accennato, i teologi accreditati riescono con grande acrobazia dialettica e dando sfoggio alla loro erudizione di parte a “contestualizzare” gli episodi citati per farli apparire come gesti di amore. Nel Deuteronomio e nel Libro di Gesuè troviamo frasi, del tipo sotto riportate, che solo una mente crudele o immersa nella nebbia del fanatismo può giustificare:

«nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio…» (Deuteronomio 20)

«Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà. Ma se non vuol far pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai. Quando il Signore tuo Dio l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi; ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda; mangerai il bottino dei tuoi nemici, che il Signore tuo Dio ti avrà dato»

«La parola del Signore a proposito dei bambini nati in questa terra: Moriranno di malattie strazianti, non saranno rimpianti né sepolti, ma saranno come letame sulla terra. Periranno di spada e di fame; i loro cadaveri saranno pasto degli uccelli dell’aria e delle bestie della terra» (Geremia, 16:4)

Nel Salmo 137, canto dei deportati che descrive il lamento degli esiliati ebrei a Babilonia dopo la caduta di Gerusalemme nel 587 a.C., il Dio dei cristiani sentenzia:

« E tu, Babilonia criminale! Beato chi ti ripaga del male che ci hai fatto, chi afferra i tuoi bambini e li sfracella contro la roccia»

Nel Talmud vi è una sezione dedicata all’amministrazione della giustizia. I crimini degli ebrei sono perdonati e addirittura incoraggiati se perpetrati contro gli estranei alla loro stirpe (chiamati Gentili o Goym).

«se uno rubasse, rapinasse, rapisse una bella donna, o commettesse torti simili, se questi fossero perpetrati da un Gentile ad un altro, il torto in questione deve essere punito, allo stesso modo se fosse perpetrato ai danni di un Israelita, invece il furto da parte di un Israelita ai danni di un Gentile, può essere perdonato» (Sanhedrin)

«È sempre un gesto meritevole impossessarsi di un bene appartenente a un Gentile» (Schulchan Aruch)

«È permesso praticare l’usura sui Gentili, perché la pratica dell’usura su un Gentile in ogni momento piace al Signore» (Schulcan Aruch, Orach Chaim)

«Ad un giudeo è permesso stuprare, truffare, e spergiurare; ma deve curarsi di non farsi scoprire, così che Israele possa non soffrire» (Schulchan Aruch, Johre Deah)

«È un grande peccato fare un regalo ad un Gentile. Ma è permissibile fare l’elemosina ai Gentili poveri, visitare i loro malati, dare gli ultimi onori ai loro morti e consolare i loro parenti, per mantenere la pace, e per far credere ai Gentili che i Giudei sono loro buoni amici, poiché danno loro conforto» (Aboda Zarah)

Nei confronti delle donne non ebree le considerazioni dettate da Dio sono condensate in queste frasi che non lasciano spazio a dubbi:

«Tutte le donne non-ebree sono prostitute» (Eben Haezar)

«Un Giudeo può violentare, ma non sposare una non-Ebrea» (Gad Shas)

«Una ragazza Gentile dall’età di tre anni può essere violentata» (Aboda Shara)

«Se un Giudeo violenta una ragazza non-Giudea, e un altro Giudeo che lo vede è chiamato a testimoniare, quel Giudeo deve, senza esitazione, mentire» (Johre Deah)

«Ad una balia ebrea è proibito allattare il figlio di un Gentile, anche se fosse pagata per fare ciò, poiché facendolo, aiuterebbe la crescita di un Gentile. Solo nel caso in cui lei provi dolore per l’eccesso di latte e tale latte possa divenire pericoloso per lei è permesso fare ciò. All’ebreo è anche proibito insegnare ad un Gentile un lavoro col quale egli possa mantenersi» (Schulchan Aruch, Johre Deah)

Anche nei confronti delle donne ebree, il Dio del Vecchio Testamento è alquanto “severo”.

«Dio punì l’adulterio: Si farà venire contro di loro una folla ed esse saranno abbandonate alle malversazioni e al saccheggio. La folla le lapiderà e le farà a pezzi con le spade; ne ucciderà i figli e le figlie e darà alle fiamme le case. Eliminerò così un’infamia dalla terra e tutte le donne impareranno a non commettere infamie simili» (Ezechiele, 23:45-47)

Troviamo perfino citazioni che sembrano tratte dalla scena di un film horror.

«Una donna si lamentò di patire la fame davanti al re di Israele. Era triste perché aveva accettato di cucinare e mangiare suo figlio» (Re, 6:29)

«Mangerete la carne dei vostri figliuoli e mangerete la carne delle vostre figliuole» (Levitico, 26:22)

«Ioab conficcò un pugnale nello stomaco di Amasà, rovesciandone l’intestino per terra. Amasà morì nel bel mezzo della strada rotolandosi nel suo stesso sangue» (Samuele, 20:10-12)

Anche nel Nuovo Testamento troviamo passi che non sentiremo mai durante le messe.

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. Gesù appoggia gli omicidi di massa, gli stupri, le schiavitù, le torture e gli incesti descritti nel Vecchio Testamento» (Matteo, 5:17).

In tema di omosessualità l’insegnamento della Bibbia è chiaro.

«Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento» (Romani, 1:26-27)

«Se uno ha con un uomo relazioni sessuali come si hanno con una donna, tutti e due hanno commesso una cosa abominevole; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro» (Levitico)

«né gli “effeminati” né i “sodomiti” erediteranno il regno di Dio» (1 Corinzi 6:9)

Gli ebrei meritano grande rispetto per le persecuzioni subite nel corso dei secoli, ma se scorriamo le pagine dei loro testi sacri, soprattutto la Torah e il Talmud, scopriamo quanto profonde siano nel loro campo le radici dell’odio e dell’intolleranza religiosa. Il Dio che emerge da questi scritti è un Dio spietato che incita allo sterminio dei popoli e alla crudeltà verso donne e bambini. Quello che accade oggi in Palestina non è casuale, è la naturale applicazione dei precetti biblici.

«Sotto la guida di Dio, gli israeliti sterminarono completamente gli uomini, le donne ed i bambini di Sicon – Non vi lasciammo nessuno in vita» (Deuteronomio, 2:33-34)

«Dio stabilì le regole della guerra ordinando il massacro di tutti gli uomini. Tralasciò le donne, i bambini, il bestiame ed i possedimenti che potevano essere tenuti come preda» (Deuteronomio, 20:13-1)

«Sterminerai dunque tutti i popoli che Jahweh, l’Iddio tuo, sta per dare in tuo potere; l’occhio tuo non abbia pietà; e non servire agli dei loro…Il tuo Dio, Jahweh, darà queste nazioni in tuo potere e le metterà interamente in rotta finché siano distrutte. Ti darà nelle mani i loro re, e tu farai scomparire i loro nomi di sotto ai cieli; nessuno potrà starti a fronte finché tu le abbia distrutte. Darai alle fiamme le immagini scolpite dei loro dei; non agognerai e non prenderai per te l’argento che è su quelle, onde tu non abbia ad esserne preso perché sono un’abominazione per Jahweh» (Deuteronomio, 7, 16-25)

Non è che per caso i terroristi islamici si sono sbagliati e invece del Corano hanno letto la Bibbia?

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Excalibur

Note

(1) Nei moltissimi testi che ha analizzato, Paulkovich ha trovato un solo riferimento a Gesù di Nazareth in un libro scritto dallo storico romano di origine ebraica Flavio Giuseppe nel 95 dopo Cristo, ma secondo lui si tratterebbe di una aggiunta inserita da altri. Da considerare che Flavio Giuseppe è stato uno scrittore molto prolifico, per esempio ha descritto minuziosamente le fasi processuali e l’esecuzione di due ladri comuni, ma su Gesù non dice nulla fatta eccezione per due paragrafi di cui il primo sicuramente postumo e l’altro molto sospetto. Si tratta comunque di fugaci citazioni che contrastano con la risonanza che tali eventi, soprattutto dei miracoli, se effettivamente accaduti, avrebbero dovuto avere nella cronaca di quei tempi.

Spunti di riflessione.

1) Secondo le sacre scritture, la religione cristiana ebbe inizio con la crocifissione di Cristo. E se questa non fosse mai avvenuta? Se invece di essere condannato a morte, il tribunale romano che lo ha giudicato lo avesse assolto dall’accusa di sedizione? Se Cristo invece che sulla croce fosse morto sul suo letto dopo una vita di predicazione? L’impalcatura della fede cristiana che poggia proprio sul dogma della crocifissione, non sarebbe destinata a crollare tenuto conto che del processo a Gesù sulle cronache dell’epoca non vi è traccia alcuna?

2) Gesù si è sottoposto al supplizio del Golgota per salvare l’umanità. E poi? Non ci pare che il comportamento degli uomini dopo il sacrificio di Cristo sia cambiato. La cattiveria, la violenza, la sopraffazione e tutti i mali che hanno afflitto gli uomini prima della venuta del Redentore sono rimasti, anzi dopo il suo sacrificio si sono amplificati (vedi le guerre di religione). Quindi a cosa è servito il suo sacrificio se dopo la sua morte nulla è cambiato?

3) Se neanche sacrificando il proprio figlio il Dio dell’Universo è riuscito a cambiare gli uomini, delle due l’una: o questo Dio è impotente, ciò incapace di cambiare gli uomini, quindi non è Dio; oppure, se è veramente Dio, perché non usa i suoi poteri per far vivere gli uomini in pace? Cosa significa, che vuole solo essere adorato e temuto?

4) Nella Bibbia troviamo tutto e il contrario di tutto. Dal “occhio per occhio e dente per dente” del Vecchio Testamento al “porgi l’altra guancia” dei Vangeli. Dal “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” del Vangelo di Matteo (5,44) all’istigazione al massacro e all’infanticidio del Deuteronomio. Dal “libero arbitrio” degli uomini ritenuti gli unici responsabili delle loro azioni, all’assioma evangelico del “tutto avviene per volere di Dio” poi corretto in “tutto avviene per opera di Dio, fuorché il peccato” (come dire: le cose buone sono opere di Dio, quelle malvagie dell’uomo…mah). In questo modo qualunque situazione, anche la più assurda e contraddittoria, trova conferma nella Bibbia, basta selezionare i passi delle sacre scritture più confacenti ai propri scopi e il gioco è fatto.

5) Quando i sostenitori della Chiesa sono in difficoltà nel sostenere le loro ragioni sul piano storico e razionale, ecco allora imboccare con decisione l’uscita di sicurezza del “Mistero della Fede”, esattamente come fa una madre quando di fronte alle domande imbarazzati del figliolo, se ne esce con la fatidica frase “quando sarai grande capirai…” Oppure se la cavano con le Interpretazioni giustificative del tipo “è scritto rosso, ma il Signore intendeva nero… La Bibbia non va presa alla lettera, ma va letta riportandola ai tempi in cui venne concepita…a quei tempi tutti si comportavano allo stesso modo…”e riferendosi ad Abramo pronto ad uccidere suo figlio per dimostrare la sua fede: “Abramo lo fece perché convinto che poi Dio avrebbe fatto risuscitare Isacco”… Come si può comprendere hanno sempre una risposta a tutto, anche se fantasiosa e per nulla credibile.

6) Una persona che segue puntualmente i precetti, che va tutte le domeniche a Messa e santifica le feste è forse migliore di un’altra? Se la risposta è no, allora l’obiezione che ne scaturisce è: che senso ha andare a Messa, frequentare la Chiesa e l’Oratorio se poi ci comportiamo a volte bene e a volte male esattamente allo stesso modo degli altri? Dov’è la differenza tra un fedele e una qualsiasi altra persona?

Un’ultima considerazione: che senso ha un Dio, ritenuto dai fedeli Onnipotente e Onnisciente, che crea dal nulla tutte le cose, che giudica le azioni degli esseri umani da lui stesso creati? Non poteva concepirli tutti buoni ed evitare, in tal modo, le sofferenze che l’umanità patisce fin dal primo giorno della Creazione? Non è che per caso lo ha creato debole per il gusto di farlo soffrire e costringerlo a prostrarsi continuamente ai suoi piedi ad implorare la sua clemenza per sentirsi un…Dio?

E il comportamento del fedele a cui Dio ha sottratto il figlio facendolo morire prematuramente, ha senso che nelle sue preghiere lo ringrazi per la prova di fede che gli è stata concessa?

Il confine tra fede e fanatismo è molto labile, a prescindere dalla religione praticata.

 

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PRODEZZE PARTIGIANE

Come i liberatori trattavano le donne catturate

di Gianfredo Ruggiero

Giuseppina Ghersi era una bambina di appena 13 anni quando fu picchiata, stuprata e uccisa dai partigiani con l’accusa di essere al servizio del regime fascista.

Studentessa delle magistrali alla “Rossello” di Savona scrisse un tema che la maestra inviò al Duce ottenendone i complimenti: questa la sua colpa.

La mattina del 25 aprile 1945, Giuseppina fu sequestrata da tre partigiani e portata nei locali della Scuola Media “Guido Bono” a Legino, adibito a Campo di Concentramento per i fascisti.

Le cosparsero la testa di vernice rossa e le vergaro la emme di Mussolini sulla fronte per essere poi esibita in pubblico come un trofeo di caccia. Fu pestata a sangue e violentata per giorni.

Il 30 aprile fu posto fine al suo martirio con un colpo di pistola alla nuca e il suo corpo gettato, insieme ad altri, su un cumulo di cadaveri davanti al cimitero di Zinola.

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Giuseppina Ghersi e i suoi aguzzini partigiani prima di essere violentata e uccisa. Notare lo sguardo compiaciuto di questi squallidi figuri

Al riconoscimento della piccola partecipa Stelvio Murialdo il quale dà una testimonianza agghiacciante:

 «…erano terribili le condizioni in cui l’avevano ridotta, evidentemente avevano infierito in maniera brutale su di lei, senza riuscire a cancellare la sua giovane età. Una mano pietosa aveva steso su di lei una sudicia coperta grigia che parzialmente la ricopriva dal collo alle ginocchia. La guerra ci aveva costretto a vedere tanti cadaveri e in verità, la morte concede ai morti una distesa serenità; ma lei, quella sconosciuta ragazza NO!!! L’orrore era rimasto impresso sul suo viso, una maschera di sangue, con un occhio bluastro, tumefatto e l’altro spalancato sull’inferno. Ricordo che non riuscivo, come paralizzato, a staccarmi da quella povera disarticolata marionetta, con un braccio irrigidito verso l’ alto, come a proteggere la fronte, mentre un dito spezzato era piegato verso il dorso della mano” …»

Lo scrittore Giampaolo Pansa, uno dei massimi conoscitori della guerra partigiana, nel suo libro “Bella Ciao” dedica un capitolo ad un’altra triste vicenda: “Gli stupri di Brogli”

 La retorica resistenzialista e i libri che ne derivano hanno sempre ignorato l’esistenza del Campo di Brogli… un lager nella 6° Zona ligure, dove tra l’estate e l’autunno 1944 furono rinchiusi molti prigionieri fascisti. La loro sorte era segnata: venivano torturati e poi uccisi (…) erano tutti uomini, a parte due donne.

Una era un’ostetrica genovese, fra i trenta e i quarant’anni, bionda e con la testa rapata in modo selvaggio, coperta di croste rossastre. In seguito fu poi violentata e fucilata.

L’altra donna era molto più giovane e nessuno sapeva che fine avesse fatto.”

 In seguito Gianpaolo Pansa rintracciò la donna, Lucia R., e ne raccolse la testimonianza:

 Nel 1944 aveva 19 anni e frequentava la terza liceo classico a Genova. Una domenica di settembre era andata a visitare uno zio ammalato, fascista delle ultime file, commissario prefettizio di un piccolo comune della Valle Scrivia.

Quel giorno alla porta dello zio bussarono tre sconosciuti, partigiani arrivati per ucciderlo. Ma lui non c’era perché la sera prima era stato ricoverato all’ospedale di Novi Ligure.

Il terzetto trovò soltanto Lucia, la prese e la portò a Brogli (…) «arrivai a Brogli in preda alla disperazione. Il capo del lager, il famoso Walter, mi accusò di essere un’ausiliaria fascista, per di più parente di un podestà repubblichino (…) si divertiva a spaventarmi, i suoi uomini assistevano ridendo e insultandomi. Ma il peggio doveva ancora arrivare e successe la prima sera.

Mentre tutti i prigionieri venivano rinchiusi nel casone, mi portarono in una casupola vicina al comando del campo. Ero una ragazza illibata e quella sera persi la verginità. Il primo a violentarmi fu Walter, che poi mi passò a due russi. Mi presero con una brutalità bestiale, perché ero una troia fascista, così dicevano. Quando mi riportarono nel casone dei prigionieri, sanguinavo, avevo la faccia nera per le botte ricevute (…) pensavo che dopo essersi sfogati, Walter e i suoi uomini mi avrebbero lasciato in pace. Ma il giorno successivo mi resi conto che ero considerata una preda da stuprare a loro piacimento.

Mi facevano uscire tutti i giorni dal casone e mi usavano come fossi una prostituta al soldo della banda di Brogli (…) La mia tortura durò tutto il mese di ottobre (…) a salvarmi fu l’arrivo a Brogli di un commissario politico anziano (…) Mi sono accorsi anni per liberarmi dell’orrore di Brogli».

In un altro capitolo del suo libro, Giampaolo Pansa, descrive la vicenda di Giuseppe Ugazi e delle sue due figlie.

Nell’agosto 1944, a Galliate viveva Giuseppe Ugazio, 43 anni, segretario del fascio repubblicano di quel comune (…) Ugazio viveva con due figlie. Cornelia, 21 anni studiava Medicina all’Università di Torino (…) la più piccola, Mirella detta Mirka, 13 anni. Verso le nove di sera del 28 agosto si presenta alla trattoria San Carlo, dove se ne stava seduto con un paio di amici, una pattuglia di militi della repubblica e invitano l’Ugazio a seguirli insieme alle figlie perché si teme un attacco dei ribelli.

Il segretario del fascio e le due ragazze salgono sull’automobile dei militi e soltanto all’ora scoprono di essere caduti nelle mani dei partigiani garibaldini travestiti da fascisti.

Li conducono attraverso i campi sino a una cascina isolata, la Negrina, qui li aspettano una ventina di ribelli che hanno già occupato il cascinale.

I partigiani mangiano e bevono, sotto lo sguardo atterrito dei tre ostaggi. Il padre di Cornelia e Mirka spera ancora di salvare almeno le figlie, poiché tra i ribelli ha riconosciuto un giovane di Galliate. Poi si rende conto di non avere via di scampo. Viene spinto in un boschetto vicino al podere, legato a un albero e torturato sotto gli occhi delle ragazze.

La sua vita sta per concludersi. I partigiani lo finiscono spaccandogli il cranio con il calcio dei moschetti. Subito dopo tocca alle figlie. Sia Cornelia che la piccola Mirka sono stuprate. I ribelli se le passano di mano per l’intera notte. E’ quasi l’alba del 29 agosto quando le ragazze non danno più segni di vita.

La banda trascina i corpi nel boschetto, accanto al cadavere del padre. Gli stupratori scavano una fossa poco profonda, una trentina di centimetri, non di più.

Al contatto con il freddo del terreno, Cornelia e Mirka si riprendono. Allora i partigiani fracassano la testa della ragazza più grande con i moschetti e soffocano Mirka, schiacciandole il collo con uno scarpone.

Poi se ne vanno poco dopo l’alba. E riprendono a combattere per la rivoluzione comunista”.

Giampaolo Pansa riporta il numero di 2.365 donne uccise, spesso prima stuprate dai partigiani, di cui si conosce il nome e la vicenda. A cui bisogna aggiungere le centinaia di donne violentate che sono riuscite a sfuggire alla morte e che per un comprensibile senso di pudore hanno taciuto. E quelle picchiate, rapate a zero ed esibite come trofei per la sola colpa di essere fidanzate di soldati fascisti.

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Servizio Ausiliario Femminile (SAF) della Repubblica Sociale Italiana. Le prime donne soldato d’Italia, giovani e giovanissimi, tutte volontarie catturate dai partigiani venivano spesso stuprate e uccise

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Scena tratta dal film di Antonio Bellucco “Il Segreto d’Italia” con Romina Power che narra una delle tante, tantissime pagine di storia  cancellata, quella della strage partigiana di Codevigo

Quando il 25 Aprile i partigiani riconosceranno le nefandezze della loro parte allora, solo allora si potrà parlare di pacificazione e voltare finalmente pagina.

Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur – Varese

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LA BIBBIA E GLI ANIMALI

Come noto nella Bibbia possiamo trovare tutto e il contrario di tutto. Mentre da un lato invita alla concordia dall’altro sostiene le peggiori nefandezze che l’uomo possa concepire: la schiavitù, la sopraffazione, il massacro generalizzato di razze umane e di animali.

Se dovessimo seguire alla lettera l’insegnamento soprattutto del vecchio testamento, quello del “occhio per occhio e dente per dente” (che poi si contraddice con quel “porgi l’altra guancia” dei vangeli), saremmo tutti dei criminali.

Quello che emerge dalla lettura del testo sacro dei Cristiani è un Dio di parte a cui sta a cuore solo la sorte di un popolo che considera destinato a dominare il mondo. La stessa considerazione la si riscontra nel rapporto tra uomini e animali considerati, quest’ultimi, al servizio dei primi.

Nei secoli successivi nel pensiero cristiano si rafforza la visione dell’uomo legittimato a sfruttare senza alcuna pietà e limite gli animali e l’ambiente naturale: il mondo è al servizio dell’uomo e l’uomo è al servizio di Dio. Contrariamente a molti uomini di Chiesa come San Francesco che conciliano forzatamente l’amore per Cristo con l’amore per la natura.

Tutto deriva dalla Bibbia, ma chi ci assicura che quanto riportato nel testo sacro corrisponda alla effettiva volontà di Dio e non sia invece stato rivisto in alcune sue parti per esigenze di potere, oppure che nella varie trascrizioni non siano stati commessi dei madornali errori? Come possiamo credere ciecamente, fino a dare la propria vita o negare quella di altri, in un testo scritto, non si sa bene da chi (Mose?), 1300 anni prima di Cristo, che riporta racconti tramandati a voce, poi scritti da persone diverse e in tempi diversi senza grande precisione, e giunto, non si sa come, ai giorni nostri dopo essere stato rimaneggiato più volte nelle varie traduzioni in greco, aramaico e latino?

E’ tempo di superare la deleteria convinzione che tutto ciò che è riportato nei testi sacri sia il verbo. Come nei rapporti tra umani il pensiero cristiano ha superato la posizione biblico del Medio Evo, così, allo stesso modo, auspichiamo che la coscienza cristiana ponga sullo stesso piano tutti gli esseri viventi e bandisca una volta per tutte violenza, sfruttamento e sopraffazione anche verso la parte debole della natura.

Il capitalismo basa la sua essenza sullo sfruttamento egoistico degli uomini per fini economici, non facciano altrettanto i cristiani per soddisfare i piaceri del palato sentendosi, per questo, autorizzati dalla Bibbia.

Gianfredo Ruggiero

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PASQUA SENZA SACRIFICI

LA FEDE NON SI DIMOSTRA A TAVOLA

Un bel giorno Dio chiamò a rapporto Abramo e gli ordinò di uccidere suo figlio Isacco come prova di fede.

Quando Abramo, sul Monte Moriah , stava per scannare il suo unico figlio, arrivò il contrordine: invece di tuo figlio ammazza un montone, fa lo stesso. E da quel giorno l’agnello sacrificale divenne il simbolo, di sangue, della Santa Pasqua.

Fuori dalla fede ci domandiamo: come può un Dio che si definisce buono e misericordioso ordinare ad un suo discepolo di compiere il più atroce dei delitti? E come può un padre, per assecondare il proprio Dio, apprestarsi a compiere l’insano gesto?

Ognuno di noi si domandi se valga veramente la pena rendersi complice dell’uccisione di un agnello, un esserino che non ha neppure avuto la possibilità di diventare adulto, per ingraziarsi il proprio Dio.

La fede si dimostra tutti i giorni con i gesti di pace e di amore e non seduti ad una tavola imbandita.

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MUSSOLINI E GLI EBREI

MUSSOLINI E GLI EBREI

quante falsità

di Gianfredo Ruggiero

Le leggi razziali italiane del 1938 furono, senza alcuna ombra di dubbio, una vergogna nazionale la cui responsabilità ricade interamente su Mussolini e su quanti, per ignavia o servilismo, nulla fecero per evitarle.

Il rispetto per le vittime della discriminazione razziale non può e non deve però impedirci di affrontare l’argomento con il dovuto distacco e la necessaria serenità di giudizio.

Per troppi anni la storia è stata viziata da preconcetti e comodi schematismi che ci hanno portati lontano dalla verità. La stessa storia del popolo ebraico è costellata di stragi e persecuzioni a causa di un pregiudizio – accusa dei cattolici di aver ucciso Gesù – cui se ne sono aggiunti altri nel corso dei secoli: usura, internazionale ebraica per dominare il mondo attraverso il controllo delle economie nazionali, devianza sessuale per la pratica della circoncisione definita un patto con Cristo attraverso il pene, ecc..

Hitler in definitiva non ha inventato nulla, ha semplicemente portato alle estreme conseguenze, in modo raccapricciante e disumano, quell’antiebraismo figlio del pregiudizio ancor oggi presente e che viene da lontano.

Daniel Goldhagen nel suo libro “I volenterosi carnefici di Hitler”(1) afferma che la persecuzione ebraica fu resa possibile grazie alla attiva partecipazione o, quantomeno, all’indifferenza se non addirittura alla compiacenza di buona parte della popolazione tedesca; che a essere antisemiti non erano solo Hitler ed i suoi seguaci, bensì larghi strati della società.

Tale avversione nei confronti degli ebrei la troviamo radicata anche in altre nazioni, in particolar modo in Francia e in Polonia.

In Italia la situazione era invece del tutto diversa. Come hanno riconosciuto autorevoli storici del calibro di George L. Mosse, docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, l’autore de “La Nazionalizzazione della Masse”(2), la più completa opera sul fenomeno dei totalitarismi contemporanei, Renzo De Felice, il più profondo conoscitore della storia degli ebrei sotto il fascismo e il rabbino Elio Toaff nel suo libro “essere ebreo”(3) tra i Paesi europei l’Italia è uno di quelli che meno ha conosciuto il razzismo.

A differenza del nazionalsocialismo che trae la sua essenza nella purezza della razza (razzismo biologico di origine illuminista e darwiniana), il Fascismo non fu ideologicamente razzista.

Nella carta di Piazza San Sepolcro del 1919, vero e proprio manifesto ideologico cui s’ispirò il Fascismo nelle sue tre fasi – movimento, regime e sociale – di razzismo non vi è traccia.

Mussolini stesso ebbe a dichiarare in più occasioni che in Italia non esisteva una questione ebraica e guardò con sufficienza alle teorie hitleriane. Nel ’34 a Bari il Duce afferma:

«trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di oltr’Alpe…»

Che nel bagaglio ideologico e culturale del Fascismo non vi fosse alcuna forma di discriminazione a sfondo razziale lo dimostra la presenza di ben cinque ebrei tra i partecipanti alla fondazione dei Fasci di Combattimento (embrione del futuro Partito Nazionale Fascista) del 23 marzo 1919; ebreo era il milanese Cesare Goldman che offrì a Mussolini la celebre sala di Piazza San Sepolcro; la partecipazione alla Marcia su Roma di molti ebrei e l’iscrizione al Partito Fascista fino al 1933 – data dell’ultimo censimento – di oltre diecimila ebrei(4). Senza contare la presenza ebraica in tutti i settori dell’economia e della vita pubblica e politica italiana fino ai primi mesi del 1939.

Il “Manifesto degli intellettuali fascisti” del 1925, redatto dal filosofo Giovanni Gentile, veniva sottoscritto da ben trentatré esponenti della cultura di religione ebraica.

Diversi ebrei occuparono posti di grande rilievo nelle strutture e nelle Istituzioni
del Regime basti pensare, solo per citarne alcuni, a Margherita Sarfatti che fino al 1936 diresse la rivista ufficiale del Fascismo “Gerarchia” e autrice della biografia di Mussolini “DUX”, a Ettore Ovazza direttore del giornale “La nostra Bandiera” punto di riferimento dell’ebraismo fascista.

Nel suo governo, Mussolini si circondò di una massiccia presenza di ebrei: Aldo Finzi, sottosegretario agli Interni, ex aviatore della “Serenissima” di D’Annunzio (fondamentale fu il suo contributo alla nascita dell’aeronautica militare italiana), squadrista, deputato e membro del Gran Consiglio del Fascismo;  Guido Jung fu a capo del Ministero delle Finanze dal 1932 al 1935, volontario  nella guerra di Abissinia nonostante i suoi 65 anni di età; Maurizio Rava, anch’egli ebreo, fu vicegovernatore della Libia e generale della Milizia Fascista; Paolo Orano, uno dei padri del giornalismo italiano e rettore dell’Università di Perugia (morirà nel 1945 nel campo di concentramento anglo-americano di Padula dove era internato con altri fascisti); Giuseppe Toeplitz, direttore della Banca Commerciale e finanziatore del giornale di Mussolini «Il Popolo d’Italia». Ebreo era anche il prefetto Dante Almansi, che fu vice capo della polizia e Capo di Gabinetto durante il ministero Jung. L’ebreo Giorgio Del Vecchio, ordinario di Diritto Internazionale, diventa il primo rettore fascista dell’Università di Roma.

Tra i primi caduti della rivoluzione fascista figurano gli ebrei Gino Bolaffi, Bruno Mondolfo e Duilio Sinigaglia. Molti altri parteciparono con entusiasmo alla guerra di Spagna come il generale Alberto Liuzzi che si meritò la medaglia d’oro.

Molti furono gli ebrei italiani che parteciparono volontari alla guerra d’Africa. La vittoria e la proclamazione dell’impero furono salutate dalla stampa ebraica con vero entusiasmo. La conquista dell’Etiopia fu sentita non solo come una questione nazionale, ma anche come un fatto ebraico, dal momento che nella zona presso Gondar e il lago Tana viveva una popolazione di razza cuscitica e di religione giudaica, i falascià.

I rapporti tra istituzioni ebraiche – che godettero d’ampia autonomia – e regime fascista furono sempre improntati al reciproco rispetto.

Diversi furono i colloqui tra Sacerdoti, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, e Mussolini che portarono, ad esempio nel campo dell’insegnamento, all’istituzione di sezioni elementari ebraiche nelle scuole comunali e alla modifica dei manuali di religione ad uso dei bambini ebrei nelle scuole statali.

La legge Falco del 1930 sulle comunità israelitiche italiane, voluta da Mussolini per salvaguardare il patrimonio artistico, storico e culturale ebraico, fu accolta con grande favore dagli ebrei italiani.

Artisti, registi e scrittori ebrei, molti dei quali profughi dalla Germania, poterono liberamente lavorare nell’Italia fascista senza alcuna preclusione(5).

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Medaglia commemorativa coniata in occasione della legge Falco. La didascalia recita “Vittorio Emanuele III Re – Benito Mussolini Capo del Governo e le Comunità ebraiche d’Italia a ricordo della legge 30 X 1930.

Significativa fu la partecipazione di Mussolini al congresso ebraico sionista svoltosi, non a caso in Italia, a Milano alla fine del 1928.

Apprezzamento per l’attenzione nei confronti degli ebrei  venne dal periodico sionista “Israel” che riconosceva soddisfatto(6):

«dopo dieci anni di regime fascista, il ritmo spirituale della vita ebraica in Italia è più intenso, anzi assai più intenso di prima»

Altra vicenda poco nota riguarda la nascita della marina dello Stato d’Israele avvenuta con il supporto dell’Italia(7).

Nell’Ottobre del 1934 a seguito di un accordo tra Mussolini, impegnato a sostenere il nascente stato ebraico, e il leader sionista Jabotinsky, giungono a Civitavecchia i primi 28 allievi ufficiali ebrei per essere addestrati alla Scuola Marittima; nei tre anni successivi i diplomati saranno quasi 200. Sulle uniformi portano un’ancora, la Menorah (il candelabro a sette bracci) e il fascio littorio e nelle cerimonie ufficiali salutano a braccio teso, come ha ricordato Avram Blass, successivamente divenuto Ammiraglio della Marina Israeliana.

La formazione dei quadri della futura Marina ebraica conferma i buoni rapporti che si istaurano fra il Duce e il movimento sionista mondiale presieduto da Chaim Weizmann (il futuro primo presidente dello Stato d’Israele).

Quando, con l’ascesa al potere di Hitler, riprese vigore in tutta Europa il mai sopito antiebraismo, l’Italia fascista, a differenza delle democratiche Francia e Inghilterra che si chiusero a riccio rifiutandosi di ospitare gli ebrei nei loro confini e nelle loro colonie, aprì le sue frontiere(8).

Fu creato un organismo ad hoc – il comitato di assistenza agli ebrei in Italia – che permise a circa diecimila profughi provenienti da Germania, Polonia, Ungheria e Romania di trovare rifugio nel nostro Paese; altri 80 mila ebrei poterono emigrare in Palestinae in altre nazioni  grazie alla collaborazione delle autorità italiane.

Dal porto Trieste gli ebrei emigranti viaggiavano su navi del Lloyd triestino che concedeva loro sconti fortissimi, fino al 75%(9).

Mussolini, per un certo periodo, abbozzò anche l’idea di costituire in Etiopia, colonia italiana dove viveva tutelata dal Governo italiano una folta comunità di falascià (ebrei africani), l’embrione della futura nazione ebraica.

Uniche voci dissonanti di un certo rilievo provenivano da Giovanni Preziosi e dalla sua rivista “La vita italiana”, il cui antisemitismo si collocava nella tradizione cattolica (non a caso Preziosi era un ex sacerdote) e da Telesio Interlandi che attraverso le pagine del “Tevere” riproponeva i luoghi comuni dell’antiebraismo classico. Argomenti che, in ogni caso, ebbero scarsa presa sull’opinione pubblica italiana e ancor meno considerazione da parte della cultura fascista(10).

Improvvisamente (in verità qualche accenno vi fu nel corso dell’anno precedente) nel 1938, a seguito di una deliberazione del Gran Consiglio del Fascismo del 6 ottobre, furono emanate le famigerate e mai tanto deprecate leggi razziali la cui essenza tuttavia, essendo di natura spirituale, mirava ad emarginare gli ebrei senza perseguitarli, contrariamente a quanto avveniva in Germania, in Europa orientale e, in maniera strisciante, in alcune democrazie occidentali.

Va evidenziato che l’opinione pubblica, soprattutto quella cattolica, non fu del tutto ostile al quel provvedimento considerate le 360 firme apposte al “Manifesto per la difesa della Razza” da parte di intellettuali e scienziati di estrazione cattolica ed anche di autorevoli esponenti della Chiesa e del cattolicesimo come il fondatore dell’Università cattolica Padre Agostino Gemelli, Luigi Gedda, storico presidente dell’Azione Cattolica e il futuro leader democristiano Amintore Fanfani.

In definitiva tale provvedimento, che oggi ci appare aberrante, all’epoca fu accolto con indifferenza quasi fosse un fatto normale, a causa di quel diffuso antisemitismo e razzismo ben radicati in tutti i paesi occidentali (non dimentichiamoci che negli stessi anni in America i neri erano pesantemente discriminati e organizzazioni paramilitari razziste come il Klu Klux Klan ampiamente tollerate).

Le leggi italiane per la tutela della razza oltre ad essere blande, se confrontate con le legislazioni di Germania e poi di Francia, prevedevano numerosissime eccezioni (parenti di caduti per la Patria, partecipanti alla marcia su Roma, meriti militari e civili, ecc.). In alcune sue parti furono inoltre volutamente ignorate, come ad esempio il mai applicato divieto di matrimoni misti.

Nella sua sintesi la legislazione razziale italiana mirava ad escludere gli ebrei dalla funzione pubblica e da alcune professioni come quella di notaio e a porre limitazioni di principio come quella che vietava agli ebrei benestanti di avere al loro servizio ariani (ben più pesanti erano le limitazioni imposte ai neri, in quegli anni e in quelli successivi, da parte della democratica America).

Gli ebrei che abbandonarono l’Italia in quel periodo, pur potendolo fare (non vi era alcuna limitazione alla libera circolazione. Tutti, tranne i sorvegliati speciali, avevano in tasca il passaporto e potevano usarlo quando volevano) furono ben pochi. Furono infatti solo personalità di rilievo a lasciare il nostro Paese, a dimostrazione di come i provvedimenti razziali non intaccarono in profondità la vita della comunità ebraica la quale accettò – seppur obtorto collo – le limitazioni imposte.

Non vi furono emigrazioni di massa, anche perché gli ebrei italiani non avrebbero saputo dove andare, considerato ciò che avveniva nel resto d’Europa e il netto rifiuto ad accoglierli da parte delle Nazioni cosiddette democratiche, Inghilterra in testa.

Durante la guerra, nonostante le pressanti richieste da parte tedesca, Mussolini si rifiutò sempre di consegnare gli ebrei italiani ai nazisti e diede disposizioni per attuare nelle zone controllate dall’esercito italiano (Tunisia, Grecia, Balcani e sud della Francia) vere e proprie forme di boicottaggio per sottrarre gli ebrei ai tedeschi (era sufficiente avere un lontanissimo parente italiano, spesso inventato, per ottenere la cittadinanza italiana e sfuggire in questo modo alla deportazione).

Fino a quando Mussolini ebbe il pieno controllo dell’Italia, questo fino al 25 luglio del 1943, nessun ebreo fu deportato in Germania.

Solo successivamente con la Repubblica Sociale Italiana essendo, di fatto, l’Italia centro settentrionale diventata un protettorato tedesco, i nazisti poterono imporre facilmente la loro volontà fatta di rastrellamenti e deportazioni. Ma, a differenza di altri paesi occupati, come ad esempio la Francia di Vichy, dove i tedeschi poterono attuare il loro programma di persecuzione degli ebrei con il pieno appoggio delle autorità locali (che superarono per zelo gli stessi nazisti), in Italia i tedeschi dovettero provvedere in prima persona per la ferma opposizione del governo fascista che negò sempre la sua collaborazione.

La partecipazione dei fascisti ai rastrellamenti degli ebrei fu, infatti, sporadica e opera di formazioni irregolari che sfuggivano ad ogni controllo.

La Risiera di San Sabba a Trieste, unico campo di concentramento di ebrei in Italia fu, non a caso, istituito e gestito totalmente dai tedeschi.

Lo storico israelita Léon Poliakov, fondatore del Centro di Documentazione Ebraica di Parigi, nel suo libro “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei” (pagine 219, 220) afferma:

«Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei  (…). Appena giunte sui luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei ( …). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico»

Il procuratore generale al processo contro il gerarca nazista Eichmann Gideon Hausner(11). nella sua  relazione introduttiva afferma:

«La Nazione più cara a Israele è l’Italia: per quello che le autorità civili, diplomatiche e militari hanno fatto per sottrarre alla deportazione masse di ebrei di Francia, Grecia, Croazia; per l’atteggiamento assunto dalla popolazione verso gli ebrei stessi italiani, per l’aiuto dato ai rifugiati ebrei d’ogni parte d’Europa che furono concentrati in varie direzioni geografiche. Passare nella zona italiana, tanto in Grecia che in Francia, era andare verso la salvezza».

Il docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, George L. Mosse, nel suo libro “Il razzismo in Europa”, a pag. 245 scrive:

«Il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo (…). Ovunque, nell’Europa occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere e ottenere la nazionalità italiana.

Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l’Italia»

Dopo molte insistenza da parte tedesca Mussolini, nel 1942, si decise a firmare il nullaosta per la deportazione in Germania degli ebrei jugoslavi.

Appena il Ministro tedesco Von Ribbentrop fu partito da Roma il Duce convocò il generale Robotti e gli confidò:

«È stato a Roma per tre giorni e mi ha tediato in tutti i modi il Ministro Ribbentrop che vuole a tutti i costi la consegna degli ebrei jugoslavi. Ho tergiversato, ma poiché non si decideva ad andarsene, per levarmelo davanti, ho dovuto acconsentire, ma voi inventate tutte le scuse che volete per non consegnare neppure un ebreo. Dite che non abbiamo alcun mezzo di trasporto per portarli sino a Trieste via mare, dato che via terra non è possibile farlo»

Così avvenne: mai un ebreo, di qualsiasi nazionalità fosse, fu consegnato ai tedeschi con la collaborazione delle autorità italiane.

E’ vero che molti italiani, fascisti e non, fecero opera di delazione e contribuirono attivamente per consegnare gli ebrei ai nazisti, spesso per motivi personali, ma è altrettanto vero che moltissimi altri italiani, fascisti e non, si adoperarono per salvarli, rischiando per questo la loro vita.

Purtroppo la proverbiale e provata generosità del nostro popolo è spesso contraddetta da episodi di pura cattiveria e grande meschinità.

Cosa indusse Mussolini ad imboccare la strada dell’antiebraismo che portò alla espulsione degli ebrei dagli incarichi pubblici e a negare loro molti diritti civili, è ancora oggi oggetto di discussione tra gli storici onesti.

Scartata la tesi marxista della contiguità ideologica con il nazismo che, come abbiamo visto, è totalmente priva di fondamento(12), quella più accreditata fa riferimento all’alleanza con la Germania e al conseguente influsso nefasto che le teorie di Rosenberg ebbero sul finire degli anni trenta anche in Italia e che andarono a rinfocolare il mai sopito antisemitismo di matrice cattolica.

Altra probabile causa fu l’avversione dell’internazionale ebraica verso il nazismoe, di riflesso, verso il fascismo (nonostante le proteste degli ebrei italiani contrari a quella sorta di Fatwa(13)) e, infine, il tentativo di porre un freno al fenomeno del meticciato esploso nelle colonie italiane.

Non è un caso che le leggi razziali furono promulgate ben 16 anni dopo la presa di potere di Mussolini a conferma che per l’Italia fascista la presenza ebraica nel nostro Paese non costituiva alcun problema.

Fin qui l’Italia. Proviamo ora ad allargare lo sguardo e a vedere cosa accadeva nel resto del mondo negli stessi anni.

La Svezia, ad esempio, nello stesso periodo inviò in Germania una delegazione del suo Parlamento per studiare la legislazione razziale tedesca e, insieme a Norvegia e Danimarca, attuò una politica eugenetica che portò tra il 1934 e il 1976 alla sterilizzazione coatta di oltre 200.000 persone, ritenute geneticamente pericolose per la purezza della razza(14).

Gli Stati Uniti tra 1899 e il 1979 costrinsero con la forza oltre 65.000 uomini e donne soprattutto immigrati  a sottoporsi alla sterilizzazione per il miglioramento della razza e per contenere i costi di assistenza sociale(15).

Da notare che mentre nei paesi cosiddetti democratici si obbligavano le donne emarginate e disadattate a sottoporsi alla sterilizzazione e si vietavano perfino i matrimoni tra “adatti e inadatti”, l’Italia fascista non solo bandiva tale pratica, ma istituiva un sistema di protezione sociale a sostegno della maternità e l’infanzia, soprattutto per le classi meno abbienti.

In Sud Africa gli Afrikaner, i bianchi di origine europea, attuarono la segregazione razziale rimasta in vigore fino al 1994.

L’America nello stesso periodo proseguiva imperterrita nella sua politica di sterminio dei nativi e di rigida separazione razziale nei confronti dei neri. Si dovettero attendere gli anni sessanta per vedere abrogate queste odiose misure razziste per le quali nessuno mai pagò, neppure davanti al tribunale della storia.

Stalin, non pago di aver massacrato milioni di contadini russi (Kulaki) contrari alla collettivizzazione forzata e altrettanti oppositori politici eliminò, come ha documentato lo storico russo Arkaly Vaksberg nel suo libro “Stalin against Jews”, non meno di 5 milioni di ebrei. Di questi ebrei, appunto perché perseguitati e uccisi dai comunisti si è, ovviamente, persa la memoria.

Un capitolo a parte riguarda le responsabilità dei vincitori: America, Inghilterra e Russia sapevano, vedevano e lasciavano fare.

La Germania sul finire della guerra era ridotta ad un ammasso di rovine ad opera dei bombardamenti alleati, ma le linee ferroviarie, tra cui il  tristemente famoso binario 21 da dove partivano i vagoni carichi di ebrei per i campi di concentramento, rimanevano inspiegabilmente intatte e neppure un solo campo di prigionia fu volutamente colpito dalle bombe che giorno e notte martellavano ogni angolo della Germania (tranne il lager di Buchenwald colpito per errore, dove trovò la morte sotto le macerie delle bombe alleate Mafalda di Savoia)(16).

Come dimostrato da una inchiesta di Rainews24 condotta da Angelo Saso attraverso documenti inediti degli archivi americani e testimonianze di protagonisti dell’epoca, gli alleati sapevano tutto. Infatti tra l’inizio di aprile del 1944 e il 27 gennaio del 1945 il campo di concentramento di Auschwitz fu fotografato dai ricognitori alleati non meno di 30 volte.

Eppure l’ordine di bombardare le vie ferroviarie e d’accesso ad Auschwitz e agli altri campi di concentramento, azione che avrebbe evitato la morte di moltissimi altri esseri umani, non fu mai dato. Evidentemente la salvezza degli ebrei non era nelle priorità degli alleati.

In precedenza i tentativi di espatrio degli ebrei dalla Germania nazionalsocialista furono sempre violentemente contrastati dalle Nazioni democratiche(17).

Come ci ricorda lo storico e giornalista Filippo GianniniRoosevelt fece intervenire la U.S. Navy per impedire con la forza l’approdo sulle coste statunitensi di un piroscafo carico di ebrei partiti da Amburgo. Churchill minacciò di silurare a Sulina, nel Mar Nero, un altro carico di ebrei in navigazione verso la Palestina. Nel febbraio del 1942 lo “Struma”, una nave di profughi ebrei proveniente dalla Romania, si vide rifiutare dagli inglesi il permesso di sbarcare, e, respinta anche dai turchi, affondò nel Mar Nero: 770 persone annegarono(18).

Nella Terra Promessa gli inglesi fucilavano e impiccavano gli ebrei riottosi per scoraggiare ulteriori sbarchi.

Poco nota è anche la vicenda della famiglia di Anna Frank che cercò inutilmente rifugio negli Stati Uniti. Fra il 30 aprile e l’11 dicembre 1941 Otto Frank, il padre di Anna, scrisse ripetutamente a parenti, amici e alti funzionari americani spiegando che era pronto ad «ogni sacrificio» pur di riuscire a superare l’Oceano Atlantico, ma in ogni occasione la risposta fu negativa. Osserva al riguardo Richard Breitman, storico dell’American University.

«Il tentativo di emigrazione verso gli Stati Uniti accomuna i Frank a migliaia di ebrei europei ed in particolare tedeschi che trovarono le porte sbarrate dalle leggi dell’epoca»

Dopo la fine della guerra i “liberatori” decretarono la nascita di Israele, scaricando di fatto sui palestinesi il peso delle loro responsabilità per non aver fatto nulla per evitare la persecuzione nazista del popolo ebraico e per aver rifiutato con la forza di accettare i profughi ebrei in fuga dalla Germania. A differenza dell’Italia fascista che si adoperò per accoglierli e proteggerli.

Tornando alle leggi razziali del 1938, queste furono indubbiamente un fatto deprecabile, sarebbe però moralmente ingiusto e storicamente sbagliato non riconoscere che se molti ebrei scamparono ai campi di concentramento ed ebbero salva la vita lo devono proprio a lui, a Mussolini.

Gianfredo Ruggiero

Note                                                                                                                      

1) Ed. Mondadori, 1996.

(2) Ed. il Mulino, Bologna 1975.

(3) Ed. Einaudi, Torino 1993. ed. Bompiani, Milano 1996, pag. 134.

(4) Renzo De Felice : Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Ed. Einaudi, 1993, Torino.

(5) Osserva Maurizio Cabona in un lungo articolo del marzo 2013 dal titolo “fascisti, neofascisti, postfascisti ed ebrei”: «l’Italia fascista è stata più ospitale di varie democrazie con gli esuli dalla Germania nazionalsocialista, ebrei o non ebrei, e con le loro opere. Nel 1933 Max Reinhardt rappresenta a Firenze il “Sogno di mezza estate” e nel 1934 a Venezia “Il mercante di Venezia”; negli stessi anni “L’opera da tre soldi” di Bertolt Brecht va in scena sotto il titolo “La commedia dei ladri” per la regia di Anton Giulio Bragaglia; nel 1934 Walter Gropius partecipa all’ufficialissimo Convegno Volta di Roma sul teatro drammatico; nel 1939 il regista Max Neufeld gira e firma a Roma tre film di successo (dopo, lavorerà sotto pseudonimo). A partire dal 1933 soggiornano o si stabiliscono in Italia Stefan Andres, Walter Benjamin, Franz Blei, Rudolf Borchardt, Paul Oskar Kristeller, Alfred Neumann, Saul Steinberg, Veit Valentin, Franz Werfel, Karl Wolfskehl e un ragazzino promettente, Edward Luttwak. Prima dell’autunno 1938, sul mercato librario italiano ci sono oltre cento titoli di esuli, due terzi dei quali pubblicati dopo il 1933: di Alfred Doeblin, Lion Feuchtwanger, Erich Kaestner, Heinrich e Thomas Mann, Joseph Roth, Arnold e Stefan Zweig (cfr. Klaus Voigt, “Il rifugio precario”, La Nuova Italia, vol. I, 1993; vol. II, 1996; Giorgio Fabre, “L’elenco”, Zamorani, 1998)

(6) Arrigo Petacco: L’uomo della Provvidenza, Mussolini ascesa e caduta di un mito, Oscar Mondadori, 2004, Milano.

(7) Mario Veronesi, “La Marina di David” .www.storiain.net.

(8) Nel 1935 con l’autorizzazione del Governo e il contributo economico dell’industriale di Prato Giulio Forti, furono acquistate tre fattorie in Toscana per la preparazione agricola degli ebrei tedeschi che poi dovevano stabilirsi in Palestina. Analoghe iniziative si ebbero in altre località italiane.

(9) R. De Felice : Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Ed. Einaudi, 1993, Torino, pag. 116.

(10) Telesio Interlandi fu per 20 anni il direttore del giornale il Tevere a cui collaborarono, fra gli altri, Luigi Pirandello, Emilio Cecchi, Ungaretti, Cardarelli, Vitaliano Brancati, Alberto Moravia, Elio Vittoriani, Ardengo Soffici, Julius Evola e Umberto Barbato e, dal ’36, Giorgio Almirante poi divenuto redattore capo.

(11) Di Gideon Hausner vedasi il libro “Sei milioni di accusatori”. Ed. Mondadori, 2010.

(12) De Felice afferma che le differenze ideologiche tra i due regimi sono ben maggiori delle affinità. “Per Hitler il razzismo è ragione di vita, per Mussolini una mossa tattica dettata dal mutamento nei rapporti di forza internazionali”, sintetizza Meir Michaelis in “Mussolini e gli ebrei” (Comunità, 1982).

(13) Il 24 marzo del 1933, tre mesi dopo l’elezione di Hitler alla Cancelleria del Reich, il Congresso Ebraico Americano dichiarò la guerra economica e finanziaria alla nuova Germania e il totale embargo dei prodotti tedeschi al fine di strangolarne l’economia. Il governo tedesco reagì, attuando come rivalsa, il 1° aprile del 1933 il boicottaggio di un giorno dei negozi ebraici in Germania. Da notare che gli ebrei tedeschi, soprattutto quelli sionisti, mal digerirono il boicottaggio delle merci tedesche voluto dell’Internazionale Ebraica.

(14) In Svezia, tra il 1934 e il 1996, sono stati sterilizzati prevalentemente handicappati, malati mentali e asociali, delinquenti, minoranze etniche, indigeni di razza mista e prostitute, tutti accusati di pesare sull’assistenza pubblica e di essere portatori di malattie e di stili di vita dagli alti costi sociali. La sterilizzazione coattiva è rimasta in vigore fino al 1976, anno in cui una nuova legge rende obbligatorio il consenso degli interessati. La Svezia è stato il primo paese a fondare, nel 1921, un Istituto statale di biologia razziale. Gianni Moriani “ il secolo dell’odio” ed. Marsilio Padova, 1999.

(15) È del 1907 la prima legge che autorizza la sterilizzazione forzata nello stato dell’Indiana, segue nel 1909 la California, che, con una legge ulteriore del 1913, prevede la sterilizzazione dei pazienti degli ospedali psichiatrici e delle prigioni. http://www.cinziaricci.it/resistenze/galleria06-note.htm.

(16) Alcuni campi di concentramento furono comunque bombardati, come il lager di Buchenwald dove trovò la morte sotto le macerie Mafalda di Savoia, ma come effetto collaterale o per errore e non per precisa volontà degli alleati.

(17) Degna di nota è la collaborazione tra Gestapo e alcuni movimenti ebraici sionisti come il Mossad e l’Irgum di Abraham Stern per favorire l’emigrazione degli ebrei e dei loro averi verso la Palestina. In effetti il Governo tedesco aveva tutto l’interesse a sbarazzarsi degli ebrei e lo stesso interesse a lasciare la Germania lo avevano gli ebrei nazionalisti (sionisti) che vedevano nella Palestina la loro Nazione, fortemente contrastati in questo dagli inglesi. – Ingrid Weckert e Marck Weber: “Sionismo, Nazionalsocialismo ed emigrazione ebraica”. Ed. Effepi 2011 Genova.

(18) Paul Johnson, Storia degli ebrei, pag. 582.

 

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APOLOGIA DI CRISTIANESIMO

APOLOGIA DI CRISTIANESIMO


La croce per molti è un simbolo di fede, per altri è stato un simbolo di morte.

La storia della Chiesa è stata fatta da santi e missionari, ma anche da autentici criminali

Di Gianfredo Ruggiero

La fede in Dio attiene alla visione spirituale dell’uomo su cui nessuno – io per primo –  ha il diritto di interferire.

Su come gli uomini di fede hanno fatto la storia della Chiesa e su come il cristianesimo si è imposto nei secoli è invece lecito disquisire ed esprimere opinioni.

I due piani, quello spirituale e quello storico, vanno mantenuti separati. Se non si è disposti ad accettare questo principio, se si considera la critica all’operato della Chiesa come un attacco alla fede, allora è meglio passare oltre.

La storia dei popoli e delle civiltà si intrecciano inesorabilmente con vicende belliche e fatti esecrabili. Quest’ultimo aspetto viene sapientemente utilizzato dalla storiografia ufficiale, enfatizzando o sminuendo a seconda della convenienza, per emettere giudizi perentori del tipo “male assolto”.

Detto questo, se volessimo stilare la graduatoria di chi ha commesso le peggiori nefandezze della storia la palma andrebbe di diritto alla Chiesa. A partire da quando Teodosio, sul finire dell’impero Romano, impose il cristianesimo come religione di stato, unica ed esclusiva, (1) tradendo la tradizionale tolleranza di Roma verso tutti i culti praticati nei confini dell’impero, la storia del cristianesimo è scritta nel sangue.

L’intolleranza della Chiesa verso le altre religioni portò subito, forte del potere imperiale, alla spogliazione e distruzione dei templi elleni (2), alla persecuzione dei politeisti (3) – arrivando a sancire la pena di morte per chi praticava riti pagani – e, con l’infamante accusa di aver ucciso Gesù,  all’antiebraismo.

Nei secoli successivi, la protervia cristiana aumentava di pari passo con il sempre maggior potere politico e finanziario acquisito dalla Chiesa che vide la sua potenza amplificarsi di giorno in giorno a tal punto da condizionare i sovrani d’Europa i quali, considerando la Chiesa come simbolo della spiritualità (e anche per la loro convenienza), si adeguavano e applicavano, non sempre con cristiana pietà, i voleri del papa di turno. Carlo Magno ai Sassoni che non volevano convertirsi tagliava loro la testa. Nel 782 ne fece decapitare in un solo giorno ben 4.500. (4)

Durante la pima crociata, voluta da Papa Urbano II nel 1096, i cristiani erano incoraggiati da Pietro L’Eremita a massacrare i mussulmani al grido di “Dio lo vuole”, motto non molto diverso dal quel “Got mit uns (Dio è con noi)” di hitleriana memoria(5). Entrati in Gerusalemme i crociati uccisero tutti gli abitanti senza alcuna distinzione tra musulmani, ebrei e cristiani che fino ad allora coesistevano in pace (6).

In pieno Medio Evo il fanatismo cristiano portò alla strage degli albiogesi. Una intera popolazione, quella della Francia meridionale detta della “Linguadoca”, fu massacrata nel 1209 per ordine di Papa Innocenzo III per estirpare l’eresia catara (7). Alle obiezioni dei soldati che chiedevano come distinguere gli abitanti cattolici da quelli catari il legato pontificio rispose: «uccideteli tutti, Dio saprà riconoscere i suoi».

Per trecento anni, dal 1450 al 1750, in Europa e in nord America la Chiesa ha creato un clima di autentico terrore, dove anche il trasgredire il più piccolo precetto portava lo sventurato davanti al tribunale della Santa Inquisizione e a subire il giudizio di Dio (Ordalia). In quei tre secoli la Chiesa ha torturato e mandato al rogo, si stima, oltre un milione di persone in maggior parte donne e perfino bambini.

In quei secoli bui la gente moriva letteralmente di fame e le famiglie vivevano nei tuguri, eppure la Chiesa, con il lavoro dei devoti, costruiva ricche basiliche e imponenti cattedrali colme di tesori per celebrare lo splendore di Cristo. Un vero schiaffo alla miseria.

L’evangelizzazione delle Americhe al seguito dei conquistadores spagnoli ha portato alla scomparsa di intere civiltà come quelle dei Maya e degli Inca. A loro era data la scelta: o convertirsi al cristianesimo o morire.

Un capitolo a parte riguarda le guerre di religione e le persecuzioni scatenate dalla Chiesa di Roma per contrastare le eresie e per estendere il suo potere su tutto il vecchio continente. Da quella, fallita, del 1538 di papa Paolo III contro l’Inghilterra scismatica, alla Guerra dei Trent’anni che, spaccando L’Europa tra cattolici e protestanti, portò al genocidio di intere popolazioni soprattutto in Germania (8), passando poi per l’eliminazione nel 1568 di tre milioni di Olandesi protestanti nei Paesi Bassi ad opera dei dominatori Spagnoli a seguito di una deliberazione della Santa inquisizione. Nel 1572 a Parigi, e in altre città francesi, 20.000 protestanti Ugonotti sono assassinati per ordine di papa Pio V, nell’offensiva nota come “Notte di San Bartolomeo”.

Nei tempi moderni la Chiesa ha saputo ben destreggiarsi politicamente tra i vari regimi per ottenere il massimo vantaggio. Mussolini, definito da Papa Ratti “Uomo della Provvidenza” per aver concesso, con il Concordato del 1929, ampi poteri e garantito un patrimonio immobiliare immenso al nascente Stato del Vaticano e per l’imposizione del cattolicesimo quale religione di stato, fu poi abbandonato al suo destino quando le vicende belliche italiane volsero al peggio. Perfino con Hitler la Chiesa cattolica fu “dialogante” e chiuse gli occhi davanti alle persecuzioni di serbi, ebrei e ortodossi costretti con la forza a convertirsi al cattolicesimo ad opera dei cattolicissimi Ustascia croati.

Anche la Chiesa è fatta da uomini e, come tutti gli uomini, anche quelli di fede possono sbagliare. Questa è la conclusione a cui normalmente si giunge per chiudere l’argomento e stendere un pietoso velo sulle nefandezze perpetrate in nome di Dio.

Se dovessimo invece sollevare questo velo e  giudicare la storia della Chiesa con lo stesso metro utilizzato per giudicare Hitler e Stalin dovremmo istituire, a rigor di logica, il reato di apologia di cristianesimo.

Gianfredo Ruggiero

Note di approfondimento

  1. Ottenuta la libertà di culto sotto Costantino con l’editto di Milano del 313 , il Cristianesimo ricevette l’esclusiva sotto il regno di Teodosio I, Graziano e Valentiniano II. Nel 380 venne promulgato l’Editto di Tessalonica che vietava qualunque altra religione nell’Impero, in particolare i culti pagani e l’arianesimo (eresia cristiana propugnata dal teologo e monaco cristiano Aro).
  2. Esempi celebri di templi distrutti: il santuario di Esculapio nell’Egea, il tempio di Afrodite a Golgota, i templi di Afaca nel Libano, il santuario di Eliopoli. A compiere questi scempi furono Sacerdoti cristiani, come Marco di Aretusa o Cirillo di Eliopoli, che vennero persino celebrati come benemeriti “distruttori di templi”. …e poi ci scandalizziamo per lo scempio dei siti archeologici dei Talebani in Iraq e dell’ISIS in Siria.
  3. Tra le vittime eccellenti della furia cristiana possiamo annoverare il filosofo politeista Sopatro, giustiziato all’inizio del quarto secolo per sobillazione di sacerdoti cristiani e, nel 415, la celeberrima scienziata e filosofa Ipazia di Alessandria che fu letteralmente squartata da una plebaglia guidata e aizzata da un predicatore cristiano di nome Pietro, e i suoi resti dispersi in un letamaio. Si era arrivati a un tale punto di contrasto tra la cieca violenza dei cristiani contro chiunque professasse una diverso culto religioso e il messaggio evangelico di pace e concordia che Sant’Agostino dovette trovare una giustificazione per tanto sangue versato: «Se Dio, con un ordine speciale, comanda di uccidere, l’omicidio diventa una virtù» Quindi, anticipando la massima di Macchiavelli “il fine giustifica i mezzi”, Secondo la Chiesa, tanto l’omicidio quanto la guerra potevano essere giusti, se perpetrati in nome e per conto di Dio.
  4. L’espansionismo militare di Carlo Magno portò l’imperatore franco alla sottomissione dei Sassoni, popolo di stirpe germanica adoratori di Odino. Valenti guerrieri e indomabili combattenti, più volte i Sassoni furono sconfitti dai Franchi e più volte si ribellarono a essi. Dopo una di queste rivolte, nel 782, nei pressi dell’attuale città di Verden, Carlo Magno ordinò la decapitazione di 4.500 prigionieri sassoni che, secondo Eginardo, il biografo di Carlo, rifiutarono la conversione al cristianesimo. I pochi sopravvissuti accettarono il battesimo e alla fine del 804 i sassoni furono completamente assoggettati.
  5. Il primo ad accogliere l’appello di Papa Urbano II fu Pietro L’Eremita (al secolo Pietro D’Armiens), un fanatico predicatore a cui si unì uno scalcinato cavaliere di nome Gualtieri Senza Averi. Costoro raccolsero attorno a se una massa di diseredati, contadini, pellegrini e religiosi estremisti dando vita a quella che fu chiama la crociata dei poveri. Mal equipaggiati, disorganizzati, senza viveri e mezzi di sostentamento si misero in marcia verso Gerusalemme al grido di «Dio lo vuole», massacrando gli ebrei dell’est e depredando le città che incontravano lungo il loro cammino. Senza vera esperienza militare e armati alla bell’e meglio, furono subito sterminati dai Turchi in Anatolia. I pochi scampati, tra i quali lo stesso Pietro L’Eremita, si unirono alla crociata dei nobili.
  6. Il cronista e sacerdote Raimondo d’Agri les così descrive il clima di frenesia religiosa a cui si abbandonarono i cristiani una volta entrati in Gerusalemme: «la quantità di sangue versato in quel giorno è incredibile, alcuni dei nostri uomini tagliavano le teste dei loro nemici, altri li torturavano, li gettavano nelle fiamme. Cumuli di teste, di mani e di piedi si vedevano nelle strade della città». Il Tempio di Salomone, in cui si erano rifugiati gli ebrei per trovare scampo alla mattanza, fu dato alle fiamme e le persone perirono bruciate vive. La cosa che fa rabbrividire è la giustificazione data dai cristiani a quella crudeltà. Lo stesso Raimondo d’Agri les così commenta quegli atti: «in realtà, si trattava di un giusto e bello giudizio di Dio che questo luogo fosse riempito con il sangue degli infedeli». Il grado di disumanità raggiunto dai crociati non fa che riflettere, amplificandolo dalle circostanze, il clima di intolleranza religiosa perseguito dalla Chiesa.
  7. Gli Albigesi, noti anche col nome di Catari, si consideravano buoni cristiani, ma non riconoscevano l’autorità della Chiesa. Innocenzo III, per estirpare il movimento càtaro dai territori della Linguadoca e della Provenza dove si erano maggiormente radicati, nel 1208 indisse una crociata, che assunse la forma di un vero e proprio genocidio e terminò nel 1229 con la sconfitta dei catari, con strascichi che si protrassero fino al 1244 con la caduta della roccaforte catara di Montsegur. La città di Beziérs (nel sud della Francia) venne rasa al suolo il 22 luglio 1209, tutti gli abitanti massacrati, compresi i cattolici. Il numero dei morti viene stimato tra 20.000 e 70.000. Nella stessa crociata, dopo la presa di Carcassonne (15 agosto 1209), caddero ancora migliaia di ribelli, e la stessa sorte toccò a molte altre città. Nei successivi vent’anni di guerra, tutta la regione fu devastata, quasi tutti i Catari (circa la metà della popolazione della Linguadoca) vennero lapidati, annegati, messi al rogo. L’ultimo dei Catari, Guillaume de Belibaste, morì sul rogo nel 1324. La stima delle vittime catare si aggira intorno al milione. Successivamente venne istituita la Santa Inquisizione (1232) al fine di stanare dai loro nascondigli i pochi eretici sopravvissuti.
  8. Nel 1631, la città protestante di Magdeburgo viene saccheggiata e rasa al suolo da truppe cattoliche, che massacrano 30.000 protestanti, metà della popolazione. Scrive il poeta e storico tedesco Friedrich Schiller: «In una sola chiesa si trovarono 50 donne decapitate e bambini che ancora succhiavano il latte dal petto delle loro madri senza vita». La guerra dei Trent’anni (1618-1648) provoca la morte del 40% delle popolazioni, soprattutto in Germania.

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DIETA VEGANA

 

DIETA VEGANA

non è solo alimentazione è, soprattutto, filosofia di vita

di Gianfredo Ruggiero

Tutti noi sentiamo al nostro interno una naturale propensione sia al bene che al male. Alcuni uomini sono per loro natura pacifici, altri sono portati all’aggressività. L’alimentazione, su questi due contrapposti stati d’animo, incide in maniera fondamentale.

Lo stress prodotto dallo stile di vita consumistico e dai ritmi lavorativi ossessionanti cui siamo sottoposti ci porta ad essere aggressivi, diffidenti, egoisti e asociali. Questo atteggiamento, che sempre con maggior difficoltà tentiamo di contenere, sono amplificati dalla dieta a base di alimenti di provenienza animale.

Con la carne si introduce nell’organismo quella enorme quantità di adrenalina prodotta dagli animali terrorizzati nel momento della loro macellazione, questo a lungo andare stimola nell’uomo la propensione alla violenza.

La dieta vegana, viceversa, esalta la tendenza al bene perché quella priva di derivati animali è soprattutto una filosofia di vita, un’etica che porta l’uomo a ripudiare qualunque forma di violenza e di sfruttamento verso gli animali e verso i suoi simili.

I veri pacifisti, come coloro che veramente amano la natura e il regno animale, non possono che essere vegani.

L’indifferenza verso i mattatoi in cui gli animali trovano una morte violenta; verso lo sfruttamento delle mucche che vorrebbero allattare i loro vitellini – allontanati con la forza subito dopo la loro nascita –  e sono invece costrette a produrre latte 24 ore al giorno; verso le galline ovaiole ridotte in spazi angusti a vivere e morire senza mai vedere il cielo e la terra su cui razzolare; verso le api che si vedono rubare il loro miele faticosamente prodotto…tutto questo ci fa accettare la logica della supremazia del forte sul debole e al disprezzo della vita in tutte le sue forme e ci fa apparire “normale” l’ideologia capitalista che su questi presupposti basa la sua essenza.

La libertà nella logica del libero mercato, dove perlappunto tutto è mercato, viene interpretata come arbitrio.

Nell’etica vegana la libertà invece si coniuga perfettamente con il rispetto verso tutti e con il ripudio della violenza. Fermo restando lo stato di costrizione quando ad esempio i nostri cari sono fisicamente minacciati o la nostra stessa sopravvivenza ci impone scelte in contrasto con i nostri valori (questa è la differenza tra fanatismo e coerenza, ad esempio per certe religioni pur di evitare le trasfusione di sangue si lascia morire il proprio figlio; la coerenza invece essendo una tendenza ammette eccezioni, non per comodità come affermano gli stolti, ma per vitale necessità).

I grandi maestri dello spirito hanno raccomandato l’astinenza dalla carne quale strumento di elevazione spirituale.

La dieta vegana conferma la visione olistica della vita, ossia delle stretto legame tra corpo, anima e spirito (il tutto è maggiore delle sue parti, diceva Aristotele).

I benefici a livello fisico e fisiologico che ne derivano sono infatti accertati e accettati anche dalla scienza ufficiale, oltre che dal buon senso e da un minimo di logica se consideriamo che il genere umano è l’unico tra gli esseri viventi ad essere afflitto da una innumerevole e sempre maggiore quantità di patologie (soprattutto tumorali e cardiovascolari) causate sicuramente dall’inquinamento e dallo stress, ma soprattutto dall’alimentazione innaturale.

Al riguardo mi si può obiettare che anche gli animali si ammalano, soprattutto quelli domestici, ma causa delle schifezze che gli propiniamo e comunque non come nel caso dell’uomo, basti pensare alle insorgenze tumorali: non vi è parte del nostro corpo che ne sia immune e alla facilità con la quale ci ammaliamo poiché le nostre difese immunitarie sono letteralmente crollate rendendo il nostro organismo terreno fertile per virus e batteri.(1)

A ciò si  aggiunge, per la gioia delle industrie farmaceutiche, le vaccinazioni e l’eccesso nell’uso di farmaci e l’assunzione di fumo e alcol.

Per ritrovare il nostro equilibrio nature non dobbiamo ridurci alla vita monastica, si possono comunque soddisfare il gusto e il piacere della buona tavola semplicemente selezionando gli ingredienti.

Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur – Varese

(1)         Il maggior ateneo americano per il cibo, la Loma Linda University, in un suo studio sul rapporto tra malattie e alimentazione durato oltre vent’anni, è giunto alla conclusione che rispetto agli onnivori e vegetariani vivono 7 anni di più e i vegani 15, oltre ad ammalarsi molto di meno ed essere molto meno soggetti a tumori, cardiopatie e malattie degenerative in genere.

Nota:   il termine veganismo è un’italianizzazione della lingua inglese “veganism”, derivante da “vegan”, neologismo ideato nel 1944 da Donald Watson, termine a sua volta derivato dalla contrazione di vegetarian di cui sono utilizzate le prime tre lettere e le ultime due. E’ nato come movimento filosofico basato su uno stile di vita fondato sul rifiuto – nei limiti del possibile e del praticabile – di ogni forma di sfruttamento degli animali (per alimentazione, abbigliamento, spettacolo e ogni altro scopo).

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DEMOCRAZIA DIRETTA E STATO SOCIALE

DEMOCRAZIA DIRETTA E STATO SOCIALE

un binomio indissolubile

Fin dalla sua comparsa sulla terra l’uomo si è caratterizzato come essere sociale, propenso ad unirsi per condividere e sviluppare con altri i comuni interessi e per meglio tutelare e difendere le proprie conquiste lavorative e sociali.

Escludendo le società collettivistiche dove tutto è messo in comune e l’individualità annullata, possiamo affermare che le associazioni o microcomunità – da quella base rappresentata dalla famiglia unita da vincoli di amore e di sangue a quelle in ambito lavorativo come i sindacati e le associazioni di categoria – rappresentano le cellule del tessuto connettivo di una moderna, pluralista e ordinata società.

Questa premessa è necessaria per comprendere lo spirito e le finalità della Democrazia Diretta che si colloca all’interno di un ampio e articolato processo teso al superamento del modello liberal-capitalista e al ridimensionamento del ruolo dei partiti ricondotti nell’alveo istituzionale.

Dimentichiamoci, per il momento, dell’attuale sistema e pensiamo ad un qualunque lavoratore, operaio, impiegato o professionista, inserito in un sistema a Democrazia Diretta. Questi è chiamato ad eleggere, su base territoriale, secondo il principio delle primarie e senza il filtro dei partiti, il rappresentante della categoria di appartenenza.

Il nostro lavoratore sarà motivato ad andare a votare e lo farà con la massima attenzione e competenza affinché gli interessi della sua categoria, e di conseguenza i suoi, siano perseguiti.

Lo stesso vale per le altre espressioni significative della società: medici e insegnanti, sindacati e industriali, uomini di scienza e di cultura, casalinghe, sportivi, pensionati, immigrati… ogni realtà importante del nostro Paese avrà il suo rappresentante in Parlamento che, di fatto, sarà lo specchio fedele della società civile.

I parlamentari risponderanno direttamente agli elettori da cui hanno ricevuto il mandato e non avranno bisogno, come avviene ora, di crearsi le clientele per assicurarsi la rielezione. Sarà sufficiente lavorare bene, nell’interesse della categoria di appartenenza e di quello supremo della Nazione. Non ci saranno più le tangenti ai partiti e le mazzette ai politici.

Il Parlamento sarà composto da esponenti qualificati e da persone competenti. Non avremo più il tuttologo, il politico che un giorno fa il Ministro della Sanità e il giorno dopo il Ministro dei trasporti, bensì un medico a capo della Sanità, un ingegnere al dicastero dei Trasporti e un magistrato al Ministero della Giustizia. Tecnici prestati non alla politica, bensì alla Nazione.

Al vertice dello Stato vedremo, anch’esso eletto direttamente dal Popolo, un Presidente della Repubblica con funzioni di Primo Ministro svolgere il delicato compito di governo della Nazione e di garante della pace sociale, in grado di intervenire con autorevolezza e senso dello Stato quando interessi di categoria o di parte, anche se legittimi, siano in contrasto con quello generale. I principi guida saranno l’interesse nazionale e l’autosufficienza, soprattutto in campo alimentare ed energetico (basta mortificare la nostra agricoltura per importare gli agrumi dalla Spagna, multare i nostri allevatori per importare il latte dalla Francia, abbandonare le centrali idroelettriche per importare la corrente dalla Svizzera…).

A livello locale ci saranno le liste civiche, aperte a tutti e che si confronteranno sulla base di programmi concreti sfrondati da demagogie e interessi di partito.

Con l’avvento della Democrazia Diretta i partiti continueranno ad esistere, ma saranno ricondotti nel ruolo essenziale d’indirizzo e di garanti delle libertà, senza ingerenze nella società civile e sconfinamenti nella gestione della cosa pubblica. Usufruiranno di finanziamenti statali, ma saranno tenuti alla compilazione della denuncia dei redditi sottoposta al vaglio della Guardia di Finanza. Sarà inoltre introdotta l’incompatibilità tra una qualunque carica di governo o istituzionale e cariche di partito: chi decide di servire la Patria lo deve fare senza alcun condizionamento o interesse di parte.

Il Parlamento sarà, come ora, costituito da due rami, ma con composizione e compiti diversi: la Camera dei Deputati, espressione della società civile, si occuperà delle questioni sociali e il Senato della Repubblica, espressione della politica, avrà compiti di indirizzo e di politica estera. Le leggi dovranno passare al vaglio di entrambe le Camere per essere approvate dal Capo dello Stato, previa verifica da parte della Corte Costituzionale.

Di provenienza politica saranno il Presidente della Repubblica e i presidenti delle Provincie (le Regioni saranno soppresse) nel cui Consiglio Direttivo siederanno, con pari potere e funzioni, i politici, le rappresentanze sindacali interne e i delegati delle associazioni più rappresentative degli utenti. Insieme, in un clima di concordia, concorreranno al miglioramento dei servizi e al contenimento della spesa.

La concertazione tra le parti sociali, che oggi avviene all’esterno delle Istituzione con la saltuaria e pavida intermediazione del Governo, domani avverrà direttamente in Parlamento dove il confronto coinvolgerà non solo le parti in causa, ma anche le altre realtà a cui oggi è negata voce. Non avranno più senso gli scioperi (il diritto sarà comunque garantito) e cesseranno i ricatti tipo Fiat: finanziamenti statali in cambio della promessa del mantenimento dei posti di lavoro.

La nuova Costituzione si armonizzerà in un rinnovato Stato Sociale con il ripristino di tutte le conquiste sociali oggi sacrificate sull’altare del libero mercato e della globalizzazione economica e si completerà con la Socializzazione delle Imprese (partecipazione degli operai alla gestione e agli utili delle grandi aziende) e con il diritto alla proprietà della prima casa attraverso l’Istituto del Mutuo Sociale finanziato e gestito direttamente dalle Provincie senza alcuna finalità di lucro.

La sovranità monetaria sarà ristabilita con il ritorno allo Stato della Banca d’Italia, ora in mani private, e conseguente superamento del “signoraggio bancario” causa primaria dell’enorme e inestinguibile debito pubblico.

Il ridimensionamento del potere bancario, il superamento della dipendenza economica dai mercati internazionali e dei vincoli europei saranno i primi obiettivi del nuovo governo nazionale, come pure la chiusura di tutte le basi NATO e americane presenti sul nostro territorio, fermo restando gli accordi di alleanza che dovranno essere ridefiniti a partire dalla nostra partecipazioni alle guerre “umanitarie”.

I settori strategici (energia, sicurezza, sanità, istruzione e trasporti) e i servizi pubblici locali saranno sottratti alle logiche del mercato e del profitto per essere gestiti direttamente dallo Stato, con uomini dello Stato, scelti dallo Stato (e non dai partiti), competenti, motivati e retribuiti in funzione del ruolo svolto.

Da questa riorganizzazione anche il nostro disastrato ambiente ne trarrà giovamento (ad esempio sarà introdotto l’obbligo per le nuove costruzioni dei pannelli fotovoltaici il cui costo, calmierato dallo Stato, sarà totalmente deducibile).

L’evasione fiscale, altra piaga sociale, sarà combattuta riducendo le aliquote e permettendo anche ai privati di detrarre le spese non voluttuarie.

Sono certo che queste proposte faranno saltare sulla sedia (o meglio… sulla poltrona) i politici di mestiere e i tanti che in questo sistema ci sguazzano. Lotteranno con i denti e con le unghie per mantenere i loro privilegi e le accuse di attentato alla democrazia e di ritorno al Fascismo si sprecheranno, come pure i tentativi di bollare le nostre idee come demagogiche e irrealizzabili.

In effetti, come avrete compreso, non si tratta di semplici riforme, bensì di una rivoluzione, prima culturale e di pensiero e poi politica.

La spinta deve venire dal basso, da un serrato e approfondito dibattito e i promotori non possono che essere i circoli culturali, le associazioni di qualunque tipo e persone estranee ai partiti.

Le rivoluzioni nascono dal malcontento popolare, ma rimangono sterili o sfociano nel terrorismo se alla loro testa non si pone una élite costituita da uomini puri che sappiano trovare, forte del consenso popolare, le giuste strategie.

Questa è la strada da perseguire. Senza ricorrere alla violenza o farsi tentare dalle scorciatoie militaristiche. Non le vogliamo e non ne abbiamo bisogno perché… la nostra forza è nelle idee.

Gianfredo Ruggiero

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BUONA PASQUA

PASQUA SENZA SACRIFICI

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25 APRILE, FU VERA GLORIA?

LA STORIA NON SI CELEBRA, SI STUDIA!

Gianfredo Ruggiero

Ogni anno, con l’approssimarsi del 25 aprile, si susseguono a ritmo incalzante le rievocazioni della guerra di liberazione.

E’ un crescendo di manifestazioni, convegni e interventi per celebrare degnamente il sacrificio dei partigiani e di quanti si immolarono per riportare in Italia libertà e democrazia.

Le piazze si tingono di rosso e i ricordi della barbarie nazifascista riaffiorano alla mente.

Tutto bene tranne che…

Dei crimini fascisti oramai sappiamo tutto o quasi, ma cosa sappiamo del lato oscuro della resistenza, quello fatto di processi sommari, fucilazioni, fosse comuni e soldati uccisi sui letti di ospedale o prelevati dalle prigioni e freddati con un colpo alla nuca, di violenze e stupri ai danni delle ausiliarie e delle donne fasciste? Poco, molto poco.

E delle motivazioni, non sempre nobili, che hanno portato i partigiani a coprirsi il volto e a imbracciare il fucile cosa ci è fatto sapere? Praticamente nulla.

Conosciamo tutti la triste vicenda dei 7 fratelli Cervi uccisi dai fascisti (è stato perfino tratto un film), ma quanti conoscono l’altrettanto dolorosa storia dei 7 fratelli Govoni, tra cui una donna, assassinati dai partigiani perché uno di essi vestiva la camicia nera?

Si ricordano giustamente le 365 vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine, mentre è stata rimossa dalla storia un’altra orribile strage, quella di Oderzo dove, a guerra finita, 598 tra allievi ufficiali e soldati della Guardia Nazionale Repubblicana furono fucilati dai partigiani e gettati nel Piave dopo la loro resa. Si celebra la strage nazista di Marzabotto, ma si dimentica la strage partigiana di Schio….Di vicende come queste la storia, quella vera, ne è piena.

Non è mia intenzione fare la macabra contabilità dei morti o stabilire chi maggiormente si macchiò le mani di sangue innocente, ma solo contribuire a sollevare quel velo di omertà che copre le malefatte dei vincitori e questo non per spirito di rivalsa, ma solo per amore di verità, perché solo riconoscendo gli errori del passato possiamo evitare di ripeterli in futuro (1).

Messi con le spalle al muro i sostenitori della mitologia partigiana, dopo aver negato per sessant’anni i crimini della loro parte, ora ammettono, a bassa voce e con evidente imbarazzo, che

“in effetti qualche errore e qualche eccesso effettivamente ci furono, però…”

e qui incomincia la solita stucchevole tesi di comodo secondo cui da una parte, quella partigiana, c’era chi combatteva per la libertà, mentre dall’altra parte c’erano i sostenitori della tirannide nazifascista. Quindi, secondo loro, quei crimini sono pienamente giustificati dal presunto nobile fine.

Se dovesse prevalere questa logica qualunque crimine, anche il più efferato, sarebbe giustificato, basta inventarsi una motivazione più o meno plausibile, tanto a renderla credibile ci pensa la “libera stampa” e l’autocensura degli “storici” che per puro conformismo tacciono.

Per motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo e anch’io, come la maggior parte degli italiani, sono cresciuto a pane e resistenza avendo appreso la storia in maniera superficiale dai libri di testo, dai programmi televisivi e attraverso la cinematografia imperniata sui soliti luoghi comuni che vede i cattivi da una parte e i buoni dall’altra.

Solo che non mi sono accontentato della verità ufficiale e ho voluto approfondire le mie conoscenze.

Il risultato è stato che mentre colmavo i miei vuoti i dubbi aumentavano. Dubbi che a tutt’oggi nessuno è stato in grado di sciogliermi.

Il primo dubbio riguarda la definizione dei partigiani quali

”patrioti e combattenti per la libertà”

Il movimento partigiano pur essendo estremamente variegato(2) – e al suo interno profondamente diviso(3) – era militarmente e, soprattutto, politicamente egemonizzato dal Partito Comunista Italiano, all’epoca diretta emanazione della Russia Sovietica da cui prendeva ordine (e denari) tramite Togliatti, stretto collaboratore di Stalin, che infatti viveva in Russia.

Obiettivo dichiarato di questi partigiani era quello di instaurare la dittatura del proletariato e fare dell’Italia, una volta sconfitto il fascismo, uno stato comunista satellite dell’Unione Sovietica.

Non si capisce quindi su quale base logica e storica i partigiani si possano definire tout court patrioti e combattenti per la libertà.

Se l’Italia è oggi una Repubblica “democratica” (sul concetto di democrazia, altro grande equivoco, torneremo) non è certo per merito dei partigiani, ma in virtù della divisione del mondo in due blocchi contrapposti decretata a Yalta nel ’45, da cui scaturì la nostra collocazione nel campo occidentale e la conseguente dipendenza americana.

Il contributo dei partigiani alla sconfitta tedesca fu, infatti, del tutto marginale se lo rapportiamo all’enorme potenziale bellico messo in campo dagli alleati. Le fila partigiane s’ingrossavano man mano che l’esercito tedesco si ritirava sotto l’incalzare degli angloamericani.

Gli stessi americani avevano di loro una scarsa considerazione e li tolleravano solo perché facevano per loro il lavoro sporco come assassinare i gerarchi fascisti e fare attentati dinamitardi per suscitare la rappresaglia tedesca che fu quasi sempre spietata e spropositata(4).

Cosa ci sia poi di nobile e di coraggioso nell’uccidere alle spalle un uomo in divisa e poi scappare a gambe levate, come facevano i partigiani di cui ancora oggi si vantano, non lo capirò mai.

Il 25 aprile del ‘45 Mussolini era a Milano e solo dopo la sua partenza per trovare la morte a Dongo il capoluogo lombardo fu “liberato” dai partigiani che, con le spalle coperte dalle truppe americane, si abbandonarono ad una vera e propria orgia di sangue contro i fascisti o presunti tali, compresi i loro familiari.

Come testimoniano le lapidi al Campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano che raccoglie le spoglie dei fascisti (di quelle che si riuscì a recuperare, oltre un migliaio) molti dei quali barbaramente assassinati o fucilati ben oltre il 25 aprile e dopo che ebbero deposto le armi.

 Il canale Villoresi era rosso del sangue delle vittime

mi disse un vecchio fascista scampato alla mattanza.

Lo stesso discorso riguarda la Russia di Stalin la quale contribuì in maniera determinante alla sconfitta della Germania nazista, pagando per questo un pesante tributo di sangue, ma al solo scopo di estendere il suo dominio su tutto l’est europeo e non certo per portare in quelle sciagurate terre democrazia e libertà.

Non dimentichiamoci poi che l’Unione Sovietica fu alleata della Germania nazista fino al 1941(5) con la quale si spartì la Polonia due anni prima.

Particolare importante che la storiografia ufficiale nasconde – perché farebbe smontare in un sol colpo la tesi di comodo della “lotta della democrazia contro la tirannide” – riguarda la dichiarazione di guerra di Francia e Inghilterra all’indomani dell’invasione tedesca della Polonia: fu dichiarata alla Germania, ma non alla Russia pur avendo anch’essa attaccato la Polonia alcuni giorni dopo alle spalle, da est. Perché? Evidentemente la Polonia fu solo un pretesto per muovere guerra alla Germania, mentre Stalin, che dopo la Polonia si apprestava ad invadere la Finlandia e ad annettersi le deboli Repubbliche Baltiche con l’assenso occidentale, era considerato già da allora un prezioso alleato, ben sapendo che questi era uno spietato dittatore, che con le sue “purghe” aveva massacrato, deportato nella gelida Siberia e ridotto alla fame milioni di russi, molti dei quali ebrei, definiti “nemici della rivoluzione” (ma questo evidentemente alle democrazie occidentali, America in testa, poco importava).

Il secondo dubbio riguarda la definizione di

“guerra di liberazione”

quando invece fu una classica e tragica guerra civile. I fascisti non venivano da Marte, erano italiani come italiani erano i partigiani. In quei lunghissimi 18 mesi la guerra non risparmiò nessuno, attraversò le famiglie e divise i fratelli.

La guerra è una realtà tragica e quella civile lo è ancor di più, in queste circostanze gli uomini tendono a perdere la loro dimensione umana per accostarsi a quella bestiale, per cui o stendiamo un pietoso velo e consideriamo tutti i morti uguali e rispettiamo gli ideali che animarono le loro azioni giusti o sbagliati che possano apparire, oppure la storia la raccontiamo tutta e per intero, senza reticenze e convenienze politiche.

Altro grande equivoco riguarda la presunta invasione nazista dell’Italia: tedeschi non invasero l’Italia, c’erano già.

Dopo la caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943, il governo  Badoglio chiese aiuto all’alleato tedesco per contrastare gli anglo americani che nel frattempo erano sbarcati in Sicilia(6).

I soldati italiani e tedeschi si ritrovarono, quindi, a combattere spalla a spalla contro l’invasore americano fino all’8 settembre ’43, quando il Re e Badoglio, con estrema disinvoltura e lasciando allo sbando il nostro esercito, passarono armi e bagagli dalla parte del nemico, scatenando l’ira di Hitler.

Solo la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la ricostituzione di un esercito lealista cui aderirono, secondo uno studio di Silvio Bertoldi(7) e confermati dai libri matricola, in seicentomila (quanti fossero i partigiani è invece ancora oggi un mistero), frenò i propositi vendicativi di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento e trasferimento in Germania del nostro apparato industriale, la deportazione nei campi di lavoro e nelle fabbriche tedesche di tutti gli uomini che si fossero rifiutati di arruolarsi nella Wehrmacht e chissà cos’altro.

Le motivazione che spinsero tanti giovani ad entrare nel neo costituito Esercito Fascista Repubblicano furono diverse e non sempre nobili (come spesso accade in questi casi): il rischio di fucilazione per i renitenti alla leva, l’intento di molti militari deportati nei campi di concentramento in Germania di tornare in Italia per poi disertare, la paga e la voglia di protagonismo.

Vi aderirono anche fior di criminali(8), ma la stragrande maggioranza di essi lo fece per riscattare l’onore perduto e per sottrarre l’Italia alla vendetta hitleriana.

Questi giovani, uomini e donne, potevano al pari di molti loro coetanei, aspettare in qualche luogo sicuro che la tempesta passasse, oppure andare con i partigiani le cui fila s’ingrossavano man mano che i tedeschi si ritiravano e la vittoria alleata si approssimava. Potevano, ma non lo fecero.

Preferirono continuare a combattere, in divisa e a volto scoperto, per quel senso dell’onore che oggi, in epoca di consumismo e individualismo, si fatica a comprendere, consapevoli che le sorti del conflitto erano segnate e che difficilmente ne sarebbero usciti indenni.

Furono migliaia e migliaia in tutta Italia i soldati fascisti fucilati dopo la loro resa o condannati a morte dopo processi sommari, come ampiamente documentato nei libri di Gianpaolo Pansa, di Giorgio Pisanò e di Lodovico Ellena (solo per citarne alcuni).

Un capitolo a parte lo meritano le ausiliarie, giovani e giovanissimi donne, tutte volontarie. Il loro tributo di sangue fu altissimo, catturate dai partigiani venivano spesso stuprate e uccise.

A guerra finita molte di loro, rapate a zero e spesso denudate, furono costrette a passare su carri bestiame tra ali di folla aizzata, sottoposte a insulti e angherie di ogni genere(9).

 

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Reparti di Ausiliarie della Repubblica Sociale Italiana.

Le prime donne soldato d’Italia

Il terzo dubbio riguarda la modalità di lotta dei partigiani.

Mentre i fascisti come abbiamo visto combattevano in divisa e a volto scoperto, inquadrati nelle divisioni dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana o nelle varie milizie volontarie i partigiani, invece, pur potendo anch’essi vestire una divisa – essendo armati e finanziati dagli americani(10) – e pur potendo combattere nell’esercito italiano di Badoglio secondo le regole di guerra, preferirono il passamontagna, i soprannomi e la tecnica del mordi e fuggi a base di attentati, sabotaggi e omicidi alle spalle. Tecnica sicuramente meno rischiosa per loro, ma devastante negli effetti.

Il fine era infatti quello di scatenare la rappresaglia tedesca e creare i presupposti per quella guerra civile, poi eufemisticamente definita di “liberazione”, le cui ferite sono ancora oggi aperte e mai si rimargineranno fino a quando la storia, quella vera, non sarà finalmente alla portata di tutti.

Germania e Giappone, anch’esse devastate dal conflitto, non subirono il dramma della guerra civile perché, spiace dirlo, non vi furono quei fenomeni di opportunismo e di asservimento al vincitore che in Italia diedero origine al movimento partigiano.

Rispetto profondamente quegli antifascisti che furono tali durante il regime e pagarono in prima persona per le loro idee, meno, molto meno coloro che cambiarono casacca il giorno dopo la caduta del Duce dopo averlo osannato per anni.

Sono questi i dubbi su cui mi piacerebbe si sviluppasse un sereno dibattito, scevro da pregiudizi ideologici e senza reticenze, finalizzato a capire la storia e non solo a celebrarla, come purtroppo avviene da settant’anni.

  Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur – Varese

 

Note       

(1)    Anche se dando un sguardo al mondo e vedendo le violenza e le guerre che lo attraversano mi pare che gli insegnamenti del passato non siano tenuti in grande considerazione.

(2)    Vi erano i partigiani bianchi di estrazione cattolica e legati alla nascente Democrazia Cristiana, i partigiani di Edgardo Sogno di tendenza liberali e di sentimenti monarchici, gli azionisti ed infine i partigiani comunisti, la stragrande maggioranza, legati a Mosca.

(3)    Vedi la strage dei 17 partigiani cattolici della brigata Osoppo avvenuta a Porzus fra il 7 e il 18 febbraio 1945 ad opera di partigiani comunisti.

(4)    Come accadde con le Fosse Ardeatine conseguenza della bomba partigiana di Via Rasella che fece strage di riservisti tedeschi e scempio di una donna italiana con suo bambino.

(5)    Patto Rippentrop-Molotov.

(6)    I governo Badoglio, per bocca del Generale Ambrosio capo di stato maggiore generale, chiese ai tedeschi, il 6 agosto del 1943 a Tarvisio, 16 divisioni per rafforzare il fronte del sud.

(7)    “Soldati a Salò” ed. Rizzoli, Milano 1995.

(8)    Casi tipici furono la famigerata Villa Triste di Milano, gestita da quel malvivente di Koh, e i criminali della banda di Mario Carità a Firenze, tutti delinquenti che si ritenevano fascisti solo perché indossavano la camicia nera.

(9)    «Tra i fascisti catturati, erano le donne a suscitare gli istinti peggiori. Prima di tutto perché erano donne, e poi perché avevano ‘osato’ vestire una divisa e schierarsi con Mussolini. Anche loro andavano punite, e per una donna la punizione più pesante, e insieme l’offesa peggiore, era lo stupro» . Giuseppe Ravasio “Ausiliarie nella RSI. 1944-1945 “Greco & Greco Editori. –  Luciano Garibaldi “Le soldatesse di Mussolini. Memoriale inedito di Piera Gatteschi Fondelli “- MURSIA, Milano, 1995.

(10)  Ferruccio Parri, esponente partigiano e Presidente del Consiglio dei Ministri subito dopo la fine della guerra, afferma testualmente: «senza i soldi versati dagli angloamericani, il C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) avrebbe dovuto pressappoco chiudere bottega ».

 

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